giovedì 15 settembre 2005

Il mio nome

Anche dietro il mio nome, c'è una storia.
Al battesimo e all'anagrafe, risulto essere Vincenzo Ferdinando.

Sul primo nome non poteva essere diversamente, Vincenzo è il nonno paterno, il papà di Toledo. La mia famiglia d'origine non poteva certo sottrarsi alle precise leggi della tradizione siciliana.
Ferdinando non è il nome del papà materno (che era Emanuele) ma del bisnonno da parte dei Trichini.
Il secondo nome si è subito arenato nelle pagine delle anagrafi e non è mai uscito da lì, non ha storia.
Per quanto riguarda Vincenzo invece interviene il carattere della mamma Salvina che mal sopportava i diminutivi del dialetto siciliano che producevano storpiature dei nomi veramente dissonanti.
E allora devo aprire un'altra parentesi: il vero nome della mamma era Salvatrice, che in siciliano diventa Turidda o Turuzza (Salvatricina o Salvatricella!). Effettivamente sa di chiuso e gretto, inapplicabile alla vitalità e alla esuberanza di quella ragazza che poi sarebbe diventata la mia mamma. Così come tante altre coetanee decise di farsi chiamare Salvina.

Putroppo per lei il problema le si ripresentò quando nacqui io. Vincenzo diventa automaticamente Vincenzuzzo. Mi immagino l'orrore della Salvina!
Allora nacque il compromesso di casa Trichini. Ufficialmente, Vincenzo, nome reale utilizzato tassativamente e senza deroghe: Enzo.
Enzo, per tantissimi anni mi sono conosciuto solo con questo nome.
Anche l'impatto con la scuola non cambiò la situazione; Vincenzo era un'appendice alla quale non prestavo attenzione, anche perchè ero impegnato anno per anno e persona per persona (lo sono ancora) a correggere e specificare che mi chiamo Trìchini e non Trichìni.
C'è da stare certi che se qualcuno avesse chiamato Vincenzo Trichìni, non avrei neanche alzato la testa...

Sono arrivato all'età adulta con lo stesso assetto, spingendo tutti gli amici a chiamarmi Enzo e relegando Vincenzo solo alle occasioni ufficiali e alla "business card".

Ma il cambiamento è sempre dietro l'angolo e ad un certo punto, si fa strada l'idea che le condizioni non sono più quelle del 1953, che nessuno potrà storpiare in Vincenzuzzo il mio nome, che Vincenzo non è affatto male. Pensa, Vincenzo di Vittoria, il Vincente di Vittoria. Vincente di non so che, ma tant'è suona bene.
Anche qualche conoscenza lavorativa di persone di lingua inglese ha contribuito alla riabilitazione: Vìn-gèn-zoù. Ridicolo ma intrigante.

Oggi sono in grado di gestire il doppio nome, chiamatemi Enzo o Vincenzo mi girerò ad ascoltarvi.
Se poi qualcuno in vena di affetto mi chiama Enzino, gongolo, un po' di nascosto.
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