lunedì 12 dicembre 2005

Le intermittenze della morte

Cosa succederebbe se la morte un bel giorno decidesse di sospendere la sua quotidiana raccolta di vite?
E' quello che ipotizza Josè Saramago, nel libro "Le intermittenze della morte".
E a pensarci bene, una situazione che inizialmente provocherebbe scene di entusiamo e felicità, ben presto si rivelerebbe in tutta la sua drammaticità. Scompigli sociali, paradossi, fallimenti di intere categorie di lavoratori, viaggi clandestini organizzati dalla criminalità oltre la frontiera (dove si continua a morire regolarmente), crisi religiose.

Il libro dà uno spunto per capire quanto legata alla vita sia... la morte.
Senza la separazione della morte, senza questo cambiamento così radicale e definitivo, non potrebbe esistere la vita, almeno nei termini in cui noi la conosciamo.

Eppure la morte vorremmo sfuggirla sempre, sia che riguardi la separazione dai nostri amici, dai genitori, dai figli... o sia per allontanare quella che ci riguarderà in prima persona.

Durante la lettura del libro mi sono ritrovato spesso a sperare pagina dopo pagina che la morte si decidesse a riprendere il suo abituale lavoro, senza ulteriori espedienti. Ho avvertito il diritto alla morte di ogni persona profondamente legato e connesso al diritto alla vita, alla dignità della vita; una morte che arrivi "quando lo decide lei" senza lettere di preavviso, senza stratagemmi.
Mi sono ritrovato a inseguire uno "status" che mi appariva l'ideale equilibrio fa paura e speranza, conservazione e rinnovamento, panico e consapevolezza e che poi è la realtà. La realtà è l'ideale.

Ma il libro comincia e finisce nella sua logica assurda: "il giorno seguente non morì nessuno".
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