domenica 15 gennaio 2006

Racconto di un fidanzamento

“Signor Toledo quand’è che si decide a sposarsi, ha trent’anni ormai” disse la ragazzina continuando a raccogliere le mandorle cadute dagli alberi e sparpagliate nella terra rossa.
La giornata era calda, il sig. Toledo, in canottiera, seguiva il gruppetto di ragazze che raccoglievano nel grembiule i frutti saporiti. Aveva il suo solito sorriso franco e gli occhi gli brillavano. Ma loro erano troppo intente a scherzare e lavorare per potersene accorgere.
“La mia sposa deve ancora crescere” rispose un po’ misteriosamente.
Come poteva immaginare, la quindicenne Salvina, che quel caro amico di famiglia stava parlando proprio di lei.
Lo conosceva da sempre, sapeva la sua storia, i lunghi anni di prigionia in America che lui ricordava con spassosi aneddoti. Conosceva il suo laboratorio di ebanista vicino alla piazza principale del paese. Conosceva la sua incontenibile voracità verso qualsiasi cosa di commestibile gli capitasse sotto tiro e si divertiva spesso a canzonarlo per questo.
Ma pensare che quella risposta avesse un secondo fine, questo no, era proprio impossibile.
E infatti non cambiò nulla per tanto tempo ancora. Le visite continuarono: in casa, mentre lei imparava il mestiere di sarta per uomo; nei brevi soggiorni in campagna: dove c’era sempre tanto da fare ma anche tanto da divertirsi.
Anche quando lei progettò di emigrare in Argentina con gli zii, non si rese conto che anche lui aveva preparato il passaporto, pronto a seguirla, a lasciare tutto.
Sarebbero passati altri dieci anni prima che Toledo si decidesse a parlare con il capofamiglia per chiedere in sposa la figlia.
“Quindici anni di differenza”, sono tanti, pensava Salvina; quel signore era una brava persona ma lei ritornava con la mente ai suoi amori, ai suoi sogni giovanili, al ragazzo che le aveva fatto l’occhiolino ma non si risolveva a dichiararsi.
“Ma ti devi decidere” premevano i genitori. “E’ un buon partito; noi siamo contadini, lui è un artigiano, è una buona famiglia, sono istruiti” insisteva il papà Emanuele.
“Imparerò ad amarlo” si ripetè per l’ennesima volta prima di comunicare la sua decisione. Stavano mangiando le olive nere, un pezzo di cacio-cavallo accompagnato dal pane fatto in casa.

Come nella più classica tradizione siciliana, dopo la nascita del piccolo primogenito ci fu la festa, il cibo in abbondanza, le danze in un grande salone.
Era passato poco meno un anno dal matrimonio, ed era arrivata la creatura su cui riversare tutto l’amore, con la quale consolarsi per tutte le delusioni dovute la differenza di età, di sensibilità, di aspirazioni.
Un giro di ballo, e subito a controllare nella culla cosa stava facendo il picciriddu, un altro giro di ballo e su, a prenderlo in braccio per farsi fare i complimenti: “Quant’è bedduzzu…”; un altro giro di ballo, “Toledo vieni anche tu”,
“Non posso mi fanno male i piedi”.
Un altro giro di…e lo sguardo incontra quel ragazzo giovane, forte, bello.
Un sopracciglio che si alza di qua, una mano che si allarga di là, a dire: “E’ troppo tardi, dovevi pensarci prima”.
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