martedì 10 gennaio 2006

Venticinque anni fa nasceva Marta.

Venticinque anni fa nasceva Marta.
E’ rimasta con noi solo quarantasei ore, a causa di un’atresia del ventricolo sinistro, la malformazione congenita con cui era nata.

Sono tanti venticinque anni, soprattutto quando ci sono di mezzo tre figli ormai grandi, eppure il ricordo di Marta è sempre forte, attuale, imprescindibile.

“Basta un giorno…” dicevamo allora, e un giorno è bastato per lasciare un segno indelebile, per tracciare un percorso nella vita dei suoi genitori che passa sempre e comunque dall’esperienza terribile ma anche meravigliosa di quella nascita e di quella Separazione.

9 Gennaio 1981
Ore ventuno circa: le contrazioni cominciano ad essere frequenti, regolari e a superare la soglia sotto la quale abbiamo l’indicazione di andare in ospedale.
Ore ventuno e trenta: Il nostro vicino di casa, ci carica sulla sua cinquecento e ci accompagna al S.Martino.
Ore ventidue e trenta: MariaTeresa è in travaglio.

10 Gennaio 1981
Ore zero e trenta: Nasce Marta Maria.

Nella giornata Marta è nel lettino insieme agli altri neonati; si scattano le prime foto da dietro i vetri del corridoio, Marta viene allattata da MariaTeresa e sembra in ottima salute. La sera arrivano i nonni e gli amici più rapidi.

11 Gennaio 1981
Arrivo in Ospedale al mattino e sono subito convocato dal medico.
Ci sono problemi di respirazione emersi nella notte, la bimba tende a diventare cianotica. Mi parlano del dotto di Botallo, di un necessario e immediato ricovero al Gaslini.
MariaTeresa è già in apprensione perché dal mattino non le hanno più portato la bimba in camera.

Il viaggio in autoambulanza è quasi una trance, io accanto al lettino di una bimba dal colore che tende al blu.
Ore di attesa senza notizie, ma con l’incrollabile certezza che tutto passerà, che tutto verrà chiarito; così è sempre andata la mia vita, sempre tutto si è sistemato in qualche maniera o per l’intervento di qualcuno.

E’ già pomeriggio, quando il dottore si avvicina dicendomi che dopo analisi e verifiche e nuovi accertamenti ancora, non ci sono più dubbi: atresia del ventricolo sinistro, man mano che il dotto di Botallo si chiude, la bambina perde la possibilità di respirare.
Se esistesse ci vorrebbe un trapianto di cuore, ma non c’è.

Mi viene comunicato che se aspetto un po’ potrò vederla un’ultima volta e intanto verrà battezzata e cresimata.
Non so che fare perché mi rendo conto che quella bambina non l’ho ancora accarezzata che c’è sempre stato un vetro fra noi, però MariaTeresa è ancora al San Martino, non ha nessuna notizia.

Così scelgo di andare da lei.

Dell’incontro con MariaTeresa non ricordo più niente, solo lacrime.
E poi l’attesa, in casa, di una telefonata.

Sono le ventidue e trenta, quando squilla il telefono, Marta è già andata via.

Finalmente a questo punto posso accarezzare la piccola e vederla da vicino. E’ bellissima, ha una quantità enorme di capelli morbidissimi, la pelle è di nuovo rosa, ha un’espressione da piccola siciliana.
Per un lungo, lungo attimo sembra che il confine tra la morte e la vita non esista.
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