mercoledì 19 aprile 2006

Perso in un paese straniero

(Sogno del 16/4)

Sono arrivato per lavoro in questo paese straniero, potrebbe essere una città dell l'India neo-tecnologica o una del Sud America post-tecnologico.

Mi allontano dalla zona degli alberghi, dei grattacieli e delle zone verdi dei parchi, per esplorare la città. Mi imbatto in una manifestazione operaia contro la polizia. Gli uni asserragliati dentro una fabbrica gli altri mobilitati per stanarli con gas e cariche. Passo oltre, accelerando il passo quel tanto da non rimanere invischiato; svolto uno dopo l'altro gli angoli delle strade, passando di quartire in quartiere.

In una piazzetta avvisto un negozio di cibo italiano; entro in un piccolo locale dove una non più giovane donna mi spiega che viene dall'Italia e che abita lì da molto tempo. Di italiano, il cibo, non ha niente: si cucina una specie di lunga e sottile erba verde, condita con sconosciuti e poco invitanti aromi. Non mi azzardo ad assaggiare e invece esco e continuo a vagare fra porte scolorite, marciapiedi dissestati e finestre sconnesse che prima o poi precipiteranno a terra. Solo di quando in quando dai muri di un palazzo affiorano i resti di qualche decorazione, segno di un'antica dignità.

Ormai ho completamente perso il senso dell'orientamento e non so più come tornare indietro: in questa zona non ci sono taxi, non ci sono mezzi pubblici, è impossibile parlare con le poche persone che si incontrano perchè usano un idioma incomprensibile. Sono perso in un paese straniero.

Sono prigioniero di questo mondo e non mi rimane altro da fare che affittare una minuscola casa da abitare e tirare avanti tra un espediente e un altro. Vivo in uno di questi caseggiati con ripide e consumate scale, un paio di stanze e mobili sgangherati.

Non so quanti giorni, settimane o mesi passano in questa situazione di miseria: stremato e affamato; finchè un giorno, in fondo a un vicolo stretto, là dove si apre una piazzetta con una striminzita palma dalle foglie invecchiate, intravvedo una comitiva di turisti, con la loro guida e i loro vestiti colorati si guardano intorno scattando fotografie; mi avvicino a loro, mi faccio riconoscere, spiego la mia situazione, la mia prigione senza sbarre fatta di impossibilità a comunicare, impossibilità a ritrovare la strada perduta.

Mi fanno salire nel loro pullman e mi portano in salvo.

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