venerdì 19 maggio 2006

La minestra e l'usignolo

Come tanti bambini anch'io non amavo la minestra e ogni volta che la mamma la preparava si apriva una lunga trattativa fatta di rifiuti, di lusinghe, di minacce.
"La mangio se mi racconti una favola".
"No, la favola oggi non ho voglia di contarla!"
"Allora niente minestra, fa schifo, raccontami la favola".
E si andava avanti ancora un po' fra insistenza e rifiuto, insistenza e rifiuto. Poi la mamma sembrava cedere, ed io mi convincevo di vincere la sfida. A quel punto c'era un'altra questione fondamentale da chiarire.
"Però non mi devi raccontare sempre la stessa. No quella dell'uccellino".
"No, questa è diversa, ascolta".

Ogni volta, regolarmente, mi lasciavo convincere a mangiare.
Ed effettivamente le favole iniziavano ogni volta in modo diverso: re, principi, rospi si alternavano ad ogni cucchiaiata con quella fantasia popolare e con la parlantina tipica delle donne siciliane. Boschi, posti incantati e orchi, ed io mi ero dimenticato della minestra, rapito dalla storia.
Ma infine arrivava l'utimo boccone: in quel momento la faccia della mamma cambiava e con una espressione furbetta e maliziosa, la sua storia virava di colpo per far comparire il cacciatore con il fucile che braccava un uccellino.
Non c'era niente da fare, come ogni volta ero stato fregato, la minestra era tutta nel mio stomaco e la mamma completava il suo racconto con l'immancabile...

usignolu ccu beccu giallu, u pettu rrussu, u culu cacatu a la facci ri chi m'ha struzziatu (dumannatu)

uccellino dal becco giallo, il petto rosso, il culo cagato alla faccia di chi mi ha "costretto a tutti i costi a fare qualcosa" .

Io sbattevo i piedi dalla rabbia perchè mi sentivo raggirato e ingannato, ma ormai la minestra era andata. Alla prossima.
Posta un commento