lunedì 5 giugno 2006

Frankenstein

Ho letto Frankenstein, di Mary Shelley

Ho dovuto dare un taglio al mio budget sull'acquisto di libri nuovi, ma la conseguenza non è stata smettere di leggere, piuttosto ho avviato una profonda escursione nelle librerie della casa e ho trovato decine di titoli che non ho ancora letto o che vorrei rileggere di nuovo.

Per esempio il Frankenstein mi ha lasciato dentro varie considerazioni.

A cominciare dal tema del progresso scientifico/tecnologico che non è in grado di valutare le conseguenze etiche e sociali delle proprie scoperte.
Drammaticamente così, stanno le cose nelle applicazioni sulle manipolazioni del DNA e nelle tecniche legate all'embrione.

Ma dopo aver biasimato per buona parte del libro la superficialità colpevole dello scienziato che si accinge a creare una "nuova creatura" con la stessa leggerezza con cui un bambino gioca al "meccano", ci si trova di fronte al fatto compiuto: il mostro!

Subito ci si accorge quanto la sua definizione sia soggettiva, parziale, scorretta, inadeguata, ingiusta.
In realtà la nuova creatura ha come suo unico scopo quello di integrarsi, quello di poter esprimere l'amore che prova, di sperimentare l' essere amato, di coltivare la sua tenera sensibilità, di entrare in contatto vitale con il suo "creatore".
Si diventa mostri con lui e lo si vorrebbe accompagnare per mano nel convivere sociale degli altri uomini.

Putroppo, sperimentiamo ogni giorno quanto sia difficile accettare la diversità.

E non c'è bisogno di andare troppo in là e scomodare un differente colore della pelle, o la provenienza (sembra che i punti cardinali sud ed est siano dannati).
Non c'è bisogno di scomodare la religione di appartenenza e neppure il ceto sociale.
Mi sentirei di sfidare qualunque persona a "lanciare la prima pietra" se dentro se stesso non ha mai provato il desiderio allontanare da sè un mostro. Perchè un presunto "mostro" ognuno di noi lo ospita nel proprio inconscio.

Frankenstein infine prende coscienza che la sua diversità non è un problema risolvibile, sperimenta l'impossibilità a realizzare i suoi sogni e la logica conseguenza di tutto ciò diventa la sistematica applicazione di violenze e crudeltà.

Lo scienziato paga in modo atroce i suoi errori con la mutilazione di tutti i suoi affetti. Ma non si può non perdonarlo: non perchè diventa vittima della sua creatura, non perchè è un uomo rispettabile che coltiva nobili sentimenti e modi garbati, ma perchè la sua debolezza ci appartiene come genere umano. Perchè, comunque, si comprende che la convivenza con il mostro non si risolve con una migliore pianificazione, con più approfonditi studi, con considerazioni esageratamente razionali.

Mi viene in mente il film "The Elephant man". Il regista saggiamente non presenta allo spettatore il mostro in un'unica sequenza, ci abitua lentamente alla sua esistenza, ci lascia crescere alla sua presenza, ci abitua alle sue ragioni, finchè guardarlo in faccia diventa un desiderio e ci appare insignficante che il suo aspetto così diverso.

Questo è l'approccio alla tolleranza.
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