martedì 13 febbraio 2007

Prigionieri o Criminali

Torno ancora su questo argomento dopo aver letto il libro di Tavella "Io prigioniero in Texas" e visto il film di Serafini "Texas 46".
Il comando americano esercitò delle pressioni verso i prigionieri italiani. Ci fu chi non accettò di collaborare e fu bollato come "criminal fascists".
Una dura etichetta, che al ritorno in Patria finì col danneggiare il futuro di alcuni di questi uomini. Etichetta applicata indistintamente a tutti anche se non sempre corrispondeva alla realtà del pensiero politico personale.
Intanto mi sembra utile precisare, sempre che io abbia interpretato bene le informazioni acquisite, che la richiesta di collaborazione fu rivolta agli ufficiali e non ai soldati (per esempio, mio papà era caporalmaggiore e non mi risulta abbia mai firmato atti di collaborazione, non per questo subì maltrattamenti; faveva parte dei gruppi che andavano a lavorare all'esterno dei campi e godeva di una certa libertà di movimento e di un buon trattamento).
Tra il film e il libro sembra esserci una discrepanza: erano consapevoli gli ufficiali italiani degli orrori del nazismo e del fascismo?
Nel primo caso sembra di no, sembra che nel loro giudizio dovevano solo fidarsi delle affermazioni dei comandanti americani, mentre il libro di Tavella racconta che ascoltando la radio e leggendo i quotidiani locali i nostri soldati ebbero la possibilità di farsi un'idea precisa dei campi di sterminio e delle pulizie etniche.

Allora quali furono le motivazioni che spinsero tanti ufficiali a non collaborare apertamente? La mia lettrice, che chiamerò A.G. perchè preferisce non essere identificata, sulle motivazioni che hanno spinto dei sicuri anti-fascisti a non firmare, a non collaborare, porta una tesi che a qualcuno ha dato fastidio. A me sembra invece molto plausibile e comprensibile psicologicamente cercando di calarsi nella realtà vissuta da quei ragazzi.
Non c'è alcun complotto e nessuna ignominia: questi ragazzi avevano in testa un solo pensiero fisso: ritornare alle loro famiglie d'origine, ritornare a casa vivi. Fra loro si formò un tacito patto di solidarietà, temevano che firmando si sarebbero ritrovati in un nuovo fronte di guerra, temevano un possibile finale diverso della guerra.
Comunque chiedere loro di fare delle scelte di parte, mentre erano in una condizione di inferiorità poteva apparire quantomeno coercitivo e umiliante.
Ci furono anche dei maltrattamenti? Dalla lettura del libro sembrano essere stati limitati a un razionamento dei viveri, nel film invece la sofferenza sembra più evidente e profonda.

Io propendo per un rispetto motivato per tutti, sia per coloro che hanno deciso in un senso, schierandosi subito con gli alleati, sia per quelli che hanno preferito ritardare il loro ritorno scontando una lunga prigionia.
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