lunedì 19 marzo 2007

Ricordi di un breve inverno

Forse pensando al freddo che non c'è stato, mi è improvvisamente tornata alla mente una sensazione provata all'inizio di dicembre quando avevo trascorso qualche giorno ad Acceglio.

Sono le nove del mattino di una delle giornate più corte dell'anno, mi affaccio dal piccolo poggiolo della camera dell'albergo. Tutta la zona è ancora sotto l'ombra della montagna.
Il cielo è blu elettrico e qualche nuvola ben stagliata si affaccia sulle vette dei monti più alti.
Dall'altro versante della vallata, il netto confine fra la luce e l'ombra scende trasversalmente sulle rocce. Conquista nuovi territori, man mano che il sole si alza. Lambisce la punta di un larice, salta oltre un dirupo e già illumina la punta più alta del campanile.
Da questa parte l'aria è frizzante, sembra fatta di lamine invisibili e taglienti che lambiscono silenziosamente ogni cosa che incontrano.
Valuto che il sole non passerà qui. Corre in un'altra direzione. Prima che la sua luce possa arrivare a scompigliare i riflessi della vetrata, le creste lo avranno nuovamente, ottusamente, nascosto. Sparirà come un bambino che sparisce dalla piazza dove ha già giocato troppo tempo ed è ora che ritorni nella sua casa.
Ma questo gelo è una gioia, sbatti i piedi e strofini le mani, come se una musica silenziosa ti suggerisse un nuovo ballo. Ti concentri, camminando, per sincronizzare bene l'uno-due dei piedi, per non volare per terra mentre attraversi un lastrone di ghiaccio.
Ti rifugi al caldo della stanza d'albergo illuminata da finestroni, perdi un po' di tempo a fissare le decorazioni che qualche vecchio falegname ha intagliato nel legno di antichi mobili. Assapori l'aroma della tisana brancando con entrambe le mani la tazza fumante.
Non c'è altro da fare se non, serenamente, coniugare al presente il verbo aspettare.
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