lunedì 3 dicembre 2007

Soggiorno

"Venite, accomodatevi qui".
Qui dove? Dové che facciamo mettere comodi i nostri ospiti?
Nel salotto di casa naturalmente, l'abbiamo pensato a questo scopo: un divano largo e basso, se c'è spazio a sufficienza lo facciamo girare ad angolo. Abbiamo disposto un tavolinetto dove poter posare qualche bicchiere o un piccolo vassoio.
Ora ci sistemiamo, noi e la coppia di amici che stiamo ospitando. Comincia un balletto di movimenti accennati, che porterà ad una formazione.
Come se fosse una partita di calcio dove l'allenatore decide lo schema: 4-4-2, 4-3-3 e così via.
A volte i due uomini e le due donne si siedono accanto e avviano discorsi separati e differenti: due sessi a confronto; ma un'altra volta è la coppia ospitante che si pone di fronte agli ospiti: due unità a confronto.
Poi le varianti: per favore una sedia alta, altrimenti mi addormento. Io qui vicino al calorifero, sono infreddolita (o vicino alla finestra perché scoppio dal caldo).

Inevitabilmente da qualche parte troneggia una Tivvù. Siamo abbastanza consapevoli da capire che deve essere spenta (a meno che l'obiettivo non sia proprio guardare insieme un film o una partita) perché è un ostacolo all'ascolto reciproco.

Il corpo dei nostri ospiti, lentamente, si abitua all'ambiente che abbiamo preparato. Gli occhi si muovono per cogliere i segni.
Una libreria, uno scaffale dove fanno mostra di sè i soprammobili, una lampada, qualche pianta, il colore delle pareti e i quadri che abbiamo scelto, un tappeto.
Chissà cosa stiamo comunicando? Ostentazione, esibizione, sfoggio; oppure: artificiosità, mimetizzazione, simulazione, banalità o ancora: discrezione, semplicità, essenzialità, linearità, sobrietà, vitalità, naturalezza, spontaneità.
Magari non ce lo siamo chiesti ed ora avvertiamo solo un disagio o il conforto.
La stanza che abbiamo scelto come salotto, dove è posizionata? Nel punto più freddo della casa oppure sul lato più bello della facciata? E' grande a sufficienza per farci stare comodi, o purtroppo abbiamo dovuto accontentarci di qualcosa di insufficiente? Quali rimedi abbiamo pensato per ridurre i difetti?

Comunque sia, il tempo per le schermaglie iniziali, è passato; se abbiamo vissuto bene i gesti dell'accoglienza nell'ingresso, ora seduti nelle poltrone e nel divano, siamo pronti ad ascoltarci.
Già, pronti. Ascoltarsi, come se fosse semplice; come se fosse un'operazione scontata.
C'è a chi non basta una vita per imparare a farlo.

Incontro un cosìdetto amico:
"Ciao come va al lavoro". Già, penso, è a conoscenza dei cambiamenti in atto. Comincio a raccontare, accenno una preccupazione. Lui mi interrompe "Ah, sapessi anch'io quante preoccupazioni". Ed io sto lì con la mia frase monca, il pensiero non espresso, bloccato per dieci interminabili minuti ad ascoltare i suoi problemi.
Chissà quante volte l'ho fatto anch'io, inconsapevolmente, con persone che avevano bisogno di confidarsi con me.

Nella figura in basso un uso alternativo del salotto di casa mia da parte di tutti i soggetti di sesso maschile da anni sedici ad anni cinquantaquattro.

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