mercoledì 5 gennaio 2011

Piuttosto, lasciatevi illuminare dagli altri

Il 5 Gennaio 1980 era un Sabato e nelle alture intorno a Genova c’era la neve.
Lo ricordo così bene perché quello è il giorno in cui mi sono sposato con Maria Teresa.
Nell’aspettarla davanti alla Chiesa di Torrazza mi sentivo in quello stato d’animo che è allo stesso tempo di serenità e consapevolezza ma con tutti i sensi tesi: ero raggiante. Poi, guidata da Tony, è arrivata la macchina da cui è scesa la mia futura sposa; era bellissima; si è guardata intorno, incrociando lo sguardo dei presenti con quel suo sorriso tenero e un po’ imbarazzato e con gli occhi chiusi a fessura ed è venuta decisa verso di me.
Insieme, uno accanto all’altra, siamo entrati in Chiesa e da quel momento tutto il resto è sparito. Ci siamo dimenticati della folla di amici, di amiche e di parenti che ci accompagnavano. C’erano solo Maria Teresa, Enzo e con loro, don Guido,  il sacerdote amico e confidente che ci aveva accompagnato lungo il cammino dei nostri quindici mesi di fidanzamento, colui che conosceva tutti i nostri desideri e gli slanci ma anche le nostre paure più nascoste.
C’erano i nostri e suoi gesti; le nostre, ma soprattutto le sue parole. C’era il Sacramento in azione.





Quante cose bisogna preparare prima di sposarsi! Noi avevamo un po’ il terrore che tutto il contorno potesse distrarci dall’essenziale ma, forse, a distanza di trentun’anni, possiamo ammettere di aver un po’ esagerato in quello zelo. Comunque sia, così eravamo e da lì siamo partiti.

Vogliamo dire degli invitati? L’idea di dover fare una lista ci suonava assurda; tanti, tantissimi gli amici con cui condividere quella gioia e  siccome i soldi per una mega rinfresco non c’erano, allora meglio semplificare: tutti a brindare insieme senza troppi formalismi.
Le foto? Sono quelle scattate dagli amici, Maria Teresa non voleva professionisti che ci girassero intorno durante la Messa.
Il viaggio di Nozze? L’idea di girare il mondo o andare in mete esotiche non era stata presa neanche in considerazione e non era neanche di moda. Volevamo stare insieme, punto e basta.  Un soggiorno a Viola S. Greè (Cuneo), in casa di una famiglia di amici che ci prestava gratuitamente la casa in montagna era il massimo che si potesse desiderare; e per arrivarci - noi eravamo ancora senza patente -  Tony si era dato disponibile ad accompagnarci.
Sulle bomboniere, avevamo dovuto cedere ai desideri dei nostri genitori; l’idea di non distribuirle a parenti e amici era qualcosa di veramente incomprensibile. Senz’altro li abbiamo fatti soffrire per la nostra rigidità. Io mi ero anche impuntato pretendendo che mia mamma non dovesse indossare la pelliccia nuova ; così finimmo per litigare.
Insomma  a noi della festa esterna interessava proprio poco.
Scegliere le canzoni, quello sì; le letture della Messa che sentivamo più consone al nostro progetto di vita; preparare la casetta rossa, nella creusa in salita di via Salvator Rosa, che ci avrebbe accolti.
La scelta del posto dove svolgere la cerimonia era obbligata; a Torrazza ci eravamo conosciuti e lì, a due passi, nel bar dell’ACLI, con stupore, le avevo dichiarato il mio amore, davanti a un bicchiere di acqua brillante.

Come spesso raccontiamo, avevamo la consapevolezza di essere sul punto di compiere, davanti a Dio, un passo importante: amarci per sempre, nella buona e cattiva sorte e il desiderio di formare una bella famiglia.
Con molta, molta ingenuità, volevamo essere “sale della terra” e “luce per le genti” (sic!)
Ma Don Guido, che in  noi ci vedeva bene, nella sua omelia, ci aveva suggerito un atteggiamento diverso: “Piuttosto, lasciatevi illuminare dagli altri”; Con sincerità devo ammettere che l’abbiamo capito più tardi, dopo alcuni anni, quando le vicende della vita (soprattutto quelle dolorose) ci hanno "lavorato" regalandoci maggiore umiltà e la convinzione che ce n’era da basta già a cambiare noi stessi.
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