martedì 1 marzo 2016

Lo specchio rivelatore

Con un'inquadratura ben studiata, o con la capacità di cogliere l'attimo fuggente, un bravo fotografo è capace di trasformare un'immagine nello specchio di un'anima.
E' una cosa che raramente succede nelle foto che collezioniamo nei nostri album o nelle cartelle del computer.
Normalmente ci mettiamo in posa o comunque sappiamo di essere fotografati e poi scartiamo le inquadrature che non ci piacciono. Purtroppo capita che collezioniamo dei falsi sorrisi e false felicità.

Questa volta è successo qualcosa che mi riguarda e che trovo sorprendente. 
Dal mio passato sono emerse due foto nelle quali uno sconosciuto fotografo ha inconsapevolmente svelato la mia indole di bambino timido e introverso, una caratteristica che poi mi sono portato dietro per tutta l'adolescenza.


Forse vale la pena di raccontare questa storia.
Intorno agli anni 60' abitavo in Via del Commercio, a Nervi. 
Allora  quella strada era periferia estrema. 
Il quartiere si allungava ai lati del torrente Nervi, ora ricoperto, sempre secco tranne diventare turbolento e minaccioso ad ogni temporale. 
Era il quartiere degli immigrati che venivano dal Sud. Persone che, strappate alla loro terra di origine, alla ricerca della sopravvivenza economica, venivano emarginate e  additate come malviventi, come ancora oggi succede con tutti gli immigrati.

Dopo i primi anni passati in camere sub-affittate e minuscole soffitte trasformate in mini locali, i miei avevano potuto permettersi un affitto regolare in un condominio.


Dopo alcune curve, lungo la via del Commercio, si attraversava il torrente grazie a un ponte, proprio all'altezza di una larga ansa. Poi ancora una ripida salita portava al condominio appoggiato al Monte Moro.

Era una casa che mi piaceva. 
Era diversa da tutte quelle vicine perché aveva le tapparelle blu anziché del solito colore verde. Già questo rendeva quella casa "speciale" ai miei occhi.
Il mio appartamento aveva le finestre sul lato del monte e le fasce di ulivi, fermate da alti muraglioni di cemento, erano lì, quasi a portata di mano. La luce un po' latitava.

L'ho già scritto tante volte, "enzo-mangialegnate" si era già ritirato in un angolo nascosto per lasciare spazio a un "enzo" che giocava spesso da solo, sdraiato a terra con i soldatini o i tappi delle bottiglie, timido nei rapporti con qualsiasi persona fuori della famiglia. 

Era il prezzo pagato a un cambiamento di ambiente che aveva causato un  accumulo di paure: il traffico, i ragazzacci di strada, la paura di perdersi, la diffidenza per gli estranei. Paure della mamma che si ingrandivano in me.

Allora, in quella situazione, la casa con le tapparelle blu diventava il mio micro-mondo.
In questo micro-mondo un posto importante era occupato da Rita. 
Anche la sua famiglia veniva da Vittoria, come la mia, e fare amicizia con lei era stato facilissimo. Già, solo perché a prendere l'iniziativa era lei, grazie a un carattere espansivo e decisamente più intraprendente del mio.

Così ogni giorno si trascorreva qualche ora insieme, parlando, giocando, spiando dalla finestra come cospiratori quello che faceva la ragazzina che abitava al pianterreno e origliando i discorsi delle nostre mamme.

Una volta per colpa mia facemmo una figura terribile. 
Naturalmente  nelle nostre famiglie non esisteva il concetto di educazione sessuale e le informazioni su quell'argomento si acquisivano guardando le figure delle enciclopedie e appunto, origliando i discorsi altrui.

Quel giorno Rita venne da me dicendomi che dovevamo cercare sul vocabolario una parola; le mamme parlavano di "cesareo" riferendosi alla nascita di un bambino nella scala. 
Volevamo capire, anche se sicuramente Rita era più informata di me; ed io ad un certo punto, esasperato da una ricerca senza frutti, esclamai a gran voce: "Ma cosè questo Porto Cesareo!"
Subito il mio sfogo venne raccolto da mamma Salvina e diffuso in tutto il caseggiato da terrazzino a terrazzino, fra sghignazzamenti e occhiate complici.
Ricordo ancora adesso la vergogna per essermi tradito ed averci esposto a quelle canzonature, ricordo le mani di Rita portate davanti alla faccia mentre mi diceva sussurrando: "Ma noooo, taci!".

Tutto questo per dare uno sfondo al contesto e al rapporto che mi legava a Rita.





Le foto, specchio della mia anima, sono due scatti alla festa per la Prima Comunione di Rita.
Nella prima, ingrandendo la zona dello specchio, si scopre che ci siamo noi due. Lei sta cercando di farmi ballare e io mi rifiuto energicamente. Si vede il mio braccio destro ritrarsi e il suo - decisamente risoluta - che lo va a cercare con determinazione.
E infatti la foto successiva ci ritrae mentre balliamo. Si fa per dire: Rita con un bel sorriso aperto e schietto, io come un condannato a morte, gli occhi bassi e un sorriso imbarazzato di chi vorrebbe sparire come un fantasma.



Ma forse la cosa più stupefacente è il modo in cui ho avuto accesso, pochi giorni fa a queste foto.

Con Rita ci perdemmo di vista: la mia famiglia si trasferì in un'altra casa e la famiglia di Rita emigrò in Australia. Così, salvo un breve, iniziale, periodo di contatto epistolare, da allora non ci siamo più risentiti.
Fino a qualche settimana fa, quando la mia compagna di giochi è riuscita a rintracciarmi dopo oltre cinquant'anni e abbiamo potuto salutarci, riconoscerci, raccontarci, un po' commossi ed emozionati dei nostri consorti, dei figli e dei nipoti. Poi il reciproco invio delle foto conservate, lo stupore, un viaggio indietro nel tempo e dentro se stessi, lo specchio che rivela verità interiori.





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