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mercoledì 16 gennaio 2013

Il dissenso e il dubbio nei gruppi

In questi giorni l'esperienza di un amico mi ha riportato in evidenza un argomento che ho trattato varie volte nel mio blog.

In qualsiasi gruppo, sia esso culturale, istituzionale, movimento religioso, parrocchiale, politico, sportivo, lavorativo, sindacale e così via, si instaurano delle dinamiche comuni che evidentemente hanno una radice che va oltre l'ideologia o gli obiettivi dichiarati dal gruppo stesso.
Naturalmente non sono un sociologo né uno psicologo, quindi mi limito a mettere in bella copia sensazioni ed esperienze personali e di persone che conosco, suffragate da qualche elemento disponibile in rete.
D'altronde quasi tutti facciamo parte e abbiamo fatto parte di uno o più gruppi e, con gli anni, si accumulano un bel po' di episodi...

Un gruppo sembra essere caratterizzato da struttura organizzativa, un'altra gerarchica e dalla condivisione di certe norme comuni.
Tutto questo modifica e influenza gli individui. L'ampiezza e la profondità di questa influenza variano di caso in caso.
In particolare le norme contribuiscono a  dare supporto ad un certo Ordine  nel gruppo, facilitano l'Avanzamento al suo interno e soprattutto al Mantenimento della coesione.
Questo spiega perché  il dissenso e il dubbio sono così mal tollerati. Non c'è da stupirsi.

Mi risultano esperimenti (ma non so citarli) di questo tipo:




Nella figura qui sopra, di che colore è il Quadrato in alto a sinistra?
Azzurro, azzurro, azzurro, azzurro, azzurro, azzurro, azzurro, azzurro...

Le risposte sbagliate dei collaboratori influenzano la risposta dei partecipanti
Solo una piccola parte dei partecipanti rispondono secondo l’evidenza oggettiva: Giallo. La filosofia è “Non credo ai miei occhi…ma il gruppo avrà ragione". “Io posso sbagliare ma è difficile che tutto il gruppo sbagli”;

Non c'è neanche da fare la classifica dei buoni e dei cattivi; io credo che, in occasioni diverse, ci siamo trovati in un fronte e in altre, su quello opposto...
In definitiva il gruppo non accetta, anzi rigetta, gli individui  che deviano rispetto alle norme stabilite dal gruppo (Levine, 1980).
Per quanto riguarda me stesso, tutto questo posso dirlo senza alcun dubbio e tema di dissenso.

 








venerdì 14 gennaio 2011

Il Premio o la Strada

Qualche volta è già difficile mantenere alte le motivazioni quando si affronta un progetto desiderato; a maggior ragione è ancora più problematico farlo quando, per un motivo qualunque il progetto non risponde più alle proprie aspettative.
Quando dico "progetto" non necessariamente mi riferisco al lavoro (anche), rientra nel discorso anche l'attività fisica (andare a correre due volte la settimana) o il controllo della quantità e qualità del cibo ingerito, o ancora l'anno scolastico o una graziosa casetta da ristrutturare;
Di fatto abbiamo due modi diversi per affrontare le situazioni.
Il primo è mettere a fuoco il risultato finale: il “premio”.
Per esempio: alla fine del progetto avrò nuovamente il mio peso forma o avrò superato l'esame di maturità e potrò scegliere il mio futuro sarò finalmente in pensione e potrò dedicarmi con più frequenza alle mie passioni, la mia casa sarà nuovamente abitabile.
Trovare il premio è quindi "vedere" che la mia vita sarà, in quell'aspetto, migliore; avrò dei benefici.
Il secondo approccio mette a fuoco la “strada”.
Sembra bello da dire, ma in realtà significa concentrarsi sulla fatica che è necessario sopportare, sul tempo che manca e non passa mai (magari facendo un conto alla rovescia infinito),  sul rimpianto verso altre soluzioni che avrebbero potuto essere migliori...
Probabilmente è ingenuo e semplicistico pensare di potersi concentrale solo sull'approccio "premio" ed è più vero che i due aspetti sono entrambi vivi; certamente privilegiare e coltivare il primo dei due cambia completamente la qualità della vita quotidiana e alla fine infuenza positivamente il raggiungimento stesso dell'obiettivo (evitare il "mazziato e cornuto").
Già altre volte ho letto che la nostra mente ha bisogno di pensieri positivi, deve essere incoraggiata! Se continuamente mi ripeto: "Non ce la farò"; "E' troppo faticoso"; "Che noia"; "Se avessi..." è possibile che mancherò il risultato.
In alternativa, come una piccola goccia di acqua che col tempo costruisce cattedrali, ripetersi frasi positive dovrebbe accrescere la motivazione.
Noi tutti tendiamo ad evitare il dolore e a ricercare il piacere: è una legge naturale.
Per questo, il segreto della motivazione è tutto nel modo in cui decidi di catalogare la scelta che ti si pone davanti.
Se metti il tuo progetto nella casellina “dolore”, il tuo sistema mentale farà di tutto per evitarlo. Ma se riesci a spostarlo nella casellina “piacere” avrai generato una fonte inesauribile di motivazione per raggiungere il tuo obiettivo!


martedì 6 luglio 2010

Grano e zizzania

Arrivati ad una certa età ci si guarda indietro per rivedere episodi e scelte fatte nel passato che hanno influenzato e influenzano ancora il presente.

Ho scritto "arrivati ad una certa età", ma, a ben vedere, qual è questa età non è per niente definibile; una riflessione di questo tipo si può fare a trenta, quaranta a cinquantasette anni e oltre.

Bene, in qualsiasi momento, si guarda indietro e si fantastica su come sarebbero andate le cose se avessi o non avessi fatto qualcosa; se avessi o non avessi subito l'influenza di quella persona o di quel gruppo; se non mi fossi infervorato dietro quella ideologia; se avessi avuto più o meno coraggio; se avessi seguito il cuore piuttosto che la testa o viceversa; se fossi stato più deciso o più flessibile; più tollerante o più intransigente.

A questo proposito, in questi giorni, mi e venuta in mente una storiella che riporta Matteo in 13.24-30


"...un uomo ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania? Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo. E i servi gli dissero: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio. » "

Io la capisco così:

Il "campo" siamo noi stessi, la parte più profonda dove risiede il nostro essere (là dove ognuno di noi può dire io sono io); il "seme" buono è tutto quello che abbiamo pensato, fatto, deciso, accettato, seguito e condiviso durante la nostra vita con l'intenzione sincera di voler trovare la verità su noi stessi, di avanzare nel percorso della propria strada, nell'aumentare la consapevolezza interiore, nel ricercare il meglio per noi/di noi e per le persone che amiamo, le nostre scelte, i nostri valori.

Guardarsi indietro e trovare errori, fallimenti, tradimenti, meschinità, rimpianti, amarezze e illusioni è, nè più nè meno, la stessa esperienza descritta da quell'uomo che scopre che nel suo campo la zizzania è cresciuta insieme al grano.

Se si potesse, si vorrebbe andare, senza indugio, ad estirpare quelle zolle del passato nelle quali non ci riconosciamo più, ma non è possible farlo.

Le radici del nostro passato (che portano fino al nostro presente) sono cresciute intrecciando in modo irreversibile, grano e zizzania. Togliere l'erbaccia comporterebbe estirpare anche la parte buona; e allora sarebbe estirpare se stessi, perdere la propria identità.
L' "Io sono io" include tutto.

"Lasciate che l'una cresca insieme all'altra": la semplicità e la saggezza di queste parole mi impressiona.
Nella stagione della vita bisognerebbe essere capaci di attendere.

Ci sarà la mietitura - alla fine della nostro percorso - quando grano e zizzania potranno essere separate e potremo godere del meglio di noi stessi, un meglio unico che riconosceremo essere la nostra vera essenza.

Qualche sera fa, prima di dormire sono andato a "vedere" il mio campo.
A vent'anni ho trovato zizzanie dalle radici profonde e grano resistente e sano. A trenta delle altre spighe di grano splendente come l'oro e fecondo ma anche altra erbaccia: A quaranta e cinquanta la stessa situazione...

Non serve raccontare qui le mie zizzanie e il mio grano perchè sarebbe lungo e perchè sono la mia "foglia nascosta nella foresta".
In fondo il discorso è semplice e non nuovo. Bisogna arrivare al punto di accettare intimamente se stessi, tutto errori inclusi.


martedì 12 gennaio 2010

Saper Ascoltare

Ero convinto di possedere una buona capacità di ascolto.
Ho sostenuto questa tesi anche in presenza di amici, mentre esponevo le mie difficoltà nel saper "vedere".
Poi ieri sera ho fatto (casualmente) un test su un sito, che però preferisco non pubblicizzare perché offre servizi a pagamento.

Il risultato è stato al di sotto delle mie aspettative.

Alcune domande mi hanno particolarmente colpito:
  • Ti interessa capire a fondo il punto di vista dell'altro quando è diverso dal tuo?
  • Impari "qualcosina" da ogni persona che incontri?
  • Precedi mentalmente la persona che sta parlando, smettendo di fatto di ascoltare?
  • Quando ascolti riesci a non giudicare, non criticare, non consigliare?

E' proprio vero che ascoltare è un'arte... Mi consola pensare che c'è sempre tempo per migliorare la tecnica ma soprattuto per cambiare l'atteggiamento interiore.

domenica 20 dicembre 2009

Essere veramente concreti

Ho letto che per essere una persona veramante concreta, che non equivale semplicemente a darsi da fare, a muoversi, a riempire i vuoti e lo spazio di parole, perchè in questo caso si tratterebbe di nevrosi, per essere una persona veramente concreta, dicevo, ci vuole un equilibrio fra visione, ascolto, decisione e azione.

Cioè un equilibrio fra occhio, orecchie, cuore e mani.

Occhio, per saper riconoscere le situazioni intorno a sè.
Orecchio, per saper ascoltare le necessità.
Cuore, per saper prendere le decisioni.
Mani per mettersi all'opera.

Abbiamo fatto un "giochino" insieme ad altre famiglie amiche, cercando di scoprire in cosa difettavamo ognuno di noi.

Io per esempio difetto nel vedere; cioè ci metto un po' ad avere una visione delle cose fuori di me o capire che c'è bisogno del mio intervento. Qualche esempio banale: "Mariateresa dov'è il sale? L'ho cercato dappertutto!" ...e normalmente è esattamente davanti alla punta del naso. Oppure per strada mi immergo nei miei pensieri e rischio di non riconoscere il vicino di casa che incrocio, e ancora, ci metto un po' a capire se una persona è in difficoltà, se non me lo dice apertamente... Poi per il resto vado meglio, ascoltare, decidere e fare sono più nelle mie corde giuste.
Ma non per tutti è così: c'è chi raccontava che sa arrivare a prendere decisioni e poi non conclude (mancano le mani);
oppure chi si trova bloccato dai dubbi al momento di prendere una decisione (cuore);
chi non ha un orecchio sviluppato, cioè non sa ascoltare gli altri e quindi la dimensione "altro" rimane sottosviluppata".

Suggerimento: perchè non ci pensate?
Bastano 10 minuti da soli. Si può fare in tram, in coda, in poltrona, ed è un'occasione per conoscere meglio se stessi.
Se poi avete voglia di lasciare una traccia, grazie sono un po' curioso.

domenica 13 dicembre 2009

ciclo di vita della famiglia

Ieri abbiamo invitato all' Itinerario di formazione per il matrimonio, la dott.ssa Lucia Corsiglia.
Psicologa impegnata, fra l'altro, in attività di consulenza nell'ambito familiare.
Abbiamo ascoltato la sua presentazione sul ciclo di vita della famiglia, cioè l'identificazione dei momenti critici nel percorso di una coppia (Carter e Mc-Goldrick).
1. Da idealizzazione al progetto: fase di formazione, antecedente alla formazione della famiglia 2. Formazione della famiglia: coppia appena sposata 3. Stadio con bambini piccoli (in particolare nascita del primo figlio) 4. Figli adolescenti 5. Distacco dei figli 6.Pensionamento e vecchiaia

Ognuna di queste fasi comporta dei cambiamenti che - in dipendenza al modello di coppia e a quello genitoriale, possono nascondere delle insidie ed essere nodi di crisi, di rottura...ma anche opportunità di crescita e maturazione.

Secondo un modello transazionale i modelli di coppia potrebbero essere - a grandi linee -
IO-TU (genitore dominante e genitore svalutato)
TU-T
U (genitori poco autorevoli) IO-IO (genitori rigidi) Modello NOI (genitori autorevoli)

Come affrontare la sfida, il lavoro necessario per amarsi per sempre?
Io riassumo tre parole chiave che ho colto.
MEMORIA: cioè non perdere mai di vista il momento iniziale, quel periodo magico che ci ha fatto scegliere lei/lui. Ricordarlo a se stessi, raccontarlo ai figli, celebrarlo. E' un punto di riferimento per i momenti difficili.
CONSAPEVOLEZZA: stare insieme è un cammino e, come si fa quando si va in montagna, occorre conoscere quali potrebbero essere i punti critici, è necessario attrezzarsi in anticipo, conoscere le insidie.
COMUNICARE: concretamente significa allenarsi ogni giorno parlando di sé e di noi. Una comunicazione che non si limiti ai fatti ma alla condivisione dell'esperienza: come sto? cosa sento? Quale sensazione provi? [pensare alla differenza fra dire: "Tu mi trascuri" o "Mi sento trascurato"]

lunedì 29 giugno 2009

Volersi bene fa star bene

Sembra uno di quei teoremi di logica che si studiano a scuola:

"Una relazione soddisfacente riduce gli effetti negativi dello stress sulla nostra salute. Ma una relazione insoddisfacente, invece, li amplifica".
(Repubblica 29/06/09)

Invece si sta parlando della relazione interpersonale in una coppia e lo stess di cui si parla è quello accumulato durante la permanenza al lavoro.

La nota positiva di queste notizia è che è l'affermazione è frutto di uno studio psicologico su 900 persone condotto all'università di Goteborg da Ann-Christine Andersson Arntén.
Dopo essere stato sottoposto ad uno stess un corpo deve recuperare e ricaricarsi. Se non c'è la possibilità di recuperare le riserve del corpo si svuotano e la salute ne risente.
Si potrebbe dire che volersi bene fa da cuscinetto nei confronti dello stress, purchè lo stress non sia generato all'interno della coppia stessa...

Poichè, sempre Repubblica (01/12/2008) , aveva citato un'altro studio secondo il quale le scappatelle hanno una funzione antistress, (che visione miope) la nuova indicazione mi sembra un deciso passo in avanti.

L'attuale situazione di crisi economia con le crescenti paure sulla perdita del posto di lavoro, amplifica l'attualità di questo studio e, secondo me, amplifica pure la lungimiranza della dottrina della chiesa cattolica che in fatto di relazione d'amore all'interno di una coppia di sposi, ha dei tesori che vengono spesso ignorati, svalutati e sostituiti da valutazioni preconcette.

venerdì 12 giugno 2009

Madre interiore, forza rigeneratrice


Nostra Signora non è un essere magico, una fatina buona. Non è una statua in sala.
E' una cosa che si trova dentro di te.

Tu devi trovare la madre dentro te stessa. Tutti noi dobbiamo. Anche se abbiamo già una madre. Tutti noi dobbiamo comunque trovare questa parte dentro di noi.

Non è necessario che posi la mano sul cuore di Maria per trovare la forza, consolazione, salvezza e tutte le cose che servono nella vita.
Puoi metterla proprio qui sul tuo cuore.
Quando non sei sicura di te stessa quando ti senti frenata dal dubbio e dalla quotidianità è lei che ti dice: " Alzati subito e vivi la vita appieno"
Lei è il potere che c'è in te. E' qualsiasi cosa contribuisca ad allargarti il cuore, anche questo è Maria, non solo il potere ma anche l'amore che porti dentro.
Quando ci arrivi, quello è l'unico scopo nella vita dell'uomo.
Non solo amare, ma persistere nell'amare.
Questa Maria sta nel tuo cuore tutto il giorno e ti dice: "Tu sei la mia casa per sempre, non avere paura mai".

La vita segreta delle api (Sue Monk Kidd)

Non voglio commentare il libro che comunque mi è piacito moltissimo, nè il film, che dicono essere melenso e che vedrò appena possibile.
Di madre-interiore parla la psicologia nella formazione dell'Io, ne parlano gli gnostici descrivendo la relazione con la divinità; è pure un tema caro alla New Age e alle spiritualità orientali.

Per quanto mi riguarda la pagina del libro che ho trascritto "quasi" fedelmente mi ricorda la Resilienza: "Ce la puoi fare" dobbiamo ricordare a noi stessi ogni volta che possiamo.
Non esiste un agente esterno, alieno o magico che possa sostituire le proprie risorse interiori.

Senza nulla togliere alla piccola-grande Maria che la religione cristiana ci ha aiutato a conoscere, valorizzare e proporre come modello.

giovedì 14 maggio 2009

Indicatori per misurare il sano litigio

Qualcuno si scandalizza se scrivo che in una coppia per andare d'accordo bisogna litigare?
Per essere preciso dovrei dire che bisogna saper litigare.
Ci sono persone che lo sanno fare istintivamente ma altre proprio no:o si tengono tutto dentro e prima o dopo esplodono malamente o trasformano ogni situazione in una nuova occasione di risentimento.
Io non fatico a credere che esista un "sano litigio".
Naturalmente c'è chi queste cose le studia seriamente e può mettere a disposizione delle tecniche per conoscersi e per governare i momenti di tensione.

Chi studia i sistemi o i processi aziendali sa invece che nei punti critici si dispongono delle sonde, cioè degli indicatori. Si tratta di strumenti che, a colpo d'occhio, danno l'idea istantanea del "buon" funzionamento. Basta pensare a un caso che abbiamo tutti sottomano: l'automobile.
Un termometro sul cruscotto è pronto a segnalarci una temperatura dell'acqua eccessiva, un indicatore tiene sotto controllo il numero di giri del motore: oltre la tacca rossa o cambi marcia, o molli l'acceleratore o vai fuori giri, e così via.

Potremmo pensare di costruirci un piccolo set di indicatori da consultare quando scoppia una di quelle tipiche controversie di coppia: programma del weekend, lavori fai-da-te trascurati, ore trascorse davanti al computer. Improvvisamente può spuntare la frase maligna:
"Non cambierai mai",
"sei come tua madre",
"non capisci niente",
"se va avanti così basta",
"ce l'hai con me".
Non vado oltre, il campionario è interminabile.

Ed ecco allora la mia proposta. Installare qualche "indicatore" da tenere sotto controllo:

Se uno solo di questi segnalatori va nella zona rossa, cambiare marcia, rallentare, fare reset, insomma qualcosa non funziona, possiamo esserene consapevoli.

Magari ne progetto qualcun altro.

domenica 22 marzo 2009

Regole per la felicità

Ancora qualche appunto sulla Resilienza psicologica.

La gente non è distrurbata dalle cose in sè, ma dall'opinione che ha di esse. (Epitteto)

La filosofia di Epitteto viene riassunta nella regola aurea della felicità:
  • Tra le cose che esistono, alcune dipendono da noi, le altre non dipendono da noi.
  • Se credi che le cose che dipendono da te non possono essere manipolate e che le cose che ti sono estranee siano tue, ti troverai in uno stato di tristezza e di inquietudine, e rimprovererai dio e gli uomini. Se al contrario pensi che sia tuo solo ciò che è tuo, e che ciò che ti è estraneo - come in effetti è - ti sia estraneo, nessuno potrà più esercitare alcuna costrizione su di te, nessuno potrà più ostacolarti, non muoverai più rimproveri a nessuno, non accuserai più nessuno, non farai più nulla contro la tua volontà, nessuno ti danneggerà, non avrai più nemici, perché non subirai più alcun danno".

Queste cose sono state scritte duemila anni fa!

tratto da "Resisto dunque sono":

Ognuno di noi filtra e seleziona gli stimoli che riceve dall'esterno accettando soltanto quelli che ritiene utili o importanti. La realtà oggettiva esiste, ma noi viviamo in un mondo che è una interpretazione effettuata a partire dal reale.
...la sensazione che arriva in coscienza: "Ho ancora energia" o "non ce la faccio più" è il risultato di una complessa elaborazione personale.

Ci sono persone che vengono distrutte da piccoli contrattempi mentre altri sopravvivono egregiamente a catastrofi planetarie.
Le persone non sono stressate dagli eventi in sè, ma dal modo in cui li interpratano.
Di fronte a un problema posso focalizzarmi sull'immensità della mia sfortuna; oppure sulle risorse che dispongo per tentare di risolverlo, occorre rivoluzionare il nostro mod di guardare alla realtà per trovarne uno più funzionale ed efficace.
Gli individui si potrebbero classificare in base a dove posizionano il controllo (il timone) della propria vita: se internamente o all'esterno. Se è all'interno: farcela o non farcela dipende da me altrimenti dipende dal fato, dal caso, dalla fortuna.

venerdì 13 marzo 2009

Come sviluppare la speranza, ops... la resilienza

Ancora sulla resilienza.
Non ho ancora finito di leggere il libro, perché purtroppo il tempo a disposizione è sempre di meno, ma quest'idea della Resilienza mi appassiona sempre di più.
Sarà perché in giro non si sente dire nient'altro:
bisogna lavorare di più e con maggior impegno; i risultati produttivi ed economici sono sempre più negativi; i tagli delle risorse umane sempre più vicini...
Sarà senz'altro per questi motivi che si sente il bisogno di appigliarsi a qualcosa di solido, come uno scalatore che affronta una parete con la forza delle sue mani e dei suoi scarponi. Bisogna rincorrere qualche pensiero positivo che permetta di vedere il futuro con un briciolo di speranza... in modo da fermare i pensieri sui fatti reali e non sulle fantasie, sulle paure, sulle ansie.
Appunto come la resilienza.

Segnalo e riporto altre idee trovate su http://www.percorsiinteriori.it/psicologia/resilienza.htm

La Resilienza: consigli per i momenti difficili.
Tratto da: "The Road to Resilience" - American Psychological Association -
http://helping.apa.org/featuredtopics/feature.php?id=6

....
Accrescere la resilienza è un percorso personale. Un approccio che funziona per una persona potrebbe non funzionare per un’altra. Le persone usano varie strategie, anche come riflesso di differenze culturali.

Come sviluppare resilienza:

Crea rapporti. Buone relazioni con i familiari più prossimi, con gli amici, o con gli altri, sono importanti. Accettare aiuto e sostegno da chi è interessato a voi e vi ascolta rafforza la resilienza. Alcune persone trovano che essere attivi in gruppi civici, organizzazioni religiose, o altri gruppi locali fornisca supporto sociale e che possa aiutare a recuperare speranza. Assistere gli altri nel momento del bisogno può beneficiare anche chi aiuta.

Evita di vedere le crisi come problemi insormontabili. Non puoi cambiare il fatto che eventi altamente stressanti succedano, ma puoi cambiare come interpreti e rispondi agli stessi. Prova a guardare oltre al presente e a come le circostanze future possono essere un po’ migliori. Fai attenzione a qualsiasi esile possibilità di stare un po’ meglio quando hai a che fare con situazioni difficoltose.

Accetta il fatto che il cambiamento è parte della vita. Certi obiettivi possono non essere più conseguibili per effetto di circostanze avverse. Accettare le situazioni che non possono essere modificate può aiutarti a focalizzarti su quelle che puoi cambiare.

Muoviti verso i tuoi obiettivi. Sviluppa obiettivi realistici. Fa’ qualcosa regolarmente, anche se sembra una realizzazione piccola, che permetta di muoverti verso i tuoi obiettivi. Invece di focalizzarti sui compiti che sembrano irrealizzabili, domanda a te stesso, " Che cosa posso compiere oggi che mi aiuti a muovermi nella direzione in cui voglio andare?".

Compi azioni decise. Nelle situazioni avverse, per quanto puoi, agisci. Compi azioni decise, piuttosto che staccarti completamente dai problemi e dalle fonti di stress e desiderare soltanto che scompaiano.

Cerca opportunità per imparare. Le persone spesso imparano qualcosa su loro stesse e osservano come, per certi aspetti, nella lotta con la perdita sono cresciute. Molte persone che hanno avuto esperienze tragiche ed avversità, hanno conseguito miglioramenti nelle relazioni, un più ampio senso di forza personale anche in momenti di vulnerabilità, un incremento di autostima, una più sviluppata spiritualità, e un maggiore apprezzamento per la vita.

Nutri una visione positiva di te stesso. Accrescere la fiducia nella capacità di risolvere problemi e fidarsi dell’aiuto del proprio istinto sviluppa resilienza.

Mantieni le cose in prospettiva. Anche quando si fa fronte a eventi molto dolorosi, prova a considerare le situazioni stressanti in un più ampio contesto e mantieni una prospettiva di lungo periodo. Evita di gonfiare oltre misura gli eventi.

Mantieni una visione fiduciosa. Una visione ottimistica ti permette di aspettarti che nella tua vita succedano buone cose. Prova a visualizzare quello che vuoi, piuttosto che preoccuparti di quello che temi.

Prenditi cura di te stesso. Presta attenzione ai tuoi bisogni e ai tuoi sentimenti. Impegnati in attività che ti piacciono e che trovi rilassanti. Esercitati regolarmente. Prenderti cura di te stesso aiuta a mantenere la tua mente e il tuo corpo pronti per affrontare le situazioni che richiedono resilienza.

Impara dal tuo passato. Focalizzare le passate esperienze e fonti di forza personale può aiutarti a capire quali strategie potrebbero funzionare per accrescere la resilienza.

Altri modi per rafforzare la resilienza possono essere d’aiuto. Per esempio, alcune persone scrivono riguardo ai loro pensieri e sentimenti più profondi relativi al trauma o agli altri eventi stressanti della loro vita. La meditazione e le pratiche spirituali aiutano alcune persone a sviluppare un senso di connessione e a riacquistare speranza.

La chiave è individuare i modi più adatti e che funzionano meglio, nell’ambito della tua personale strategia per favorire la resilienza.

domenica 1 marzo 2009

Che stress!

"Che stress, non ce la faccio più!"

Quante volte mi capita di dirlo o di pensarlo.

Mi sono imbattuto ed ho appena comprato un libro di Pietro Trabucchi, Resisto quindi sono.
Mi intriga la presentazione:
"Noi siamo costruiti per convivere quotidianamente con lo stress. A questo scopo possediamo dentro di noi, come un dono, un insieme di risorse che abbiamo ereditato dal passato e che costituiscono la nostra «resilienza». Ed è la resilienza la norma negli esseri umani, non la fragilità; la resilienza psicologica, ovvero la capacità di persistere nel perseguire obiettivi difficili, fronteggiando in maniera efficace le difficoltà che ci si presentano."

La parola chiave è RESILIENZA , che, capisco dalle prime righe, non è come quando ti dicono che di fronte alle difficoltà devi resistere, resistere, resistere (quello mi sembra il sistema migliore per spezzarsi le ossa ed è qualcosa che direi di aver già provato...).
Ma il termine non mi suona nuovo; è un concetto sepolto insieme a qualche esame nel tempo degli studi universitari. Breve ripasso:
  • in ingegneria, la resilienza è la capacità di un materiale di resistere a forze di rottura.
  • in psicologia, la resilienza viene vista come la capacità dell'uomo di affrontare e superare le avversità della vita.
Poi ancora leggo da www.italy-news.net/Editoriali/Fiorentini/resilienza.htm

La resilienza é più della semplice capacità di resistere alla distruzione proteggendo il proprio io da circostanze difficili, é pure la possibilità di reagire positivamente a scapito delle difficoltà e la voglia di costruire utilizzando la forza interiore propria degli esseri umani. Non é solo sopravvivere a tutti i costi, ma é avere la capacita di usare l´ esperienza nata da situazioni difficili per costruire il futuro.

Le caratteristiche della resilienza sono sette:
· “insight” o introspezione: la capacità di esaminare sé stesso, farsi le domande difficili e rispondersi con sincerità
· Indipendenza: la capacità di mantenersi a una certa distanza, fisica e emozionale, dei problemi, ma senza isolarsi.
· Interazione: la capacità per stabilire rapporti intimi e soddisfacenti con altre persone.
· Iniziativa: la capacità di affrontare i problemi, capirli e riuscire a controllarli.
· Creatività: la capacità per creare ordine, bellezza e obbiettivi partendo dal caos e dal disordine.
· Allegria: disposizione dello spirito all´ allegria, ci permette di allontanarci dal punto focale della tensione, relativizzare e positivizzare gli avvenimenti che ci colpiscono.
· Morale: si riferisce a tutti i valori accettati da una societa in un´ epoca determinata e che ogni persona interiorizza nel corso della sua vita.

Penso di ritornare sull' argomento dopo la lettura del libro.

sabato 17 gennaio 2009

Test sulla relazione di coppia

Mai sentito parlare del Test di Rorschach?

Il test consiste nel far vedere ad un soggetto delle macchie astratte; per ciascuna di esse viene chiesto di esprimere tutto ciò che fa venire in mente.

Non esistono risposte giuste o sbagliate, ma in base all' interpretazione delle macchie è possibile delineare un profilo di personalità e identificare eventuali nodi problematici del soggetto. È un test molto usato per esplorare le dinamiche interpersonali.

Un amico qualche giorno fa mi diceva: "Quando un uomo e una donna si incontrano sono come due forme geometriche accostate; poi con gli anni si amalgamano come un puzzle dove una tessera si incastra nell'altra ...".
Nella mia mente ho visualizzato questa immagine e questa sera ho voluto giocare a rappresentarla. Purtroppo in "arti grafiche" sono una schiappa.

Comunque vi sottopongo qui sotto, 9 quadri che potrebbero rappresentare 9 differenti dimamiche relazionali in una coppia.
Chi ha voglia provi a descriverle per conto suo.
La mia interpretazione è nel prossimo post.

Sia ben chiaro che è solo un gioco e il test non ha nessun valore scientifico (c'era bisogno di dirlo?)



giovedì 15 gennaio 2009

Ci guardiamo e ci capiamo

Ieri raccontavo ad alcuni amici un aneddoto accaduto nel lontano 1982 a me e MariaTeresa.
Eravamo sposati da meno di due anni e probabilmente non ancora consapevoli che una profonda intesa in una coppia è qualcosa che si consolida solo nel tempo.

Erano le 21.00 di un caldo Agosto e noi avevamo il problema di trovare un albergo dove passare la notte in quel di Perugia.
Ci imbattiamo in un Hotel Grifone. "Bel nome, ricorda Genova, potremmo fermarci."
Avviandoci verso la Reception ci rendiamo conto dall'arredo che le tariffe potrebbero essere troppe alte per le nostre possibilità, allora ci fermiamo e prendiamo una decisione che sembra scontata e facile:
"Entriamo, chiediamo i prezzi, poi ci guardiamo negli occhi, ci capiamo e decidiamo di conseguenza".
Via decisi.
La camera matrimoniale costa 50.000 Lire; non è affatto a buon mercato, sarebbe meglio fare un altro tentativo. Guardo MariaTeresa e leggo nei suoi occhi le parole: "Però è tardi... siamo stanchi... c'è un caldo torrido.. in fondo è per una notte...".
Dentro di me sento montare una irritazione, mi controllo e dico all'addetto: "Va bene ci fermiamo".
A testa bassa per frenare il disappunto mi avvio verso l'ascensore seguito dalla mia compagna.
Le porte dell'ascensore si chiudono e subito Mariateresa mi apostrofa: "E' troppo caro dovevi rifiutare. Io ti ho guardato per farti capire ma i tuoi occhi dicevano che è tardi... che siamo stanchi... che c'è un caldo torrido.. che in fondo è per una notte...".

Insomma non ci eravamo capiti proprio per niente.

mercoledì 3 gennaio 2007

Non mi toccate le penne

Non è una battuta di Paperino mentre viene spiumato in una delle sue solite sfortunate avventure. Non sono cioè le piume di un volatile.

Non pensate neppure a un gruppo di persone attorno ad una tavola imbandita. Non mi riferisco ad un famoso tipo di pasta molto adatto per raccogliere il sugo. Ve l'immaginate la scena? Un piatto fumante e profumato, una forchetta malandrina che rompe l'incanto affondando in quel ben di Dio e un uomo che urla: "Non mi toccate le penne!". No, non sto parlando, quindi, di penne rigate o lisce, pennette o maccheroncini.
Beh! Sono un informatico, qualcuno potrebbe immaginare una disquisizione sulle penne digitali, quei piccoli dispositivi di memoria che si connettono tramite una porta USB. Ma io non sto parlando di informatica.

Se dicessi: "Non mi toccate le penne e le matite" sarei più preciso e chi legge capirebbe subito il contesto.
Ci siamo, parlo di penne che servono per scrivere.

E, quello che voglio dire, è che sono molto geloso delle mie penne e delle mie matite.
E' per me motivo di tensione scoprire che la matita e la penna che regolarmente sono adagiate nel mio comodino sono state utilizzate da qualcuno in famiglia e non rimesse al loro posto.
Ma anche lo schermo del computer di casa deve avere una sua penna a portata di mano.
Non sopporto di doverne cercare una nelle varie stanze della casa quando ho urgenza di prendere un appunto. Nel caso del computer sono arrivato a legare una penna con una cordicella al piano di lavoro, in modo che non venga inavvertitamente persa.
Inutile aggiunge che anche vicino al telefono, o meglio, dentro l'agenda dei numeri telefonici, una penna ci starebbe proprio bene.
La matita poi ha un suo ruolo ben definito. Io dico a tutti che è una mania degli ingegneri, che ci hanno tirato su ad equazioni differenziali e matite.
Ciò che si scrive con la matita si può correggere senza buttare lo scompiglio nel foglio, è l'ideale per progettare; provateci con la penna!
Pur non avendo speso mai cifre importati per questo accessorio, devo confidare che è più facile trovarmi a sbavare davanti alla vetrina dove sono esposte le Mont-BlanK che davanti ad una gioielleria.

Ammetto, in casa sono abbastanza stufi delle mie reprimende riguardanti un uso politicamente corretto delle penne e mio figlio Antonio, che morsica le matite e i cappucci delle biro, riceve tutta la mia più decisa disapprovazione.

Ma a guardare bene (nel pozzo di internet) si scopre che la parola penna ha tantissimi significati (wikipedia)

  • Rimetterci le penne (morire o subire danni gravissimi)
  • Dar di penna (cancellare)
  • Lasciare qualcosa nella penna (dimenticarsi di scrivere qualcosa) (A me capita già di dire: mi è rimasto nel mouse)
  • Uomo di penna (di persona colta, istruita)
  • Saper tenere la penna in mano (chi sa scrivere in bella prosa è una buona penna)
  • Ne uccide più la penna della spada (indica la potenza dei mass-media)
Comunque il mio "non mi toccate le penne", più che associarlo a facili riferimenti all'organo sessuale maschile, o ridurlo ad una piccola nevrosi, mi sembra un vero e proprio messaggio. Legato al desiderio di potenzialità della vita, alla voglia di potersi esprimere senza inceppamenti, in tutte le situazioni. Ed anche un avvertimento che segnala la presenza di confini negli spazi che chi vive insieme deve ritagliarsi dando e ricevendo amore.

Per finire, se a qualcuno fosse venuta voglia di conoscere la storia della penna consiglio tre link.
qui e qua e quo (così chiudo con tre "pennuti").

domenica 31 dicembre 2006

Gli attimi fuggenti

(Sogno 23/12)

Voglio fare una fotografia. Deve essere uno scatto speciale, devo trovare un'inquadratura efficace. Il gruppo di persone da fotografare è interessante, ma devo cogliere l'attimo giusto per fissare un'espressione particolare, un gesto significativo...
Sono tutti in posa, sembrano pronti, ma io non sono ancora soddisfatto, li faccio spostare una volta di più, per curare un dettaglio, per accrescere la tensione emotiva.
Poi improvvisamente è troppo tardi, il momento magico è fuggito, la foto è sorpassata non ha più alcun interesse.


(Sogno 29/12)

Vado a parlare con una persona che conosco da tanto tempo, è una persona speciale con cui c'è molta confidenza, che mi conosce profondamente.
Non sono solo, ho portato con con me tutta la famiglia e siamo seduti intorno ad una tavola apparecchiata. Una grande tovaglia a quadri rossi e bianchi, qualche bottiglia piena e dei bicchieri pronti ad essere riempiti.
Il momento è carico di aspettative, mi aspetto il ritorno di ricordi, di aneddoti, di immagini, un senso inappagato di nostalgie, di frasi dette e non dette come succede a chi si conosce da tanto tempo.
Invece ricavo una sensazione di grande freddezza. Il tempo scorre via senza emozioni con un senso di disagio crescente.
Arriva il momento di salutarsi; mentre gli altri si allontanano, mi giro, faccio un passo indietro e dico "La prossima volta vengo da solo".




In entrambi i sogni ciò che manca è l'atmosfera giusta, è un qualcosa che nasce da dentro ed impedisce il ciak.

Fare ciak con una persona è una esperienza di condivisione fenomenale. E' più facile dire cosa non è, piuttosto che spiegare cosa è.
Chi l'ha provato sa che non si è più in-due, ma è come se un "terzo" prendesse forma. Un'area impalpabile ma ben definita, fragile a costituirsi ma nello stesso tempo capace di diventare coriacea e resistente al tempo.

Non si può studiare a tavolino, mettendo le persone al posto giusto come pedine, non si può costruire nell'affollamento degli affetti.
E' un tu-per-tu, una feconda comunione di menti, un gioco di soggettiva interazione a cui corrispondono rispecchiamenti, riflessioni ed emozioni.

E' qualcosa di così radicato nell'intimo della nostra cultura, che la Religione Cristiana ne ha fatto il cuore della propria Fede.
Due - che - s i- amano - così - profondamente - da - trasformare - il - loro - amore - in - persona: la Trinità.
Ma è anche un concetto che è, in qualche maniera, richiamato nella scienza quando si considerano i fenomeni di aggregazione della materia studiati dalla Cibernetica.
E ancora, più recentemente, la psicologia ha identificato nel rapporto paziente-terapeuta il concetto di terzo-analitico. Un soggetto dotato di "vita propria", generato dalla coppia analitica, il quale, nel creare un nuovo spazio non saturo, capace di simbolizzazione, modifica la realtà emotiva ed inconscia del paziente e dell'analista portandoli entrambi verso una crescita.

La realtà deve essere assai semplice: una inesauribile e incontrollabile spinta all'aggregazione è scritta nel cuore dell'umanità e di ogni singola persona. Perchè non sperare intimamente che il prossimo, sarà un anno "migliore"?

venerdì 20 ottobre 2006

Aver paura della propria ombra

Chi ha paura della propria ombra è considerato un debole, un vigliacco. Non solo non è in grado di affrontare un avversario reale ma vede nemici immaginari anche dove non ci sono.

Guardandosi in giro, sembra che il modello dominante sia essere super-eroi: avere successo, essere-determinati, dominare il gruppo, essere-vincenti.

L'ombra non è accettabile!

Eppure, chiedere conferma a qualsiasi psicologo: una sana autostima non passa da questo tipo di percorso; apparire sempre sicuri di sè e sforzarsi, con tutte le proprie energie, di ottenere questo risultato, non conduce ad avere una autostima, anzi è un segnale che dovrebbe allertare; attenzione: sei nella direzione opposta.

Cito, solo perchè sentito di recente da un concorrente di un reality-show eliminato:
volevo essere un supereroe, volevo dimostrarlo alla mia bambina...ho fallito.


Volevo essere un supereroe? Ma chi glielo ha messo in testa?
Volevo dimostrarlo? Ma possibile che ci creda veramente?
... a mia figlia? Oddio che premesse di infelicità!

Non voglio giudicare. Sarà perchè ho attraversato fasi della mia vita in cui l'imperativo era essere "perfetto" a tutti i costi, ma penso di avere sufficientemente chiaro che per stimare se stessi occorre sapersi riconciliare con le proprie debolezze, con le proprie ombre, occorre "l'accettazione della propria ombra" (imperfetta citazione di C.G. Jung).

Aver paura della propria ombra, mi sembra soprattutto aver paura a guardare dentro di sè.
Guardare dentro di sè significa anche riconciliarsi con la la propria storia, farla diventare il proprio capitale, assumersene la responsabilità.
La propria ombra fa paura - e come non potrebbe, rappresenta la parte oscura di noi, la parte più spregevole, più ripugnante, contiene i desideri innaccettabili alla coscienza - però si può aver coscienza che, in realtà, l'ombra è il luogo dove si cresce, (non il dossier del perfetto marketing, nè l'ultimo manualetto su "come essere felici").

E' vero che l'autostima ti rende indipendente dall'opinione che gli altri hanno di te, ma non per questo si porta con sè il frutto marcio dell'arroganza, dell'indifferenza, dell'aggressione verso il prossimo.

Considero i miei sogni l'ombra delle mie vere ombre; è nei ricordi dei sogni rimasti attaccati alla coscienza che intuisco le paure che si agitano nel mio cuore ed è attraverso la loro elaborazione che posso confrontarmi con i "valori" che ho consolidato nella mia vita, con i miei ideali, con la mia spiritualità, per continuare il mio personale percorso.

venerdì 5 maggio 2006

Via Valvassore

"Ma lei non abita più in via Valvassore?"

"Già, vero. Non abito più in via Valvassore"... "Però ci posso tornare quando lo desidero".

Come si torna davanti alla casa in cui si è cresciuti;
come si torna al ricordo dei propri genitori per rinnovare la loro immagine interiore;
come si torna dove si è imparato qualcosa su "come si cambia".