Le segnalazioni c'erano ed erano ben chiare, ma si sa come sono, a volte, gli automobilisti: le prendono sottogamba.
Un'indicazione di strada senza sbocco potrebbe essere solo un tentativo furbesco per farti allungare il percorso. Meglio provare.
E infatti la macchina supera facilmente una prima strettoia delimitata da paletti trasversali e pur avanzando lentamente sembra poter procedere spedita verso la strada statale che si intravvede a qualche decina di metri. Altro che fare inversione e tornare indietro di svariati chilometri, come suggeriva il cartello.
La macchina si arrampica su per piccolissima rampa sormontata da una tettoia, poi una curva strettissima verso l'uscita dall'altro lato, ma il veicolo si incastra. Una ruota pende oltre il bordo, la fiancata opposta è bloccata contro un muretto.
Impossibile andare avanti. Impossibile andare indietro.
Pochi metri più in là, il rombo delle macchine che passano sulla strada statale sembrano inviare un suono sordo e beffardo.
(sogno 12/2)
Appunti sparsi per documentare come si cambia; non perchè il tempo che passa ci invecchia, ma perchè ognuno può assecondare un profondo e intimo movimento interno. Cambiare è svelare progressivamente se stessi, essere consapevole delle proprie passioni, illuminare le relazioni con le persone che si amano.
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mercoledì 13 febbraio 2008
mercoledì 30 maggio 2007
Un paese senza speranza
L'auto imbrocca la strada asfaltata che indica la direzione del paese adagiato sulla collina.
Una strada stretta con l'erba ai lati che avanza rubando terreno al catrame che si sfalda.
Più avanti l'asfalto è solo un ricordo del tempo; la strada prosegue con ampi avvallamenti che costringono l'auto ad avanzare lentamente, inclinata da un lato, scossa. Un largo tornante e, proprio a qualche decina di metri dalle case, una frana blocca l'accesso. Come si fa a passare? Il conducente si gira, torcendo le spalle e la testa, e innesta la retromarcia. In effetti un po' più indietro, a lato della strada, si apre uno stretto anonimo passaggio di terra battuta, largo quanto basta per far passare una macchina. Da lì finalmente raggiunge il paese.
No, non è disabitato, qualcuno è seduto fuori dalla porta, alcuni negozi deserti sono aperti, c'è una piazza con automobili posteggiate.
Ma tutto l'insieme dà l'impressione di una grande stanchezza, di rinuncia, di attesa fatalistica.
Verrà il 2015, o forse il 2030 o un altro anno ancora e tutto cambierà. Ci saranno di nuovo ampie strade percorribili, la gente riacquisterà la sua vitalità; il paese rinascerà.
Ma tutto è raccontato monotonamente, come un sogno nel sogno. Impossibile credere che possa diventare realtà. Si preferisce ricordare un tempo migliore, un grande progetto di sviluppo irrealizzato, seduti sull'uscio si chiacchiera con l'ospite inatteso, lo straniero in automobile che si è preso la briga di arrivare fin lassù, dove il tempo sta chiudendo un sipario.
(sogno 30/5)
Un popolo, un paese, la singola persona, hanno bisogno di mete, per non implodere. Di un sogno da realizzare. La precarietà è come una bomba ad orologeria; trascina per una strada che parte dall'ansia e porta alla rassegnazione.
Una strada stretta con l'erba ai lati che avanza rubando terreno al catrame che si sfalda.Più avanti l'asfalto è solo un ricordo del tempo; la strada prosegue con ampi avvallamenti che costringono l'auto ad avanzare lentamente, inclinata da un lato, scossa. Un largo tornante e, proprio a qualche decina di metri dalle case, una frana blocca l'accesso. Come si fa a passare? Il conducente si gira, torcendo le spalle e la testa, e innesta la retromarcia. In effetti un po' più indietro, a lato della strada, si apre uno stretto anonimo passaggio di terra battuta, largo quanto basta per far passare una macchina. Da lì finalmente raggiunge il paese.
No, non è disabitato, qualcuno è seduto fuori dalla porta, alcuni negozi deserti sono aperti, c'è una piazza con automobili posteggiate.

Ma tutto l'insieme dà l'impressione di una grande stanchezza, di rinuncia, di attesa fatalistica.
Verrà il 2015, o forse il 2030 o un altro anno ancora e tutto cambierà. Ci saranno di nuovo ampie strade percorribili, la gente riacquisterà la sua vitalità; il paese rinascerà.
Ma tutto è raccontato monotonamente, come un sogno nel sogno. Impossibile credere che possa diventare realtà. Si preferisce ricordare un tempo migliore, un grande progetto di sviluppo irrealizzato, seduti sull'uscio si chiacchiera con l'ospite inatteso, lo straniero in automobile che si è preso la briga di arrivare fin lassù, dove il tempo sta chiudendo un sipario.
(sogno 30/5)
Un popolo, un paese, la singola persona, hanno bisogno di mete, per non implodere. Di un sogno da realizzare. La precarietà è come una bomba ad orologeria; trascina per una strada che parte dall'ansia e porta alla rassegnazione.
Pubblicato da
Vincenzo Trichini
alle
15:33
giovedì 24 maggio 2007
Un posteggio al mare
La ricerca di un posteggio per l'automobile è cosa complicata, uno vuole andare in spiaggia e magari trova il primo buco libero a qualche chilometro di distanza.
E' quello che succede a tanti turisti, ogni estate, in Liguria, ma anche la situazione di base in questo sogno (21/5).
Esco dalla macchina direttamente in costume, in mano impugno un paio di occhialini per proteggere gli occhi e un piccolo asciugamano. Pronto al tuffo!
Mi avvio nella direzione dalla quale ero venuto, fra case residenziali e piccoli negozi.
Costeggio una spiaggia sulla mia sinistra, ma non è la mia, alzo lo sguardo, c'è un promontorio da superare, il mio mare è oltre, dove il sole tramonta ad ovest.
Considero fra me e me che il posteggio era veramente lontano, non me ne ero reso conto. Quanti chilometri ho percorso? Davanti si estendono interminabili viali e isolati grattacieli turbano il volume degli spazi.
Strana città, mi rendo conto di essere in un paese arabo, che devo attraversare più volte un confine di stato delimitato da sbarre e soldati, che costeggia la strada.
Chiedo informazioni a frettolosi passanti, rigorosamente vestito del solo costume da bagno, ma il mio abbigliamento non è affatto normale e provoca imbarazzo agli altri e a me stesso. Inoltre la lingua è sconosciuta e solo qualcuno riesce a capire le poche parole francesi che io conosco e che provo a sillabare.
Finalmente incontro un volto dal tratto tipicamente occidentale e inglese. Beh, almeno qualcosa di più capisco. "Catch you, go". Pronuncia distintamente verso di me. Mi ritrovo in una stanza di albergo a guardare, sulla strada di sotto, installazioni paramilitari, accanto ad un creatore di slogan che fa le prove per inventarsi la migliore frase ad effetto da proporre ai suoi facoltosi clienti.
E' quello che succede a tanti turisti, ogni estate, in Liguria, ma anche la situazione di base in questo sogno (21/5).
Esco dalla macchina direttamente in costume, in mano impugno un paio di occhialini per proteggere gli occhi e un piccolo asciugamano. Pronto al tuffo!Mi avvio nella direzione dalla quale ero venuto, fra case residenziali e piccoli negozi.
Costeggio una spiaggia sulla mia sinistra, ma non è la mia, alzo lo sguardo, c'è un promontorio da superare, il mio mare è oltre, dove il sole tramonta ad ovest.
Considero fra me e me che il posteggio era veramente lontano, non me ne ero reso conto. Quanti chilometri ho percorso? Davanti si estendono interminabili viali e isolati grattacieli turbano il volume degli spazi.
Strana città, mi rendo conto di essere in un paese arabo, che devo attraversare più volte un confine di stato delimitato da sbarre e soldati, che costeggia la strada.
Chiedo informazioni a frettolosi passanti, rigorosamente vestito del solo costume da bagno, ma il mio abbigliamento non è affatto normale e provoca imbarazzo agli altri e a me stesso. Inoltre la lingua è sconosciuta e solo qualcuno riesce a capire le poche parole francesi che io conosco e che provo a sillabare.
Finalmente incontro un volto dal tratto tipicamente occidentale e inglese. Beh, almeno qualcosa di più capisco. "Catch you, go". Pronuncia distintamente verso di me. Mi ritrovo in una stanza di albergo a guardare, sulla strada di sotto, installazioni paramilitari, accanto ad un creatore di slogan che fa le prove per inventarsi la migliore frase ad effetto da proporre ai suoi facoltosi clienti.
Pubblicato da
Vincenzo Trichini
alle
08:42
lunedì 26 febbraio 2007
L'importanza del freno
La vecchia Cinquecento ha il freno a mano che non tiene. Quando già si conoscono le magagne, bisognerebbe essere prudenti.
Invece l'auto è posteggiata su una ripida discesa, in una strada che termina con un alto muro che delimita un orto.
Al volante, c'è un ragazzo adolescente, senza patente. Probabilmente gioca, sognando il giorno in cui potrà guidare veramente un'auto. Sicuramente è inconsapevole del pericolo. E infatti, qualche scossone di troppo e l'auto si mette in movimento prendendo progressivamente velocità. Panico.
Oramai il freno a mano non tiene più, è inutile continuare a tirarlo, ha completamente ceduto. Intervengo (ora al volante ci sono io in versione adulta) sullo sterzo girando con decisione il volante a destra e poi progressivamente tutto a sinistra. La macchina, prima rallenta la sua corsa, poi minacciando di ribaltarsi si ferma intraversata senza tuttavia schiantarsi contro il muro.
(Sogno 19/2)
Imparare a fermarsi è fondamentale. In questo sogno c'è voglia di lasciarsi andare ed effettivamente, con la fantasia, si può correre metaforicamente, come un pilota di rally, anche stando fermi.
Ma se la fantasia diventa realtà si sperimenta che la parte difficile non è "andare", ma piuttosto lo è "fermarsi". E' a quel punto che subentra anche la tecnica e l'esperienza accumulata.
L'ho provato con lo sci di fondo. Prima si impara a stare in piedi, a muoversi e, sembra di poter andare dovunque. C'è un binario scavato nella neve che ti protegge e vai.
Ma prima o dopo, una discesa con una forte pendenza, la trovi! Ti lasci andare e vai!
Ma prima o dopo, una discesa con una forte pendenza, che termina con una curva, la trovi!
E se la lezione per frenare e cambiare direzione (un colpo d'ala?) non l'hai ben assimilata, ti ritrovi aggrovigliato ad una rete di protezione arancione.
Volete sapere come ci si ferma con gli sci da fondo? Eccovi accontentati cliccare qui.
Invece l'auto è posteggiata su una ripida discesa, in una strada che termina con un alto muro che delimita un orto.
Al volante, c'è un ragazzo adolescente, senza patente. Probabilmente gioca, sognando il giorno in cui potrà guidare veramente un'auto. Sicuramente è inconsapevole del pericolo. E infatti, qualche scossone di troppo e l'auto si mette in movimento prendendo progressivamente velocità. Panico.
Oramai il freno a mano non tiene più, è inutile continuare a tirarlo, ha completamente ceduto. Intervengo (ora al volante ci sono io in versione adulta) sullo sterzo girando con decisione il volante a destra e poi progressivamente tutto a sinistra. La macchina, prima rallenta la sua corsa, poi minacciando di ribaltarsi si ferma intraversata senza tuttavia schiantarsi contro il muro.
(Sogno 19/2)
Imparare a fermarsi è fondamentale. In questo sogno c'è voglia di lasciarsi andare ed effettivamente, con la fantasia, si può correre metaforicamente, come un pilota di rally, anche stando fermi.
Ma se la fantasia diventa realtà si sperimenta che la parte difficile non è "andare", ma piuttosto lo è "fermarsi". E' a quel punto che subentra anche la tecnica e l'esperienza accumulata.
L'ho provato con lo sci di fondo. Prima si impara a stare in piedi, a muoversi e, sembra di poter andare dovunque. C'è un binario scavato nella neve che ti protegge e vai.
Ma prima o dopo, una discesa con una forte pendenza, la trovi! Ti lasci andare e vai!
Ma prima o dopo, una discesa con una forte pendenza, che termina con una curva, la trovi!
E se la lezione per frenare e cambiare direzione (un colpo d'ala?) non l'hai ben assimilata, ti ritrovi aggrovigliato ad una rete di protezione arancione.
Volete sapere come ci si ferma con gli sci da fondo? Eccovi accontentati cliccare qui.
Pubblicato da
Vincenzo Trichini
alle
22:04
martedì 19 dicembre 2006
In automobile per paesi e campagne
(Sogno del 17/12)
L' automobile è il mezzo ideale per attraversare i piccoli paesi sparsi nella campagna.
I filari d' alberi scorrono veloci, si superano i dossi, si fiancheggiano rivi d' acqua.
Un nuovo agglomerato di case appare e, rallentando vistosamente la velocità, mi inoltro fra le prime case.
C'è un incredibile attività lavorativa; dappertutto ponteggi improvvisati, secchi d' acqua, cumuli di ghiaia e cemento.
Dovunque giro lo sguardo ci sono muratori al lavoro, chissà, forse una ristrutturazione programmata...
Mi soffermo a guardare meglio perché mi rendo conto che gli attrezzi di lavoro, come cazzuole, picconi, carrucole, scarseggiano.
Un operaio, raccoglie con le mani un mucchio di cemento e lo lancia in alto contro il muro in costruzione; altri due cercano, goffamente, di issare una lastra di metallo che dovrà fare da tettoia, un' altro ancora impila dei mattoni in modo chiaramente incompetente...
Ora, mi rendo conto che tutte le attività in corso risultano essere precarie e confuse e qualcuno mi mette a conoscenza del fatto che tutto il paese è stato affidato a una volenterosa colonia di recupero di ex-carcerati.
Proseguo, riprendendo il viaggio con la macchina, ma è come se il disordine al quale ho appena assistito si fosse trasferito nell' atmosfera. L' aria, satura di polvere bianca come il cemento, disturba la respirazione e costringe a chiudere i finestrini dell' auto.
E' una nuvola di dimensioni enormi e, nello stesso tempo, sottile e spessa come la nebbia. Mette a disagio.
Arrivo in un altro minuscolo paese: la piazza e poche case intorno.
Entro in una abitazione; giusto in tempo, perché fuori inizia a piovere. Una pioggia sempre più insistente, sempre più fitta, sempre più violenta.
Fiumi d' acqua si formano nella strada e trascinano via ogni cosa. Vedo passare mobili, tronchi di legno, animali travolti dall' improvvisa piena, sono galline, cervi, maiali, tartarughe, un piccolo elefante.
Quando spiove il cielo è nuovamente limpido, non c'è traccia della nube di polvere.
Dalla dispensa prelevo un sacco ripieno di chicchi di mais per distribuirlo ad alcuni animali superstiti rimasti intrappolati fra i detriti lasciati dalla piena d' acqua.
Se non si dispone delle "risorse giuste" si fanno danni che rendono la vita impossibile.
Rimediare può essere oltre che necessario, doloroso. Ma dopo si può ritornare a percorrere le strade della vita.
L' automobile è il mezzo ideale per attraversare i piccoli paesi sparsi nella campagna.
I filari d' alberi scorrono veloci, si superano i dossi, si fiancheggiano rivi d' acqua.
Un nuovo agglomerato di case appare e, rallentando vistosamente la velocità, mi inoltro fra le prime case.
C'è un incredibile attività lavorativa; dappertutto ponteggi improvvisati, secchi d' acqua, cumuli di ghiaia e cemento.
Dovunque giro lo sguardo ci sono muratori al lavoro, chissà, forse una ristrutturazione programmata...Mi soffermo a guardare meglio perché mi rendo conto che gli attrezzi di lavoro, come cazzuole, picconi, carrucole, scarseggiano.
Un operaio, raccoglie con le mani un mucchio di cemento e lo lancia in alto contro il muro in costruzione; altri due cercano, goffamente, di issare una lastra di metallo che dovrà fare da tettoia, un' altro ancora impila dei mattoni in modo chiaramente incompetente...
Ora, mi rendo conto che tutte le attività in corso risultano essere precarie e confuse e qualcuno mi mette a conoscenza del fatto che tutto il paese è stato affidato a una volenterosa colonia di recupero di ex-carcerati.
Proseguo, riprendendo il viaggio con la macchina, ma è come se il disordine al quale ho appena assistito si fosse trasferito nell' atmosfera. L' aria, satura di polvere bianca come il cemento, disturba la respirazione e costringe a chiudere i finestrini dell' auto.E' una nuvola di dimensioni enormi e, nello stesso tempo, sottile e spessa come la nebbia. Mette a disagio.
Arrivo in un altro minuscolo paese: la piazza e poche case intorno.
Entro in una abitazione; giusto in tempo, perché fuori inizia a piovere. Una pioggia sempre più insistente, sempre più fitta, sempre più violenta.
Fiumi d' acqua si formano nella strada e trascinano via ogni cosa. Vedo passare mobili, tronchi di legno, animali travolti dall' improvvisa piena, sono galline, cervi, maiali, tartarughe, un piccolo elefante.
Quando spiove il cielo è nuovamente limpido, non c'è traccia della nube di polvere.
Dalla dispensa prelevo un sacco ripieno di chicchi di mais per distribuirlo ad alcuni animali superstiti rimasti intrappolati fra i detriti lasciati dalla piena d' acqua.
Se non si dispone delle "risorse giuste" si fanno danni che rendono la vita impossibile.
Rimediare può essere oltre che necessario, doloroso. Ma dopo si può ritornare a percorrere le strade della vita.
Pubblicato da
Vincenzo Trichini
alle
19:37
domenica 5 novembre 2006
Andare a piedi
Per andare al lavoro, da un paio di mesi, ho abbandonato l'automobile.Quando, e se, l'inverno arriverà, il vento forte e le temperature basse potrebbero diventere un ostacolo insuperabile e spingermi nuovamente verso il box a quattro ruote, ma intanto, provo a elencare le prime undici motivazioni per continuare ad andare a piedi:
- Non ho bisogno di dovermi ricordare che dalle 8.00 alle 8.30 non si può percorrere la strada sotto casa, causa ingresso bambini alla limitrofa scuola elementare (veramente a ingombrare e costituire pericolo sono le stesse mamme e papà che accompagnano i figli in auto...).
- Il traffico si va complicando di mese in mese; per percorrere due chilometri, partendo alle 7.59, ci voglio, a volte, 40 minuti. Se non ho sbagliato i conti fanno 3 Km/ora.
- Si risparmia in costo del carburante ed usura macchina.
- A piedi impiego meno di quindici minuti per una distanza di poco superiore al chilometro.
- Un'ora di piscina alla settimana è poco per chi fa, come me, un lavoro sedentario; andando a piedi aggiungo 1 ora (15 minuti per quattro volte) di attività motoria al giorno.
- Lavorare vicino a casa propria è un caso fortunato e raro, perchè non sfruttarlo?
- A piedi conosco meglio la mia delegazione perchè ogni giorno provo un tragitto diverso. Così studio le alternative: il più breve, il più riparato dalla pioggia sotto i portici, quello sulle strade meno trafficate dalle auto (smog!), quello che mi fa passare accanto alle librerie (mi viene voglia di svaligiarle), quello con meno semafori, quello che evita di passare davanti ai call-center (veramente nascono come i funghi) e così via se ne possono inventare a piacere.
- Si prende coscienza che la delegazione è diventata una società multietnica e che lo spagnolo è più parlato del dialetto genovese.
- Vicino alla stazione ferroviaria distribuiscono i quotidiani gratuiti, ideali da sfogliare distrattamente mentre il PC sulla scrivania avvia Windows XP.
- Si incontrano persone che si conoscono e ci si ferma qualche secondo per salutarsi.
- Si incontrano persone che non si conoscono e si impara a riconoscerle, un pochino, giorno per giorno.
Pubblicato da
Vincenzo Trichini
alle
22:48
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