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martedì 1 marzo 2016

Lo specchio rivelatore

Con un'inquadratura ben studiata, o con la capacità di cogliere l'attimo fuggente, un bravo fotografo è capace di trasformare un'immagine nello specchio di un'anima.
E' una cosa che raramente succede nelle foto che collezioniamo nei nostri album o nelle cartelle del computer.
Normalmente ci mettiamo in posa o comunque sappiamo di essere fotografati e poi scartiamo le inquadrature che non ci piacciono. Purtroppo capita che collezioniamo dei falsi sorrisi e false felicità.

Questa volta è successo qualcosa che mi riguarda e che trovo sorprendente. 
Dal mio passato sono emerse due foto nelle quali uno sconosciuto fotografo ha inconsapevolmente svelato la mia indole di bambino timido e introverso, una caratteristica che poi mi sono portato dietro per tutta l'adolescenza.


Forse vale la pena di raccontare questa storia.
Intorno agli anni 60' abitavo in Via del Commercio, a Nervi. 
Allora  quella strada era periferia estrema. 
Il quartiere si allungava ai lati del torrente Nervi, ora ricoperto, sempre secco tranne diventare turbolento e minaccioso ad ogni temporale. 
Era il quartiere degli immigrati che venivano dal Sud. Persone che, strappate alla loro terra di origine, alla ricerca della sopravvivenza economica, venivano emarginate e  additate come malviventi, come ancora oggi succede con tutti gli immigrati.

Dopo i primi anni passati in camere sub-affittate e minuscole soffitte trasformate in mini locali, i miei avevano potuto permettersi un affitto regolare in un condominio.


Dopo alcune curve, lungo la via del Commercio, si attraversava il torrente grazie a un ponte, proprio all'altezza di una larga ansa. Poi ancora una ripida salita portava al condominio appoggiato al Monte Moro.

Era una casa che mi piaceva. 
Era diversa da tutte quelle vicine perché aveva le tapparelle blu anziché del solito colore verde. Già questo rendeva quella casa "speciale" ai miei occhi.
Il mio appartamento aveva le finestre sul lato del monte e le fasce di ulivi, fermate da alti muraglioni di cemento, erano lì, quasi a portata di mano. La luce un po' latitava.

L'ho già scritto tante volte, "enzo-mangialegnate" si era già ritirato in un angolo nascosto per lasciare spazio a un "enzo" che giocava spesso da solo, sdraiato a terra con i soldatini o i tappi delle bottiglie, timido nei rapporti con qualsiasi persona fuori della famiglia. 

Era il prezzo pagato a un cambiamento di ambiente che aveva causato un  accumulo di paure: il traffico, i ragazzacci di strada, la paura di perdersi, la diffidenza per gli estranei. Paure della mamma che si ingrandivano in me.

Allora, in quella situazione, la casa con le tapparelle blu diventava il mio micro-mondo.
In questo micro-mondo un posto importante era occupato da Rita. 
Anche la sua famiglia veniva da Vittoria, come la mia, e fare amicizia con lei era stato facilissimo. Già, solo perché a prendere l'iniziativa era lei, grazie a un carattere espansivo e decisamente più intraprendente del mio.

Così ogni giorno si trascorreva qualche ora insieme, parlando, giocando, spiando dalla finestra come cospiratori quello che faceva la ragazzina che abitava al pianterreno e origliando i discorsi delle nostre mamme.

Una volta per colpa mia facemmo una figura terribile. 
Naturalmente  nelle nostre famiglie non esisteva il concetto di educazione sessuale e le informazioni su quell'argomento si acquisivano guardando le figure delle enciclopedie e appunto, origliando i discorsi altrui.

Quel giorno Rita venne da me dicendomi che dovevamo cercare sul vocabolario una parola; le mamme parlavano di "cesareo" riferendosi alla nascita di un bambino nella scala. 
Volevamo capire, anche se sicuramente Rita era più informata di me; ed io ad un certo punto, esasperato da una ricerca senza frutti, esclamai a gran voce: "Ma cosè questo Porto Cesareo!"
Subito il mio sfogo venne raccolto da mamma Salvina e diffuso in tutto il caseggiato da terrazzino a terrazzino, fra sghignazzamenti e occhiate complici.
Ricordo ancora adesso la vergogna per essermi tradito ed averci esposto a quelle canzonature, ricordo le mani di Rita portate davanti alla faccia mentre mi diceva sussurrando: "Ma noooo, taci!".

Tutto questo per dare uno sfondo al contesto e al rapporto che mi legava a Rita.





Le foto, specchio della mia anima, sono due scatti alla festa per la Prima Comunione di Rita.
Nella prima, ingrandendo la zona dello specchio, si scopre che ci siamo noi due. Lei sta cercando di farmi ballare e io mi rifiuto energicamente. Si vede il mio braccio destro ritrarsi e il suo - decisamente risoluta - che lo va a cercare con determinazione.
E infatti la foto successiva ci ritrae mentre balliamo. Si fa per dire: Rita con un bel sorriso aperto e schietto, io come un condannato a morte, gli occhi bassi e un sorriso imbarazzato di chi vorrebbe sparire come un fantasma.



Ma forse la cosa più stupefacente è il modo in cui ho avuto accesso, pochi giorni fa a queste foto.

Con Rita ci perdemmo di vista: la mia famiglia si trasferì in un'altra casa e la famiglia di Rita emigrò in Australia. Così, salvo un breve, iniziale, periodo di contatto epistolare, da allora non ci siamo più risentiti.
Fino a qualche settimana fa, quando la mia compagna di giochi è riuscita a rintracciarmi dopo oltre cinquant'anni e abbiamo potuto salutarci, riconoscerci, raccontarci, un po' commossi ed emozionati dei nostri consorti, dei figli e dei nipoti. Poi il reciproco invio delle foto conservate, lo stupore, un viaggio indietro nel tempo e dentro se stessi, lo specchio che rivela verità interiori.





sabato 20 febbraio 2016

Profumi

La macchina del tempo ha il suo terminale nelle narici.

"Il profumo dei trucioli di legno che mi riporta alla bottega di Toledo."
"Il leggero stordimento del pennarello avvicinato alle narici"
"Il profumo delle focacce ripiene che sfrigolano nel forno".
"Il minestrone della mia nonna che bolliva nel ronfò"
"Il profumo di pitosforo e salsedine durante una mareggiata a Nervi."
"L'inebriante aroma dell'erba luisa"
"Il profumo stantio del'inverno, quando si riaprono le finestre della casa in campagna."
"L'odore della pelle dei miei figli quando erano neonati."
"L'odore di elettricità che sale dai campi dopo il temporale"
"L'odore dell'erba appena tagliata"
"Lo strascico di profumi che si lascia alle spalle mio figlio adolescente prima di uscire di casa"
"L'odore di pulito delle lenzuola appena cambiate"
"Il timo, l'origano, la menta e la salvia"
"La buccia del mandarino e la cannella"
"La cera appena stesa sul pavimento"
"Il disgusto del pesce andato a male"
"L'odore soffocante dell'ospedale"


Gli odori sono un mondo da esplorare perché fatto di tante gradazioni e sfumature. 

I profumi hanno bisogno di un tempo per agire, per essere memorizzati e lasciare un segno permanente. 

Sono labili, molecole volatili che non si possono fissare su un foglio come si fa con un colore e neppure riprodurre con un altoparlante come una registrazione sonora. 

Per poterli chiamare per nome bisogna perderci del tempo, soffermarsi sulle sensazioni che provocano.

I profumi sono come il presente, lo vivi finché c'è, poi puoi solo ricordarlo oppure puoi inseguirlo nel futuro che non c'è ancora.


Egli entrò in casa sua e si mise a tavola. Ed ecco una donna saputo che si trovava nella casa, venne con un vasetto di olio profumato; fermatasi dietro a lui, si rannicchiò ai suoi piedi e cominciò a bagnarli di lacrime; poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato. (Lc.7)

Isacco aspirò l'odore degli abiti di lui e lo benedisse: «Ecco l'odore del mio figlio come l'odore di un campo che il Signore ha benedetto. ”( Genesi 27: 24). 

“ Il profumo del tuo fiato è come quello delle mele” (Cantico7: 9)


giovedì 11 febbraio 2016

Il nostro primo bacio

Qualcuno ci aveva chiesto qual era stato il nostro primo bacio.
Io con sicurezza ho ricordato lo stretto ingresso  del portone di Via Piombelli. Una porta a vetri oltre la quale un minuscolo pianerottolo permetteva l'accesso a una ripida scala.
Dopo aver trascorso la serata in casa, Maria Teresa mi aveva accompagnato fino in fondo alle scale del sesto piano ed io ho capito che era giunto il momento. E insomma, il bacio ci stava: lungo, appassionato e allo stesso tempo dolce e un po' imbarazzato. Il primo bacio. Come sarebbe possibile dimenticarlo?

Invece Maria Teresa mi aveva spiazzato. No! C'era stato un precedente bacio.

Ma come è possibile, non posso averlo rimosso, che figura!

Eravamo andati col treno a Recco, ed era la prima volta che uscivamo insieme. Un gelato nella gelateria più famosa, una passeggiata mano nella mano vicino al mare, "Il Piccolo Principe"  con un segnalibro alla pagina  in cui si racconta della volpe che si fa addomesticare, per poter imparare anche noi ad "addomesticarci".

Poi il rientro con un affollato treno locale. Io scendo a Nervi, lei rimane a bordo perché prosegue per Genova.
Il treno indugia qualche minuto con le portiere aperte. Io sono sulla banchina, lei tre scalini più in su, ma c'è ancora qualcosa da dirsi, la voglia di prolungare un pomeriggio speciale.
Il suo sorriso e gli occhi luminosi, non posso dimenticarli perché in una persona, con gli anni, tante cose cambiano, ma non il sorriso e luce negli occhi.
Anch'io dovevo essere luminoso, almeno credo. "Teresa, con stupore"  dirò più tardi per descrivere il mio stato d'animo di innamorato.

Il capotreno fischia, il treno sta ripartendo. Con un gesto non premeditato avvicino l'indice alla bocca e vi adagio, con le labbra, un piccolo bacio che poi le indirizzo con un gesto ampio del braccio, come fosse un pennello che dopo aver raccolto il colore dalla tavolozza si muove nell'aria in cerca della sua tela.

Tutto qui.

Maria Teresa aveva insistito. Quello era stato il primo bacio, senza se e senza ma: quel piccolo gesto era stato come la goccia decisiva che aveva fatto breccia nel suo cuore.



Mi baci con i baci della tua bocca!
Sì, le tue tenerezze sono più dolci del vino.


Come un nastro di porpora le tue labbra
e la tua bocca è soffusa di grazia;


Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa,
c'è miele e latte sotto la tua lingua


le sue labbra sono gigli,
che stillano fluida mirra.


(dal Cantico dei Cantici)


martedì 9 febbraio 2016

Fare silenzio


Quando frequentavo i primi anni delle elementari, se il maestro doveva assentarsi, chiamava il capo-classe alla lavagna, poi con un segno del gesso la divideva in due parti. Da quel momento subentrava la consegna del silenzio a mani conserte. 
L'occhio del capo-classe, indagatore, scrutava fra i banchi e poi scriveva a sinistra i bravi e a destra i cattivi: quelli che il silenzio non lo rispettavano.

Sì, perché dire silenzio è dire poco. Il silenzio va qualificato per potergli dare un nome.
C'è un silenzio che opprime e uno che libera.
C'è un silenzio che esprime solitudine ma anche uno che perdona senza spendere parole..
E se abbiamo sperimentato il silenzio che allontana, conosciamo anche quello che rappacifica.
Col silenzio si può giudicare, mostrare indifferenza, emettere un verdetto e condannare oppure si può accogliere e dimostrare tutto l'amore di cui siamo capaci.

Ma c'è un silenzio speciale: quello che dà spazio ed espande la nostra percezione della realtà; si potrebbe chiamare il silenzio eloquente.
A parlare allora è il tutto il corpo; lo sguardo, la posizione del corpo e suoi segnali, il contatto di una mano, il profumo della vicinanza, il suono del respiro che ci fa sentire vivi, una voce: quella dell'altro, non più coperta dalla nostra.

Temo di non aver ancora imparato a fare silenzio.


mercoledì 1 aprile 2015


Salvatore Adamo

La notte... l'attesa

Il primo grande romanzo di un indimenticabile poeta e cantautore


Passando da un Belgio brumoso in cui la polvere di carbone sembra avere coperto ogni cosa a una Sicilia inondata di sole, il racconto di tutta una vita accompagna il lettore pagina dopo pagina come una melodia bellissima.

«Al calar della sera eravamo partiti da Vittoria, villaggio natale di mio padre, per trascorrere la giornata dell’indomani a Scoglitti, la spiaggia popolare più vicina, a quindici chilometri, ovvero a sette ore di carretta… Ci risvegliammo all’alba sulla riva del Mediterraneo in un fantastico fiammeggiare di corallo. Un’ostia immensa s’innalzava sull’orizzonte incandescente: il sole! Che bellezza! Guardavamo tutti e nove affascinati, senza parlare, incapaci di dare un giusto significato alle nostre parole senza rischiare la rovina e la perdita di quella briciola di eternità che ci era offerta.» 
Fazi Editore - febbraio 2015


Papà Toledo, ogni volta che in televisione appariva Salvatore Adamo mi raccontava che veniva da Vittoria e che il suo papà, prima di emigrare in Belgio, lavorava nella bottega di nonno Vincenzo. Nella mia immaginazione di bambino questo fatto mi faceva apparire il cantante come un parente prossimo e mi faceva nascere un moto di orgoglio, naturalmente immotivato.

Sul percorso Vittoria - Scoglitti fatto col carretto, ho invece il ricordo di mamma Salvina che raccontava quanto, anche allora, quella strada fosse trafficata. 
Lei la faceva in bicicletta, un po' seguendo il nonno Emanuele, un po' pedalando a rotta di collo per conto suo e rischiando, in più di una occasione, di finire sotto le ruote di un carro o scalciata dalle zampe di un cavallo.

Oggi, se cerchi su google foto di quella strada, trovi auto rovesciate, caschi distrutti, sagome per terra e sangue.

sabato 31 maggio 2014

Ricordi e tumulti

Ci sono giornate che le vivi e poi ti rendi conto che resteranno per sempre scolpite nella tua vita.
Non è una semplice rimpatriata dove rivedi degli amici invecchiati come te.
Sì, il tempo ci ha cambiato nell'aspetto: lo vedi negli altri che lo vedono in te.
Ma la voce, i movimenti del corpo, le espressioni del viso e gli occhi sono ancora gli stessi e un tumulto di ricordi ti fa essere consapevole di essere stato parte di una "storia" per sempre.

Senza rimpianti, perché ci sono legami e distacchi che devono andare come vanno.
Ma quando in qualcosa hai messo tutto il cuore, la mente, le energie e le emozioni come potrebbe essere diversamente da un tumulto?

Ci volevano i 60 anni di Paolo per dare un senso presente a questo ritrovarsi.
Rivivere con lui la sorpresa e lo stupore del riconoscersi passo per passo, volto dopo volto. 

"Tu sei Riccardo...Olli?... tu sei Oscar...  tu sei Fabio... Marco non ti riconosco, no non sei cambiato per niente...". 
Ci voleva l'innocenza e la generosità di questo fragile e sensibile sessantenne per rendere indimenticabile questa giornata.

Dire grazie a chi l'ha reso possibile oggi è rendere il Grazie ha chi l'ha reso possibile ieri!







raccolta completa delle foto by Antonio
https://www.dropbox.com/sh/pfjb989wsp0rgxo/AADaVA-4VwLNwGDuLzqZvcB7a?n=132622177#/

sabato 1 febbraio 2014

60 anni anche per la RAI



La RAI ha compiuto 60 anni. Io pure, anzi l'ho preceduta di poco più di un mese.

Approfittando del week-end romano sono andato al Vittoriano per vedere la mostra "La RAI racconta l'Italia".

L'idea era quella di farmi raccontare il trascorrere del tempo e richiamare alla mente tutti i ricordi legati a quella scatola: prima di tutto la mitica sigla, poi la TV dei ragazzi, il Carosello,  Non è mai troppo tardi, i telefilm di Hitchcock ...



Prima che arrivasse la televisione in casa (potrebbe essere stato l'anno 1960), il sabato sera, papà, mamma ed io si andava in un bar di via "marcosala" a vedere il Canzoniere e Canzonissima. Io ci guadagnavo sempre un'aranciata da bere con la cannuccia! 




La mostra è divisa in sezioni: informazione, spettacolo, scienza, sport, sceneggiati, politica...
Uno spazio è riservato alla radio.
In definitiva un buon pomeriggio. Sarebbe stato più rilassante se fossero state messe delle panche per guardare i filmati nei maxi schemi da seduti....

venerdì 24 maggio 2013

Errata corrige: non perché il tempo che passa ci invecchia

Solo per questo post devo correggere l'incipit del mio blog: 

non  perché il tempo che passa ci invecchia.


Lo so, siamo belli anche a sessantanni, ma a guardare queste foto che ho digitalizzato da vecchie diapositive recuperate qualche settimana fa... eravamo meglio allora... e per essere sinceri fino in fondo, non ne eravamo neanche coscienti!

Estate 1979, ancora fidanzati, in vacanza a Vittoria.

Scoglitti (Vittoria) spiaggia riviera Kamarina


Scoglitti (Vittoria) spiaggia riviera kamarina
Villa di Vittoria -Vittoria Colonna (quella sopra)

Villa di Vittoria, dove giocavo a quaccio anni

Colonna della chiesa delle Grazie

  
Traghetto Villa san Giovanni

PortoPalo (SR)



giovedì 10 gennaio 2013

Cose che non si dimenticano

... il tocco di quei capelli neri aveva già la consistenza del paradiso.

                                   10 -11 Gennaio 1981

sabato 12 febbraio 2011

Il siluramento della Benjamin Contee

E' il 16 Agosto del 1943.
I prigionieri sono sistemati a bordo della nave britannica SS Benjamin Contee.
Toledo è a bordo già da oltre trenta giorni. 
Ripensa a tutti gli avvenimenti degli ultimi mesi. Il ripiegamento da Tobruck alla Tunisia; i chilometri percorsi nella polvere; le notti fredde del deserto; i pasti sofferti.
Poi la cattura da parte degli inglesi, l'11 Maggio 1943.
La preoccupazione per la propria vita, soprattutto il ricorrente pensiero ai suoi cari che lo aspettano a Vittoria: papà, mamma, le amatissime sorelle. Ma anche il sollievo di poter, forse, venire fuori da quella guerra combattuta dalla parte di un regime detestato.


Giorno dopo giorno, gli eventi si erano susseguiti a ritmo incalzante. Gli inglesi avevano fretta di evacuare tutti i prigionieri dal teatro di guerra.

Il 15 Giugno, insieme ad altri compagni del campo 17 di Casablanca, Toledo era stato imbarcato su questa nave che gli Americani avevano ceduto alla marina Inglese.
Da Casablanca la nave aveva fatto rotta verso Bone, in Algeria; altri prigionieri da imbarcare. Ora erano già 1800 a bordo; la loro destinazione era lontana: l'America.
L'America. Quanti paesani erano già partiti, in tempo di pace, per quel paese! Vinti dalla necessità di una vita dignitosa che la campagna siciliana non permetteva.
Lui però era rimasto, il suo papà aveva potuto mantenerlo agli studi fino alla terza avviamento. E Toledo aveva ripagato con un profitto più che ottimo; aveva imparato a lavorare il legno con quella precisione che gli nasceva dalla semplicità con cui sapeva affrontare la vita.
Lavorando aveva permesso alle due sorelle di diventare maestre elementari e lui ne era orgoglioso. Non si era mai lamentato, anche se era l'unico figlio maschio della famiglia.

Schivo ma non introverso, ora ascoltava i racconti degli altri prigionieri appena saliti a bordo.
Aveva sentito dire che la prossima tappa sarebbe stata Orano.

Inizialmente il rombo di aerei in lontananza non aveva preoccupato nessuno. Loro oramai erano prigionieri, erano, avrebbero dovuto essere fuori dal gioco.

Poi qualcuno a prua gridò. "Sono tedeschi! Attaccano".
Uno spostamento di uomini, un colpo assordante causato dal siluro sganciato che colpisce l'obiettivo, la nave che sbanda.
In un attimo il panico assale la gente a bordo. Si urla, si corre in tutte le direzioni; qualcuno è già in acqua. C'è chi piange, chi rimane paralizzato dalla paura.
I più volonterosi si precipitano sulle scialuppe di salvataggio ma l'incapacità a calarle in acqua, l'assembramento, la disorganizzazione impediscono di prendere decisioni coerenti.
La nave imbarca acqua. Sulla prua, a sinistra, si è aperto un buco enorme di 18 x 7 metri; le stive n.1 e 2 sono compromesse e il Benjamin Contee si inclina in avanti.
In questo contesto Toledo fa eccezione. La sua istintiva natura riflessiva gli permette di mantenere la lucidità.
Mentre la maggior parte dei suoi compagni corre all'impazzata, lui si dirige verso i giubbotti e i salvagenti. Li indossa secondo le istruzioni. Ascolta le raccomandazioni dell'equipaggio.
Intanto il comandante sta valutando la situazione. Il primo problema è l'inclinazione della nave. Occorre riportarla in linea. Decide di allagare le stive 3 e 4 in modo da riportare timone ed elica sotto la linea di galleggiamento e ripristinare la navigabilità dello scafo.

L'operazione ha successo. Si valuta che non c'è un pericolo immediato di affondamento, anzi, la nave inverte la rotta e si dirige nuovamente verso il porto di Bone.
Fra le truppe dei prigionieri, lentamente, ritorna la calma, purtroppo 264 prigionieri mancano all'appello: morti nei momenti successivi al siluramento.
Per Toledo riprende il cammino verso i campi di prigionia americani, è una storia che avrà un lieto fine, ma per il momento un'ombra di incertezza e smarrimento passa nei suoi occhi limpidi.

La storia della SS Benjamin Contee si può leggere a questo link.
Io ci sono arrivato grazie alle indicazioni del prof. Flavio Giovanni Conti autore del libro "Iprigionieri di guerra Italiani: 1940 -1945" - Edizioni Il Mulino - 1986.

mercoledì 29 luglio 2009

Nonno Luigi

Ieri ci ha lasciati nonno Luigi, anni 93.


Uso le parole dei nipoti:

A chi ha avuto la fortuna di conoscere quest'uomo auguriamo che rimanga con voi un po' della sua forza, del suo coraggio, della sua gentilezza, della sua eleganza, del suo sapere, dei suoi ricordi e dei suoi racconti.


domenica 13 aprile 2008

Quinta TA dopo 35 anni

Istituto tecnico industriale Galileo Galilei 5 Telecomunicazioni - sezione A (e qualcuno della B).

Ebbene ammettiamolo apertamente. Abbiamo guardato le rughe uno dell'altro, i capelli bianchi o in alternativa la testa pelata. Siamo gente che nella migliore delle ipotesi è gia vicino alla pensione e qualcuno è già oltre l'ostacolo. E' vero 35 anni fa eravamo più fighi (clicca per verificare).


Ma --z-o (caspita) che piacere stare qualche ora insieme.
Le altre foto dell'incontro sono su flickr.com: cliccare qui.

martedì 19 febbraio 2008

Quando non c'erano i computer, io giocavo così

Oggi si può simulare la guida di una vettura di Formula Uno e disputare un Gran Premio Virtuale.
Quando ero ragazzino mi arrangiavo con un po' di fantasia.
Su un largo tavolo disponevo dei libri in maniera che il vuoto lasciato formasse una pista. Alternavo rettilinei, curve (dalle strane curve ad angolo retto) e tornanti. Con un po' di cartone e scotch potevo anche aggiunge una salita e una discesa.
Naturalmente occorrevano le macchine per gareggiare. Mi ero costruito dei bolidi a trazione "biccellata" (vedi figura).
La biccellata consiste nell'imprimere un colpo con il dito indice alla parte posteriore della figurina.
Con questo tipo di tecnica riuscivo anche a giocare partite di calcio, corse di atletica leggera, e così via: una vera Olimpiade.
Sull'imparzialità dei vincitori, meglio non indagare.

[Fare click sulla figura per ingrandirla e vedere i nomi dei piloti]

giovedì 1 novembre 2007

2 Novembre: le cose dei morti

Halloween: la festa più antipatica dell'anno si avvicina.
Sì, antipatica perchè piovuta dal niente, senza radici, venuta come un alieno da un altro pianeta a cancellare la ricorrenza dei "morti", la ricorrenza della commemorazione dei defunti.
Nella mia Sicilia, questa festa era molto sentita dai bambini. A casa mia i regali non arrivavano con Gesù Bambino ma con il giorno dei morti, il 2 Novembre.
La parola "morti" non aveva nessun riferimento spaventoso, nessun incubo, nessuna maschera da indossare per esorcizzare la paura.
I "morti" erano i bisnonni, i nonni, gli zii e le zie che ci avevano dato il loro affetto e che, anche se erano non più fra noi, continuavano ad amarci.
Scusate se è proprio un'altro messaggio educativo rispetto ad Halloween.

Il pathos era enorme, i preparativi dei genitori erano segreti e misteriosi c'era anche una poesia da recitare:
"Armi santi, armi santi/ io sugnu unu e vuatri tanti/ Mentri sugnu 'ni stu munnu di guai/ cosi ri morti mittitimìnni assai".
(anime sante, anime sante, io sono uno voi siete tante, mentre sono qui in questo mondo di guai, "cose dei morti" mettetemene tante)
"Le cose dei morti", sono i regali. Quella parola: "cose" è dolce e profonda come il tempo, spalanca e allarga il significato di regalo perchè racchiude tutti i valori, tutta la fatica, tutta la riconoscenza.

Ma oltre a raccogliere regali, la festa era un'occasione per mangiare dolci speciali fatti di frutti di marzapane, di marmellata solida di mele cotogne, di "canistreddi", di biscotti "crozzi ‘i mottu", (ossa di morto) e di frutta secca.

Attingo ai miei ricordi.
Trovo le corse verso la casa di Zi' Peppina, una donnina bassa e ricurva perennemente vestita di nero, che mi accoglieva sempre con grande tenerezza e mi regalava una manciata colma di dolcissima uva passa.

Trovo il racconto della Zia Mariuzza che con la voce, imita la nonna Salvatrice che dice: "Sono i morti e non gli abbiamo preso niente, la mamma è in campagna, andiamo noi a comprargli qualche cosa". Poi, segue un impreciso elenco di regali, tra cui spicca una trombetta per suonare, un carrozzino, un cavallino e tanti altri giocattoli (la zia ha delle incertezze, non ricorda più). Infine l'imitazione della mia voce di piccolo "Enzo mangialegnate" che con tono stridulo, saltellando per lo stupore e per l'eccitazione del momento, esclama: "...e sono tutti miei, sono tutttti mieeei".

per saperne di più: qui, qui, qui.

venerdì 13 luglio 2007

Nonna

Io non sapevo neanche che fosse malata la nonna.
Figuriamoci, sentirsi chiamare dalla preside della scuola elementare e trovarsi davanti la mamma che ti porta via da scuola in fretta.
Come in un sogno, senza pienamente capire la realtà dei fatti, mi ritrovo sul treno per la Sicilia. E' un viaggio diverso dagli altri, non ci sono le vacanze d'etsate, non c'è stata la possibilità di prenotare i posti. Saliamo su un treno che arriva da Torino pieno all'inverosimile, anche nei corridoi. Comincia una notte allucinante. Mi lamento con la mamma. Qualcuno le lascia il posto su uno di quei sedili minuscoli nel corridoio, io in braccio a lei. Ore interminabili. Puzza di sudore e di cibo e d'altro ancora. Si va avanti così fino a Napoli, undici, dodici ore, quando finalmente si liberano dei posti.
A Catania Papà scende per cercare dell'acqua da bere in una fontanella della stazione. Torna che il treno è già ripartito e noi siamo spaventati. Ha una tasca dei pantaloni strappata. Qualcuno ha tentato di sottrargli il portafogli, ma lui si è difeso con le unghie.
Ventiquattro ore per arrivare al paese.
Parenti alla stazione ci prelevano al volo. Ma io sono troppo stanco per capire. La mamma piange, siamo arrivati troppo tardi. "Voglio vedere la nonna". Ma gli adulti pensano che sia meglio di no. Una zia mi aspetta per tenermi compagnia. Tutte le donne sono vestite di nero.

venerdì 8 giugno 2007

Il mercato

Il Mercato Orientale
Circoscritto da alti palazzi, delimitato da cancelli, il mercato sembra una cittadella. Ci si avvicina superando pile di cassette vuote e capienti bidoni per i rifiuti da cui spuntano avanzi pungenti di carciofi e pomodori spappolati.
I banchi di vendita, uno accanto all'altro con le loro merci esposte in colorate composizioni o disordinati mucchi, a rispecchiare la personalità e lo stile di chi ci sta dietro.
Le coperture fatte di teloni per riparare dal sole e dall'acqua che si sovrappongono come bambini che si danno la mano per creare un enorme girotondo di tela.
I dialetti, le voci cacofoniche che richiamano all'acquisto delle migliori pere e melanzane.
Gli aromi delle spezie e dei formaggi stagionati, i profumi della frutta nostrana.
I borsellini che si aprono creando la danza delle monete e delle banconote, che scorrono fra le mani aprendosi e chiudendosi.
Le borse stracolme che ingombrano il passaggio ai vicini e impicciano il cammino.
Io non so più dove sono, girando in tondo in questo universo non so più orientarmi. Da dove siamo venuti, qual è la strada per ritornare a casa?
Oltre il cancello macchine posteggiate alla "come posso" dove caricare in fretta i sacchetti di carta e plastica.
Ci si allontana dalla cittadella con il carico del proprio bottino di guerra.
Alla mia destra papà Toledo, alla mia sinistra Mamma Salvina. Intanto continuo a giocare, saltando da una piastrella all'altra del pavimento stradale per non toccare le "righe".


Racconto suscitato da un sogno del 6/6

lunedì 2 aprile 2007

Garibaldi

Quest'anno si festeggia il 200mo anniversario dalla nascita di Giuseppe Garibaldi (Nizza 4 Luglio 1807).
Ne parlo perché nella mia infanzia, in qualche modo, questa figura storica, rappresentò un simbolo importante.
La scoperta della sua figura risale al 1960, avevo 7 anni e si celebrava il centenario della spedizione dei Mille (5 Maggio).
Tutti gli alunni della scuola elementare fummo portati al cinema a veder un film celebrativo dell'impresa.
Rimasi affascinato dalle camicie rosse, dalle battaglie corpo a corpo, dalle cariche della cavalleria. Improvvisamente presi coscienza che si parlava della Sicilia, la terra in cui ero nato, che mi trovavo a Genova da dove la spedizione era partita. Così, in un lampo, Garibaldi divenne il mio eroe, colui che aveva unificato e saldato le mie origini e il mio presente.

Tengo ancora gelosamente custodito, sgualcito dalle decine di riletture e dall'usura del tempo, un libro che in quell'occasione mi fu regalato.
"Garibaldi e i Mille" di Mino Milani patrocinato dal Comune di Genova (Cino del Duca editore), con un'introduzione scritta dall'allora sindaco Vittorio Pertusio.

La partenza
La sera dl 5 Maggio, Genova visse ore indimenticabili di poesia. Mai si erano veduti, per le strade, tanti visi nuovi: mai uditi tanti dialetti, tante canzoni forestiere. E mai occhi di mamma, di sposa di fidanzata erano apparsi così pieni di lacrime...
Nella dolcezza del tramonto, una grande folla si avviava a Quarto. Il mare era azzurro e tranquillo; il sole scendeva nel cielo senza nubi. Spirava una brezza dolce, che carezzava i cespugli oltre le scogliere...

Lo sbarco
La Sicilia apparve, il giorno dopo, 11 Maggio, mentre il sole brillava alto nel cielo del mattino. Dapprima, non fu che una visione confusa - come lontani banchi di nubi -: poi, quando si profilò la costa, quando azzurre nella lontananza, apparvero le montagne... "Sicilia!", si gridò, "Terra! La Sicilia!".
I volontari si accalcarono alla murata; il Generale ed i suoi ufficiali lasciarono la mensa, corsero in coperta...: la Sicilia!
La salutarono con grida d'entusiasmo, alle quali seguì un lungo silenzio pieno di commozione.

venerdì 16 marzo 2007

Il passato qualche volta ritorna

Passo del Tomarlo - Estate 1972

Durante il campeggio estivo della parrocchia di Via Del Commercio (Nervi). In piena notte arrivano i pompieri. Un bambino di quattro anni si è perso sulla montagna. Siamo invitati a dare una mano nelle ricerche e noi siamo organizzati: abbiamo torce, bengala luminosi, energia e determinazione da vendere...
Ci dividiamo in gruppetti e ci dividiamo il territtorio assegnato.
La ricerca è premiata, uno dei nostri gruppi trova il piccolo addormentato su una roccia. Scattano le segnalazioni, si festeggia aspettando l'alba, si immortala l'evento.

Grazie Bruno per avermi ritrovato e riportato al presente quel bellissimo periodo.

sabato 10 febbraio 2007

Cinema di periferia

Come tutte le città, anche Genova era piena di cinema di periferia. Sale piene di fumo, poltroncine scolorite, invecchiate dal tempo. Tu entravi, per dire, alle tre del pomeriggio, sicuramente a film abbondantemente iniziato e uscivi quando volevi, rivedendo la pellicola più volte.
Nella sola delegazione di Nervi c'erano, il cinema Rosa e quello Verdi, l'Ambra e il parrocchiale di S.Siro.
Ma l'episodio che voglio raccontare è avvenuto a Bolzaneto, nell'allora cinema Verdi, nel dopoguerra, ed è raccontato da quella fabbrica di ricordi che è mio suocero, Luigi.

Non so che film si stesse proiettando, ma il cinema era zeppo di persone. Era una sala che doveva aver avuto una storia dignitosa nel passato, perchè era formato da una platea e una galleria. Doveva essere inverno perchè il protagonista è un cappotto.
Allora, immaginatevi la scena di un locale affollato di gente in piedi in tutti i settori, con quel caldo appiccicaticcio dovuto al sudore e alla mancanza di riciclo dell'aria, saturo di tabacco di tutte le miscele che si materializza nelle volute azzurre che passano davanti al proiettore.
A un certo punto un tonfo.
Dal piano rialzato una massa informe è caduta sotto, pesantemente.
Qualcuno si gira verso l'alto e apostrofa:
"L'è cheitu in cappottu". (E' caduto un cappotto). [mi raccomando: leggere con una profonda inflessione genovese].
Poi il cappotto si anima e spunta fuori un corpo un po' disarticolato, ma soprattutto spunta una voce che precisa:
"Oh belin, e sci, l'è cheitu in cappottu...cu Giuanne dentru". (E sì, è caduto un cappotto con il Giovanni dentro).
Storie d'altri tempi, ma non troppo, in saluto a Luigi che oggi, 10 Febbraio 2007, ha compiuto 91 anni.

sabato 3 febbraio 2007

Foto di gruppo

"Tanto va così, ti accorgi che la vita è una foto di gruppo, molti posano, ...nell'attesa del motivo che ci accomuna dentro la cornice".
Così recita il testo di una canzone rap di Bassi Maestro.

Ecco, la foto di gruppo: un motivo che ci accumuna dentro la cornice. A volte profondo, a volte banale, a volte
indelebile, a volte temporaneo, altre volte casuale.

Un motivo che ci accomuna?
Una associazione sportiva, o la partita fra colleghi.
Il bianco e nero della propria classe scolastica, una lavagnetta in mano.
La recita di fine anno dell'asilo dove una fila di bambini spuntano dai bordi sgualciti della carta.
I volti concentrati di un coro.
Le facce stralunate di una festa di compleanno.
Il gruppo amici (o gruppo parenti) all'uscita di chiesa dopo un matrimonio.
Il pullman e i suoi temporanei abitanti di un viaggio organizzato.
Le gote rosse in cima alla vetta durante una gita in montagna.
I sorrisi fotocopie di ragazze a un concorso di bellezza.

Sì, nelle foto di gruppo si sorride, e anche se qualche volta riesce male, ci si prova. "Ciiiiiiis"
Anche se dietro c'è una malattia, uno sconforto, un'invidia, una stanchezza, un rancore.
"Ciiiiiis". Che rimanga nel tempo il nostro imperituro sorriso.

Ma che effetto fa guardare una foto di gruppo?
Dipende! Indifferenza, lontananza, nostalgia, rimpianto, ricordi, tenerezza, emozione, rabbia, orgoglio, repulsione.

Che magia se le figurine stampate sulla superficie di quel rettangolo di carta, prendessero vita!
In realtà è quello che succede nella fantasia di chi le tiene in mano, le rigira, concentra lo sguardo sulla singola figura.


Qualche volta però riportare alla realtà i personaggi potrebbe essere deludente.
La freschezza del ricordo si sciuperebbe al contatto con il logorio provocato dal tempo trascorso, dai cambiamenti subentrati negli altri e in noi.
Qualche volta riportare alla vita presente quelle persone funziona, altre volte è meglio lasciarle dove sono, nei ricordi. Che la cornice rimanga a delimitare il loro confine.