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venerdì 13 luglio 2007

Nonna

Io non sapevo neanche che fosse malata la nonna.
Figuriamoci, sentirsi chiamare dalla preside della scuola elementare e trovarsi davanti la mamma che ti porta via da scuola in fretta.
Come in un sogno, senza pienamente capire la realtà dei fatti, mi ritrovo sul treno per la Sicilia. E' un viaggio diverso dagli altri, non ci sono le vacanze d'etsate, non c'è stata la possibilità di prenotare i posti. Saliamo su un treno che arriva da Torino pieno all'inverosimile, anche nei corridoi. Comincia una notte allucinante. Mi lamento con la mamma. Qualcuno le lascia il posto su uno di quei sedili minuscoli nel corridoio, io in braccio a lei. Ore interminabili. Puzza di sudore e di cibo e d'altro ancora. Si va avanti così fino a Napoli, undici, dodici ore, quando finalmente si liberano dei posti.
A Catania Papà scende per cercare dell'acqua da bere in una fontanella della stazione. Torna che il treno è già ripartito e noi siamo spaventati. Ha una tasca dei pantaloni strappata. Qualcuno ha tentato di sottrargli il portafogli, ma lui si è difeso con le unghie.
Ventiquattro ore per arrivare al paese.
Parenti alla stazione ci prelevano al volo. Ma io sono troppo stanco per capire. La mamma piange, siamo arrivati troppo tardi. "Voglio vedere la nonna". Ma gli adulti pensano che sia meglio di no. Una zia mi aspetta per tenermi compagnia. Tutte le donne sono vestite di nero.

sabato 30 giugno 2007

La piazza più grande

Giovedì Santo.
Come in tanti paesi della Sicilia, nella piazza più grande si svolge la rappresentazione della morte di Gesù.
Ai lati della piazza e nelle strade adiacenti, le bancarelle vendono i dolci tipici, le ciambelle colorate di rosso, i pistacchi e i torroni, la pasta di mandorla e lo zucchero filato.
Ma la folla, ora, ha altro per la testa. Si dirige, più veloce dell'oscurità che inizia ad allungarsi, verso il centro della piazza dove lo spazio è dominato da un monumento bianco.
Viene chiamato il Calvario. Un piccolo tempietto con colonne che contiene una croce, ai suoi lati altre due.
E' lì davanti che è stato preparato il palco dove la compagnia teatrale rappresenterà l'agonia e la morte del Salvatore. La statua della Madonna Addolorata accompagna il figlio adagiato in un cataletto per "la Scesa della Croce", e poi farà il percorso inverso verso l'altare della deposizione.
Lo spazio aperto è enorme ma anche il numero di persone è imponente. Sembra che tutto il paese si sia radunato lì.
Suono di banda, rumori di voci, preghiere in cantilena con il rosario in mano.
"Mamma dove sei?" Mi sono distratto, confuso dalla confusione, ed ora intorno a me realizzo un mondo sconosciuto. Più che altro vedo gambe, perché ho quattro anni e l'altezza è quella che è.
Quanto tempo passa in questo limbo, mentre il movimento della folla comincia a trascinarmi in qualche imprecisato posto? Forse non più di un minuto.
A risvegliarmi dall' imbambolamento e da un'ansia crescente, un urlo.
E' la mamma che mi ha ritrovato e piange. Allora piango anch'io per empatia. Non so bene perché, ma se lei è spaventata lo sono anch'io. Ci abbracciamo, mi rassicuro, si rassicura.

(foto: Vittoria (RG) - piazza del Calvario)
Notizie sulla Pasqua in Sicilia e a Vittoria, qui.

venerdì 8 giugno 2007

Il mercato

Il Mercato Orientale
Circoscritto da alti palazzi, delimitato da cancelli, il mercato sembra una cittadella. Ci si avvicina superando pile di cassette vuote e capienti bidoni per i rifiuti da cui spuntano avanzi pungenti di carciofi e pomodori spappolati.
I banchi di vendita, uno accanto all'altro con le loro merci esposte in colorate composizioni o disordinati mucchi, a rispecchiare la personalità e lo stile di chi ci sta dietro.
Le coperture fatte di teloni per riparare dal sole e dall'acqua che si sovrappongono come bambini che si danno la mano per creare un enorme girotondo di tela.
I dialetti, le voci cacofoniche che richiamano all'acquisto delle migliori pere e melanzane.
Gli aromi delle spezie e dei formaggi stagionati, i profumi della frutta nostrana.
I borsellini che si aprono creando la danza delle monete e delle banconote, che scorrono fra le mani aprendosi e chiudendosi.
Le borse stracolme che ingombrano il passaggio ai vicini e impicciano il cammino.
Io non so più dove sono, girando in tondo in questo universo non so più orientarmi. Da dove siamo venuti, qual è la strada per ritornare a casa?
Oltre il cancello macchine posteggiate alla "come posso" dove caricare in fretta i sacchetti di carta e plastica.
Ci si allontana dalla cittadella con il carico del proprio bottino di guerra.
Alla mia destra papà Toledo, alla mia sinistra Mamma Salvina. Intanto continuo a giocare, saltando da una piastrella all'altra del pavimento stradale per non toccare le "righe".


Racconto suscitato da un sogno del 6/6

sabato 17 febbraio 2007

Poche righe

Per fortuna i libri si leggono con la 'voce' della mente. Se non fosse così mi perderei una parte della magia dei libri di Camilleri.
Per me, siciliano che non sa parlare il dialetto, i personaggi dei suoi libri assumono il timbro delle voci e delle inflessioni dei miei genitori, delle zie, dei nonni.
Tutti con me si sforzavano di parlare italiano. In particolare il papà ci riusciva con ottimi risultati. La sua cadenza originale, assumeva quella tipica rotondità dei Siciliani colti che non hanno vergogna di rivelare le loro origini, ma ne sono fieri, ma il suo italiano era posato e fluente.
L'inflessione della mamma era invece più spigolosa, l'apertura delle vocali, il raddoppio delle consonanti davano il senso della sua terra, di chi ha avuto meno occasioni in gioventù per ingentilire i suoni. Solo quando doveva sgridarmi o darmi qualche punizione, i suoi propositi di parlare in italiano si inceppavano e il dialetto scorreva limpido, irruento, senza freni diventava genuino, generoso, franco.
Nei dialoghi fra di loro però si esprimevano nella maniera più naturale, quella della loro gioventù, e allora io ascoltavo e imparavo. Imparavo a capire senza essere capace di riprodurre i suoni per mancanza di esperienza.
Per questo, leggere ad alta voce una pagina di Camilleri sarebbe per me un tormento perchè immediatamente tradirei l'incapacità di parlare il dialetto, mentre nel silenzio della mia mente le stesse frasi scorrono veloci, ritrovano l'effetto originale, anzi sento la capacità di 'entrare' nel profondo della psicologia di quei personaggi.
Ho appena iniziato a leggere, "il colore del sole" e subito, dopo poche righe, ero già risucchiato in quel 'non so dove' dove abitano le letture che senti di amare.

Poche righe.
Forse sta qui la magia. Poche righe dove lo scrittore si gioca il rapporto con il lettore.
Sono andato davanti alla mia libreria, nella sezione dove tengo i libri di Camilleri. Sentivo istintivamente che doveva essereci qualcosa da scoprire.
Vi ripropongo qui sotto alcuni inizi di libri, senza svelare ciò che li lega. Lo lascio a chi legge questo mio 'post'.

A proposito come si può tradurre 'post' in siciliano? A me viene in mente 'pizzu' (da appizzare, affiggere). Se qualcuno ha una traduzione migliore, me la fa sapere?.

(Nell'immagine Punta Secca (RG) dove è ambientata la casa di Montalbano negli sceneggiati televisivi).

La voce del violino.
Che la giornata non sarebbe stata assolutamente cosa, il commissario Salvo Montalbano, se ne fece subito persuaso non appena raprì le persiane della càmmara da letto. Faceva ancora notte, per l'alba mancava perlomeno un'ora, però lo scuro era già meno fitto, bastevole a lasciar vedere il cielo coperto da dense nuvole d'acqua e, oltre la striscia chiara della spiaggia, il mare che pareva un cane pechinese.

Il birraio di Preston.
Era una notte che faceva spavento, veramente scantusa. Ad una truniata più scatascìante delle altre, che fece trimoliare i vetri delle finestre, si arrisbigliò con un salto.

Il giro di boa.
Nuttata fitusa, 'nfami, tutta un arremazzarsi, un votati e rivotati, un addrummisciti e un arrisbigliati, un susiti e un curcati.

Il cane di terracotta.
A stimare da come l'alba stava appresentandosi, la iurnata s'annunciava certamente smèusa, fatta cioè ora di botte di sole incaniato, ora di gelidi stizzicchi di pioggia, il tutto condito da alzate improvvise di vento.

La gita a Tindari.
Che fosse vigliante, se ne faceva capace dal fatto che la testa gli funzionava secondo logica e non seguendo l'assurdo labirinto del sogno, che sentiva il regolare sciabordio del mare, che un venticello di prim'alba trasìva dalla finestra spalancata.

La luna di carta.
La sveglia sonò, come tutte le mattine da un'anno a 'sta parti alle sette e mezza. Ma lui si era arrisbigliato una frazione di secunno prima dello squillo, era abbastato lo scatto della molla che mittiva in moto la soneria.

Le ali della sfinge.
Ma indove erano andate a finire quelle prime matinate nelle quali appena arrisbigliato, si sentiva attraversato da una speci di correnti di filicità pura, senza motivo?

sabato 30 settembre 2006

Cercare casa

(Sogno del 27/9)

Cerco una casa. Più che una casa sembra la ricerca di uno spazio. Perchè prima vedo locali adatti ad ospitare una manifestazione o un rinfresco, grandi stanze, con panorami sul golfo; poi sembra che l'obiettivo sia trovare una casa per ospitare persone consacrate, dove ci sia una chiara distinzione fra la parte privata e quella pubblica, per la parte maschile e quella femminile; poi il sogno sembra soffermarsi su particolari sempre più stretti di muri, scale, poggioli, scorci di case abitate veramente; infine una casa in Sicilia, vicina al mare, vicina ai parenti.
Ai parenti: ma il cugino che sta parlando è malevolo, è sarcastico, mi sento sulla difensiva, soprattutto nel momento in cui un'altra persona si avvicina ricordandomi presunti errori dei miei genitori, della mamma soprattutto; è diventata una critica aperta: "...e poi perchè comprare quella casa; non la sfruttavano nemmeno!".
Mi ripiego su me stesso, stupito, ferito, offeso, umiliato.
Ma ci ripenso, sento che un'ingiustizia va affrontata e con uno scatto di orgoglio, mi giro su me stesso e con un atteggiamento ora sicuro ribatto: "Non è vero, ci andavano, regolarmente tutti gli anni".

Oggi, Mariateresa, senza sapere del mio sogno, ha ricordato alcune case che abbiamo visto nel passato e che avremmo potuto abitare.
L'attico: Ah, non aver avuto il coraggio di alzare la cifra del mutuo quella volta! Ah, che panorama abbiamo rinunciato per qualche milione di lire in più.
Poi la casa in curva con due saloni enormi e una finestrella nel corridoio; peccato la cucina fosse così buia.
Cercare casa per me è legato a cercare spazi adatti al momento che si vive. Non sono necessariamente grandi spazi, quelli che "servono"; a volte possono essere fatti da un lettino e una parete bianca davanti agli occhi.
Quello che conta è il valore che assume quello spazio. Nella mia famiglia ogni persona ha una sua storia di spazi.

"Se fossi un regista", diceva oggi Mariateresa, "girerei un film con la storia di una casa; come si spostano i muri man mano che cambiamo le persone che la abitano, come si abbattono, si trasformano...come si abitano le stanze".
Sì è una bella idea; cambiano anche i colori e i riflessi, l'intensità delle luci, gli odori che le persone emanano e quelle dei loro cibi; i rumori che vengono prodotti al suo interno dalle scarpe e dagli zoccoli prima di andare a letto, dalle sedie spostate, dalla lavatrice e dallo sciaquone.
Potrebbe essere la storia di come gli spazi si adattano alle personalità delle generazioni di uomini che li vivono.

venerdì 22 settembre 2006

Respirazione: inspirazione ed espirazione

Espirazione e inspirazione sono due movimenti istintivi che ci accompagnano dal primo vagito fino all'ultimo respiro.
Questo non significa che lo sappiamo fare bene. Imparare a respirare correttamente migliorerebbe la qualità della vita. Ma qualche volta,
soprattutto da bambini, le cose si complicano.

La casa in cui sono nato aveva due giardini.
Il primo era più che altro un cortile con il pavimento asfaltato e un alto muro che lo separava dalla proprietà del vicino fabbricato.
C'era giusto il posto per un fico al centro dell'area, per il resto solo lo spazio per girarci intorno con il triciclo.
L'altro era adiacente alla camera da letto dei genitori; aveva il terreno erboso, un albero di arance e uno di limoni.
Proprio ad uno di questi alberi è legato uno dei primissimi ricordi della mia infanzia.
E' un ricordo "certo", non "aiutato" da foto o alimentato dal racconto di qualche parente che era presente.
Ero solo in camera da letto e dopo aver mangiato degli spicchi di arancia, mi era rimasto in mano qualche semino.
Non avevo trovato di meglio che inventare il gioco di infilarlo in una narice (!) e soffiarlo via di botto dopo aver preso fiato con la bocca.
Il giochino aveva funzionato per un po', finchè, per un errore di sincronismo, invece di soffiare aspirai!
Il seme del frutto si incastrò nella parte alta del naso e non scendeva più nonostante i miei sforzi.
Sopraggiunse un senso di panico, ma non volevo chiamare in aiuto la mamma per evitare un sicuro rimprovero!
Fortunatamente dopo qualche minuto il seme esplose fuori e io ho potuto mantenere il mio segreto fino ad ora!

Su questo tema dell'aspirare anzichè espirare, molti anni dopo, ci sono ricascato di nuovo.
Questa volta avevo undici anni, ero in convalescenza per qualche malattia e con un amico che mi era venuto a trovare giocavo con un piccolo calciobalilla (una specie di subbuteo ante-literam). Solo che anzichè giocare regolarmente avevamo inventato una opzione che prevedeva di mettere in bocca la piccola pallina d'acciao e sputarla sul campo di gioco.
Soffia una, due, tre volte, infine l'inevitabile errore e, inspirando con la bocca...oh oh...giù nello stomaco. La biglia!
Panico. Mamme e vicine allertate, dita in gola per provocare il vomito, dottore, patate lesse e olio di ricino.
Ordine di utilizzare un vasino da notte per ispezionare sistematicamente le feci. Infine dopo quattro giorni, la pallina concluse il suo percorso.
Pulita accuratamente tornò a fare il suo dovere per molti anni.

In rete:

Respirare bene
Ossigeno ed acqua
Educazione respiratoria

lunedì 18 settembre 2006

Terre di Sicilia

Durante la vacanza in Sicilia, sono andato a fotografare il pozzo che cito nel mio post "l'ape e il pollice".

E' in contrada Bosco, nella piana di Vittoria.
Il posto è ormai abbandonato, le sterpaglie crescono senza controllo e i tetti delle casupole sono sfondati.
Eppure da quei tetti partivano le urla di gioia della mamma Salvina quando vedeva all'orizzonte la flotta americana che si apprestava allo sbarco, e al posto dei rovi crescevano enormi grappoli d'uva nera coltivati dal nonno.
Dagli alberi di mandorle, ora saccheggiati da qualche vicino di terra, provenivano i torroni dorati della zia.
Una terra fertile, ormai tanto ingestibile che sembra perfino difficile riuscire a venderla. Il suo valore inestimabile sembra totalmente racchiuso nei ricordi di chi, quella zolla rossa, l'ha vissuta; di chi fatica a separarsene anche se i 45 litri -di un olio fragrante e denso- vengono a costare come l'oro: 28 Euro al chilo.

sabato 22 luglio 2006

L'ape e il pollice

I bassi casolari di mattone nudo e quelli intonacati di bianco accecante, formano quasi un cerchio, racchiudono lo spazio dove le attività in comune si svolgono nel corso della giornata.
Gli uomini sono già andati da tempo nei campi, oltre le casupole, dove il grigio verde cangiante degli ulivi allineati in filari che si perdono alla vista, si alterna con le macchie scure dei vigneti di uva cerasuolo, piantati nella sabbia indorata.
Tutti, avidi di sole, si preparano a restituire a tempo debito i forti sapori di quella terra.

I fichi d'india in fiore, rimangono come sentinelle dalle lance spinose e attente a custorire le donne che si dividono i compiti occupandosi di imbastire il sugo di pomodori freschi e di tagliare le melanzane in sottili striscioline; di lavare i panni alla pila, di spazzare per una volta ancora la polvere che sembra nascere dal pavimento.
L'erba rigogliosa è di un verde ancora tenero, più rigogliosa vicino al pozzo, dove i secchi d'acqua straripano e bagnano la terra con abbonanza e generosità.
Il piccolo Enzo ha quattro anni e non è per niente consapevole di tutto questo affresco di vita; corre divertito e impertinente a disturbare il lavoro della nonna e poi quello delle zie, a cercare i complimenti delle vicine e delle comari.
La voce della mamma che sta risciaquando le lenzuola, lo richiama:
"Prova a portarmi qui quel secchiello di acqua, vedi se ce la fai!".
E' un nuovo gioco; di corsa verso il pozzo.
Tra i fiori rossi e gialli che esplodono di vita in quella primavera avanzata, si aggirano piccole creature gialle e nere che volano alacremente senza sosta.
Lì, sul manico del secchiello ce ne sono tante, ma Enzo non sa che sono api, fanno parte, come tutto il resto, di una cornice ancora non chiara che è il mondo oltre il suo bene, la mamma.
Un attimo di stupore assoluto, il bruciore irresistibile del dolore al pollice , il piccolo insetto che giace morto in terra, poi il pianto!

Dove andiamo dopo la morte?

Ho letto che una delle domande più frequenti che i bambini fanno agli adulti è:
"Dove andiamo dopo la morte?"

Dove Andiamo dopo la morte? Come risponderei io a una domanda così diretta?

Per prima cosa risponderei che torniamo ad essere terra. Le strutture molecolari che compongono il mio corpo e i cui legami determinano la mia esistenza, si decomporranno e si confonderanno con altri elementi, si aggregheranno in altri composti e saranno parte di una pianta, di un minerale, di insetti ... Non è un fatto romantico, è la legge della vita. "Polvere sei e polvere ritornerai", è una verità consolatoria; mi dà il senso di una profonda appartenenza al cosmo.

Ma non solo: penso che dopo la morte sarò in qualche maniera nel ricordo delle persone il cui amore ho coltivato.
Ma la parola "ricordo" è fuorviante, perchè non di memoria fatta di episodi si tratta, ma di qualcosa di più profondo. C'è una continuità che fa sì che una parte essenziale di me avrà un luogo oltre la mia vita; certo a partire dai miei figli ma non solo limitato a loro.
C'è una parte del mio papà in me quando emerge il mio stupore di fronte all'ingegno della scienza e della tecnologia e c'è un po' della mia mamma quando traspare la sensibilità per lo spirito, il bisogno di aprirsi alle relazioni umane.
Non so valutare quante delle mie idee o della mia cultura siano passate o stiano passando ai miei figli, ma intuisco che tanto di me, plasmato con tanto di Mariateresa rimarrà in loro. Indipendentemente dalla loro volontà e dalla loro consapevolezza.

La terza è riservata a chi è nelle tracce di Dio. Dove andiamo dopo la morte? Un solo posto è degno di essere immaginato e sperato. Fuori dal tempo e dallo spazio, in una globalità che contiene la definitiva visione spettacolare del creato, una festa e tripudio senza soluzione di continuità , una gratificazione e un senso di appagamento definitivo, una pace e godimento appena intuibili.

venerdì 9 giugno 2006

Timidezza

Ieri sono stato relatore in una conferenza dal titolo un po' complicato per addetti ai lavori che non sto a ripetere. Ma in sintesi si parlava di "informatica e strategie aziendali".
Il contesto dell'auditorio era un club molto esclusivo e qualificato di personalità del mondo marittimo genovese.
Dai riscontri e dalle strette di mano, pare sia andata molto bene e che il mio intervento sia stato piuttosto apprezzato.
In effetti, superato l'ultimo batticuore, giusto pochi secondi prima dell'inizio, ho subito trovato un feeling con la sala e le parole si scioglievano fluide e convincenti.

Naturalmente il mio lavoro mi ha portato molto spesso a parlare nel contesto di riunioni e anche in occasioni pubbliche, ma nonostante tutto...

...meditavo sulla mia timidezza.

Si perchè io "Sono un ragazzo timido".

Quando ero bambino, mi vergognavo perfino ad entrare in panetteria o in drogheria per comprare. Mi sentivo al centro dell'attenzione di tutti i presenti e credevo di non essere all'altezza, mi dimenticavo quello che dovevo dire e cercavo disperatamente di ripeterlo in continuazione mentalmente. Le persone che erano davanti a me e che stavano già elencando la loro spesa mi confondevano. Ad un certo punto mi ritrovavo a ripetere mentalmente un elenco che non era più quello della mamma. Avevo timore di non capire quando sarebbe stato il mio turno, non riuscivo più a contare i soldi, un vero disastro, il panico.
Con queste premesse come avrebbe potuto essere l'approccio con il mondo delle ragazze, nell'adolescenza? Assolutamente goffo e inibito.

Più avanti, durante il periodo universitario e oltre, ho aderito con tanto entusiasmo a un gruppo giovanile che mi aiutò indirettamente a superare questi blocchi. Le occasioni per avere contatti sociali con i coetanei si moltiplicavano e c'erano degli Ideali che si consolidavano e che volevo trasmettere ad altri.
Poi il contatto con il palco grazie alla band musicale dove io suonavo il flauto e cantavo; ma non solo: spesso si organizzavano anche spettacoli con mimi, recitazione, immagini, si raccontavano esperienze.

Ho letto da qualche parte che spesso i più timidi, quando salgono sul palco, si trasformano e danno sfoggio di naturalezza; pare che molti cantanti e artisti in genere rientrino in questo gruppo di persone.

Forse è stato così anche per me, perchè io rimango timido.
O forse si cambia.

( Se clicchi Qui trovi una definizione di timidezza esagerata)

venerdì 19 maggio 2006

La minestra e l'usignolo

Come tanti bambini anch'io non amavo la minestra e ogni volta che la mamma la preparava si apriva una lunga trattativa fatta di rifiuti, di lusinghe, di minacce.
"La mangio se mi racconti una favola".
"No, la favola oggi non ho voglia di contarla!"
"Allora niente minestra, fa schifo, raccontami la favola".
E si andava avanti ancora un po' fra insistenza e rifiuto, insistenza e rifiuto. Poi la mamma sembrava cedere, ed io mi convincevo di vincere la sfida. A quel punto c'era un'altra questione fondamentale da chiarire.
"Però non mi devi raccontare sempre la stessa. No quella dell'uccellino".
"No, questa è diversa, ascolta".

Ogni volta, regolarmente, mi lasciavo convincere a mangiare.
Ed effettivamente le favole iniziavano ogni volta in modo diverso: re, principi, rospi si alternavano ad ogni cucchiaiata con quella fantasia popolare e con la parlantina tipica delle donne siciliane. Boschi, posti incantati e orchi, ed io mi ero dimenticato della minestra, rapito dalla storia.
Ma infine arrivava l'utimo boccone: in quel momento la faccia della mamma cambiava e con una espressione furbetta e maliziosa, la sua storia virava di colpo per far comparire il cacciatore con il fucile che braccava un uccellino.
Non c'era niente da fare, come ogni volta ero stato fregato, la minestra era tutta nel mio stomaco e la mamma completava il suo racconto con l'immancabile...

usignolu ccu beccu giallu, u pettu rrussu, u culu cacatu a la facci ri chi m'ha struzziatu (dumannatu)

uccellino dal becco giallo, il petto rosso, il culo cagato alla faccia di chi mi ha "costretto a tutti i costi a fare qualcosa" .

Io sbattevo i piedi dalla rabbia perchè mi sentivo raggirato e ingannato, ma ormai la minestra era andata. Alla prossima.

sabato 29 aprile 2006

Le onde

(Sogno del 18/4)

Disteso sulla spiaggia sabbiosa guardo sonnecchiando e pigro il leggero movimento delle onde che si ripete mai uguale.

Fatalmente, avendo scelto una posizione troppo vicino al mare, un'onda un po' più lunga arriva a pizzicare il bordo dell'asciugamano. In fretta rimedio arretrando di qualche passo; però non è sufficiente, il mare si sta ingrossando e ogni onda raggiunge e supera la precedente, minacciando la mia nuova posizione. L'arretramento diventa sempre più profondo e quando finalmente riesco a raggiungere un punto sicuro il mare è laggiù, almeno un centinaio di metri.

Sono al sicuro ma rimango con la sensazione di aver vissuto un pericolo superiore a quanto avessi percepito sul momento.

Il mare è un elemento ricorrente nei miei sogni. Il mare che si muove fa pensare all'inconscio, al tumulto del mondo interiore fatto di impulsi che non sempre riescono a venire fuori e che si agitano; è una forza che qualche volta viene percepita come un pericolo perchè trascina con sè; turba l'idea del "cambiamento"; sembra che non si possa arrestare il suo vigore e che possa mettere in gioco gli equilibri esistenti... E il tutto mi riporta a un episodio reale della mia infanzia.

Passeggiata a mare di Nervi: ero seduto accanto alla mamma, su una roccia che affiorava dalla superficie dell'acqua, i piedi a bagno sguazzavano ad ogni movimento della risacca che arrivava a lambirli; il mare era inquiteto e sbuffava come un vecchio che impreca a bassa voce senza sosta, ma le rocce alte e lisce che formavano una piccola insenatura sembravano un ostacolo e una barriera insormontabile anche per un mare ben più mosso di quel pomeriggio. Improvvisamente mi sentii leggero, sollevato come da una dolce mano che si insinuava sotto di me e sembrava volermi cullare; invece mi stava trascinando via senza neanche il tempo di capire il pericolo. Una mano forte e decisa interruppe quello scivolamento, mi trascinò indietro e poi verso di sè.

Poi la vidi piangere e piansi anch'io, per un pericolo che fino ad allora non conoscevo.

sabato 1 aprile 2006

Il Tram

Il tragitto Nervi-Genova lo percorrevo così tante volte che, in pratica, sapevo a memoria tutte le curve, tutti i saliscendi, i nomi dei ristoranti che si affacciavano sul mare, i ponti della ferrovia che lambivano la strada, la posizione di tutte le edicole...

Prima c'era il Tram: le linee numero quindici e sedici.
La mamma diceva: "Andiamo a prendere papà".

Significava raggiungerlo all'uscita del suo lavoro (vedi la bottega del falegname); si partiva per Genova dalla fermata del Ponte Nuovo di Nervi; il mio posto privilegiato era in piedi, davanti, vicino all'autista, la mamma appena dietro di me, anche lei in piedi (pativa il mal d'auto). Per un'ora era un sogno ad occhi aperti. Incredibili storie che avevano sempre una cosa in comune: io ero l'eroe. Salvavo i passeggeri da uno squilibrato che saliva sul mezzo o da un improvviso incendio che minacciava l'autobus. Ero il bagnino in azione in una delle tante spiagge che si intravvedevano lungo il litorale oppure inseguivo con successo dei malviventi lungo le strade. La mamma mi riportava alla realtà: "La prossima si scende!".

Quando il papà era ripulito dalla polvere di legno e dagli odori delle colle, tutti insieme si andava a fare la spesa. Si attraversavano i portici di via XX Settembre affollati di gente e si entrava alla Standa per uscirne dopo un'oretta con le mani dei miei genitori occupate da ingombranti i sacchetti di plastica contenenti, verdure, carni, scatolame, pasta. Si risaliva insieme sul tram quando ormai era buio, aspettando però che ne arrivasse uno con qualche posto libero per sedersi. Sebbene il ritorno fosse meno affascinante dell'andata perchè la stanchezza oramai aveva preso il sopravvento e il tram sembrava riflettere l'aria triste o forse solo stanca dei pendolari che tornavano a casa dopo una giornata di lavoro, io ero comunque molto fiero di essere insieme al papà e alla mamma. La famiglia era ricomposta.
Poi il tram a Genova è sparito, ma non la necessità di percorrere lo stesso tragitto per ancora tanti anni.
E, qualche volta, ancora adesso, ripercorrendo, di tanto in tanto, le stesse strade in automobile, rivivo una familiarità di luoghi e situazioni interiori e mi chiedo quanto, quel percorso con la mamma, verso papà e poi insieme a casa, non racchiudesse altri arcani, importanti, significati nella storia che legava e lega Enzo a Salvina, e Toledo.

martedì 28 marzo 2006

La macchina da cucire Singer

La macchina da cucire Singer sferragliava rumorosamente come un locomotore a vapore e, dalla mia prospettiva di osservazione, sembrava veramente un ingranaggio del locomotore; con la sola differenza che invece di avanzare in un binario il locomotore rimaneva immobile nel tinello della casa.
Io giocavo sul pavimento nelle vicinanze dei piedi di mamma Salvina; piedi che, con grande regolarità, azionavano il pedale che alimentava il moto della ruota che a sua volta determinava il movimento in su e in giù dell'ago. Ma quello che accadeva al livello superiore, dove il cucito si componeva, non faceva parte del mio mondo.
Il mio ricordo dev'essere legato ad una giornata d'inverno: fuori il buio precoce del pomeriggio; dentro la stufetta elettrica a parabola con la resistenza infuocata dal calore e una sensazione di caldo esagerato che arrivava riflesso dal pavimento, ma limitato alla ristretta zona del cono di irraggiamento; i soldatini disposti staticamente in due eserciti schierati uno in fronte all'altro che combattevano l'ennesima battaglia le cui sorti erano già scritte nella mia mente.
La mamma cuciva per conto di una sartoria da uomo ed era specializzata in pantaloni. Li produceva con una rapidità incredibile, anche perché la sua paga era a cottimo. Anche quelli che indossavo io erano il risultato del suo lavoro. Mi portava dal sarto a prendere le misure: "fermo Enzo"... "su con la testa"... "non gonfiare la pancia"..."sei proprio un ometto".
Passavano in fretta le ore dei pomeriggi in quell'ambiente rassicurante, circondato da pezzetti di stoffa blu, grigi e "avana" che riempivano il mio campo di battaglia; da fili bianchi per imbastire le cuciture che aderivano ai miei calzoni come una calamita; dove aghi e spilli sfuggiti al controllo, ogni tanto, mi pungevano un braccio o una gamba.
La ricordo anche canticchiare canzoni (senz'altro degli anni sessanta) come Papaveri e papere, La casetta in Canada, Carissimo Pinocchio, Le mille bolle blu. Cantava senza timore per la sua poca intonazione e io la ascoltavo volentieri.
La macchina da cucire Singer, stava lì inconsapevole testimone di un legame che si alimentava in ristretti spazi condivisi e lunghi tempi trascorsi insieme.

(*** aggiornato 21/11/2013)

domenica 22 gennaio 2006

"Ce la stai facendo?"

(Sogno del 22/1)

Scendiamo le scale di un grande magazzino. Una persona mi rallenta per farmi vedere un articolo che lo incurisce. Sono pochi istanti ma quanto basta per perdere di vista MariaTeresa che è appena davanti a me. Ripresa la discesa, le scale si trasformano in uno scivolo a spirale con un corrimano aereo per appoggiarsi e non ruzzolare, sembra di essere su uno strapiombo in montagna.
Con voce forte chiamo: "MariaTeresa ce la stai facendo?"; "Sì, va bene", mi risponde la sua voce, rassicurandomi.
Passato questo pericolo rischio di perdermi in un labirinto fatto porte di sicurezza, di tornelli e corridoi semi illuminati. "MariaTeresa ci sei?", e ancora la voce davanti a me in una posizione imprecisa risponde, "Sì, ci sono".
Infine trovo l'uscita.
Mi ritrovo in una grande piazza affollatissima di donne che aspettano i loro bambini e nella confusione continuo a non vedere MariaTeresa. Decido di chiamarla sul cellulare, ma c'è un sovraccarico sulla rete. Mi rendo conto che tutti intorno a me stanno telefonando nello stesso momento.
Aspetto, la piazza comincia a svuotarsi; ora sono decisamente in agitazione e mi assale un vero senso di panico. Finchè in preda all'angoscia urlo: "Aiutatemi, non vedete che non la trovo? Non vedete che il panico mi impedisce perfino di pigiare i tasti del cellulare per comporre il suo numero? Le mia mani stanno tremando!"
Piango con lacrime che sgorgano abbondanti e un violento singhiozzo mi scuote il corpo.

Mi sveglio con il cuore che batte all'impazzata, è ancora buio, sono nel mio letto, MariaTeresa è accanto a me, la realtà.
Torna il tema dell'abbandono, la paura di rimanere solo. Credo che nel sogno la figura di MariaTeresa sia solo simbolica. La presenza di tutte quelle mamme che aspettano e si mettono in comunicazione con i loro bimbi...com'è giusto che facciano. Probabilmente ho rivissuto qualche paura di quando ero piccolo e l'unico mio mondo era la mamma e non sapevo immaginare un futuro senza la sua presenza.

lunedì 26 dicembre 2005

Abbracci

Sarà che il periodo delle feste ricorda istintivamente le abbondanti coccole che si ricevevano insieme ai regali, sarà che l'affetto delle persone più care si rinnova ad ogni nuova stagione; magari non così esplicitamente da affiorare apertamente come pensiero ragionato, ma quanto basta per far capolino nei sogni...


Il pullman fa un ampio giro nella larga piazza assolata, manovra tra le aiuole dove striminziti alberi combattono con una cronica mancanza d'acqua e infine posteggia accanto alla casa bianca.
Io scendo con il cuore in subbuglio: è la mia casa, a Scoglitti - anche se nel sogno sembra più grande, più alta, più bianca-.

Dalla porta mi viene incontro una anziana signora con i capelli bianchi; è la zia Gina, ci stringiamo nel forte abbraccio di chi non si rivede da molto tempo.
Mi accompagna all'interno della casa; in un ampio ingresso con una larga scalinata che sale, incontro la Angela, il mio papà, la mamma, altri zii e zie dei quali non ricordo neppure più il nome: Peppina, Gaetano, Turuzzu, Vannina...
Solo un attimo di stupore per capire che sono persone che non ci sono più, che solo i vivi mancano. In un'atmosfera morbida e un po' ovattata, qualcuno mi invita a salire le scale e mi accompagna.
Ho il fiato un po' corto nell'arrampicarmi per le scale, stupito chiedo: "Perchè anche tu hai il fiatone?"; "Beh, cosa pensi anche noi in paradiso ci stanchiamo!" mi sento rispondere.

Vengo accompagnato da una vecchietta ormai senza denti, il volto segnato da rughe, gli occhi luminosi.
Il suo compito è "guardarmi dentro" nel profondo , per dirmi chi veramente sono.
Mi deve assaggiare come si assaggia un cibo elencandone gli ingredienti. Si avvicina e mi bacia in bocca, un bacio lungo, il tempo di sentire il contatto con le gengive sdentate, il calore dell'interno della bocca.
Poi si stacca ed elenca i risultati del test, come si fa con le analisi del sangue.
Scienza: un pochino;
Matematica: quanto basta;
Capacità logiche: appena sufficienti;
Poesia: abbondante;
Fantasia: straripante;
Ascolto: tanto;
Creatività: inesauribile;

Ma cosa si nasconde dietro l'immagine dell'ingegnere?

(sogno del 21/12)

Mi preparo una tisana, una di quelle che ti fanno rilassare già mentre scendono nell'esofago, di quelle che colorano intensamente l'acqua dove diffondono il loro aroma, di quelle che si filtrano col colino, con l'acqua scaldata in un pentolino che frigola appena l'acqua comincia bollire.
Poi questo pentolino è speciale è quello della mamma, dimenticato in un ripostiglio nel poggiolo, la tisana avrà un gusto diverso.
Bevo, ma ho ancora sete, ne preparerò un'altro.
Entro nella stanza che si apre nel lungo corridoio in penombra, è la camera del papà, già anziano, con i capelli bianchi.
"Quanto tempo che non ti vedo papà!".
Lo abbraccio, lo stringo al petto fortissimamente - come raramente sono riuscito a fare nella realtà - lo accarezzo nei pochi capelli arruffati che gli sono rimasti in testa.
"Quanto tempo che non ti vedo papà!".
Non ho più nessuna inibizione nel mostrarti il mio affetto e tu non ne hai nel ricevere il mio.
Ti abbraccio e sento quanto sei vicino a me ed io ad te.

(Sogno del 25/12)

martedì 18 ottobre 2005

Il treno

Qualche giorno fa ho dormito in un agriturismo toscano situato vicino alla ferrovia. E' la linea che fiancheggia il mar Tirreno, porta dal sud al nord e viceversa.
Ho faticato un po' ad addormentarmi e per questo motivo ho sentito passare tanti treni. Un rumore che nel dormiveglia mi risuonava familiare e che mi ha fatto ripercorrere i tanti viaggi che dopo il trasferimento della mia famiglia da Vittoria a Genova ci riportavano ogni estate alle nostre origini.

Il mio posto era quello vicino al finestrino e anche se il papà non era riuscito a prenotare i posti le persone erano ben disposte verso un bambino...
Naturalmente stavo con gli occhi incollati al vetro cercando di assorbire tutti i fotogrammi del film che mi scorreva davanti.
Scoprivo e mi interrogavo vedendo le colline lontane che scorrevano lentamente lasciandosi ammirare con calma, mentre gli oggetti vicini sfrecciavano via uno dietro l'altro quasi ancor prima di averli visti.

Ogni tanto il treno ingaggiava una gara appassionante all'ultimo sprint con un'automobile che viaggiava su una strada parallela e in genere eravamo noi a vincere la sfida!

Poi le gallerie, quelle lunghe che non finivano mai: l'unico diversivo era vedere come il vetro si trasformava improvvisamente in uno specchio che rifletteva me, appiccicato al vetro, e il resto dello scompartimento, alle mie spalle; oppure mi potevo concentrare su quella riga bianca tracciata sulla parete della galleria che andava su e giù, stupidamente su è giù senza che nessuno sapesse dirmi il perchè.
Invece altre gallerie erano insopportabili: per un attimo vedevo il mare a strapiombo, uno spettacolo mozzafiato e subito il buio e poi ancora uno squarcio e di nuovo il blackout, che rabbia!
Con gli anni e con i primi studi della scuola ero capace di riconoscere i vari paesaggi.
La Liguria era emozionante nel viaggio di ritorno perchè era la mia casa che si avvicinava, la Maremma era dolcissima perchè aveva le curve morbide, il passaggio da Roma era spesso invisibile perchè a quell'ora dormivo, la Calabria era selvaggia, spigolosa, la Sicilia, la Sicilia!

L'arrivo a Villa San Giovanni era magico, se dormivo la mamma mi svegliava per non farmi perdere lo spettacolo.
Lentamente il treno si avvicinava al traghetto, accompagnato da uno stridore di metallo acutissimo, poi tornava indietro per la manova; una due tre quattro volte e poi toccava a noi.
La carozza entrava nella pancia della nave sfiorando un intrico di tubi piccoli e grandi, di cavi, di scalette e un odore di grasso e di mare pizzicava il naso.

Bisognava indossare il giacchettino e poi si scendeva; per fortuna c'era il papà che sapeva riconoscere la nostra carrozza e la sua posizione nella nave altrimenti la mamma ed io ci saremmo persi...

Guardano dal ponte del traghetto, fianco a fianco dei miei genitori, avvicinarsi la Sicilia ho imparato a commuovermi ed emozionarmi ogni volta che rimetto piede nella mia terra.
Io che ci ho vissuto solo quattro anni!
Si avvicina quella striscia di monti e batte il cuore come per un amore mai dimenticato. "Enzo guarda la madonnina", è il porto di Messina.
Presto, si mangia al bar un arancino e si torna in carrozza.
Da quel momento il viaggio è in discesa, si aspetta di vedere l'Etna, la terra nera e feconda della sua lava. Gli agrumeti della piana e infine la pietra luminosa dei monti iblei, le serre della campagna di Vittoria, il papà che racconta di quando faveva la gara col treno a vapore, lui in bicicletta, da Vittoria a Gela.

Che viaggio! Il rumore dei binari, l'incessante dondolio, il puzzolente velluto dei sedili, l'odore dei piedi, i finestrini aperti, i finestrini chiusi, il nauseante odore delle toilette, il papà che scende alla stazione per riempire la bottiglia d'acqua e il treno parte e io non lo vedo tornare e la mamma che mi rassicura: "è salito in un'altra vettura", le stazioni verdi, quelle minuscole che il mio treno si mangia senza lasciarti il tempo di vedere il nome, quelle con gli altoparlanti che non si capisce niente, e ancora il rumore dei binari, l'incessante dondolio... mi sono addormentato viaggiando ancora una volta nel treno dell'Etna, nel treno del Sole.