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domenica 11 novembre 2007

Ratatouille e... come si cambia

Ratatouille, pur essendo un cartone animato (con una animazione sbalorditiva), offre tanti spunti di riflessione.
Riporto un dialogo fra il topino Remy e il suo papà che cerca di dissuaderlo.

-> No, non ci credo, mi stai dicendo che il futuro può essere soltanto questo?

-> Sì, è così che stanno le cose, non puoi cambiare la natura.
-> Cambiare, fa parte della natura, è quella parte della natura che possiamo influenzare, e comincia solo quando lo decidiamo noi.
-> Dove vai?
-> Con un po' di fortuna, avanti!


Qui un sito per leggere Commenti, recensioni, frasi celebri ed altro.

Qui invece la La ricetta.

domenica 15 aprile 2007

L'unica cosa costante nella vita è il cambiamento

Tratto da "Come aiutare i ragazzi ad aiutare se stessi" di Perry Good (Armando Editore).
La chiave di ogni solida relazione sta nell'accettare che essa dovrà CAMBIARE.
Nessuna relazione cambia così tanto come la relazione genitore-figlio. I bambini crescono di continuo, mentalmente e fisicamente, e i genitori devono continuamente adattarsi a questi cambiamenti.

Lo so, con tre figli: una sposata (25), l'altro che è appena entrato nel mondo del lavoro (22), l'ultimo adolescente (15), dovrei essere un esperto. Non è così, accetto suggerimenti...
Comunque l'idea che l'unica cosa costante nella vita è il cambiamento, è profondamente rispondende alla realtà.
Io allargherei il concetto non solo alla relazione genitore-figlio, ma anche a quello della coppia.
Chi sa che la radice del fallimento di tante famiglie stia proprio in una mancanza cronica di consapevolezza del cambiamento. Si tende sempre ad applicare lo stesso modello. Lo schema utilizzato nella fase iniziale del rapporto. E poi non ci si schioda da lì, con frustazioni, delusioni, fughe, coazione a ripetere gli stessi errori.

giovedì 5 aprile 2007

Brioche avvelentata

MariaTeresa ha affrontato un argomento che per tanti genitore è "caldo".
L'orario di rientro a casa dei figli.
Fare le tre o le quattro di mattina è diventato "un obbligo", se non lo fai non sei trend o semplicemente ti sentiresti escluso, diverso, imbranato...
Poi c'è questa abitudine di lasciare una brioche sul tavolo per la mamma...

L'argomento mi ha suscitato qualche riflessione. (Come non potrebbe tenendo che conto che i figli di cui parla Mariateresa sono anche i miei?).
Riporto qui sotto il commento che ho fatto al suo post.

Difficile fare un discorso generale, perchè la relazione genitore-figlio, solo per sommi capi assomiglia a quella dei "manuali".
Comunque ci provo:
"...però capite pure noi ragazzi...".
E' vero i ragazzi vanno capiti, ero ragazzo io quando ho sentito questa frase la prima volta ed è stata compagna nella crescita dei miei figli, mi permetto di dire, che è stata quasi come un tabù intoccabile, comunque almeno come un chiodo fisso.
"...mi hai fatto vivere la mia vita, come è giusto che sia..."
Anche questo è un refrain consolidato e sacrosanto. Non è forse quello che desideravo io quando ero ragazzo?
Sì, infatti, non ho imposto il tipo di studi ai miei figli, ho assecondato il loro sentire, non ho imposto a tutti i costi i miei valori religiosi, li ho indirizzati finchè ho potuto cercando di essere soprattutto testimone, ma poi sono come vogliono essere.
Non li ho costretti a studiare musica, a primeggiare a tutti icosti per far contento il papà e la mamma, a prendere dieci a scuola con il ricatto "devi farlo per me, per amore mio".
E mi fermo qui.
Ma...
Qualcosa stride!
Udite udite anche i figli hanno dei doveri!
L'ho detto! Anatema!
C'è un dovere nell'essere genitori che è quello di trasmettere valori, ma anche equilibrio e buonsenso. In definitiva dare gli strumenti per poter affrontare la vita da adulti. Che è un po' diverso da "lasciami fare quello che voglio, ne ho il diritto".
Un genitore si preoccupa di un figlio anche quando ha trenta anni? Non è strano, non è, di per sè, un atteggiamento malato. Poi vediamo caso per caso ma di per sè sarebbe strano il contrario.

Tornando sulla brioche avvelenata, il mio essere adulto mi dice che tornare regolarmente alle tre del mattino non è normale, che qualcosa si è "rotto" nella percezione dei ritmi che scandiscono la vita quotidiana.
Rispondo alla "sposina" con un'altra domanda: "quando smetterai di preoccuparti per il tuo piccolo, ora che sei mamma?".

lunedì 16 ottobre 2006

Genitori insensati

La notizia viene dall'Inghilterra ma è sufficiente essere a contatto con il mondo dei genitori per capire che i risultati sono estendibili anche in Italia.
Ne parla un articolo di repubblica.it di E.Franceschini del 14/10/06

In italiano suona un po' forte "mad parent". Più che genitore folle o pazzo, io direi genitori insensati.
E' la generazione dei genitori che non vogliono far mancare niente ai propri figli.
Che parlano di loro alle zie, ai vicini di casa e ai colleghi di lavoro, agli amici e soprattutto ai genitori coetanei, descrivendo percorsi che s'involano "di trionfo in trionfo".

Aspettative massime sui risultati scolastici, prestazioni record negli sport che i ragazzi sono obbligati a seguire (andate a vedere una partita di calcio di un torneo giovanile e date le spalle al campo di gioco. Si renderà subito evidente la "follia" di alcuni genitori). Ma poi si vorrà far mancare un po' di cavallo che stimola il contatto con la natura; un po' di arti marziali, che oggi sapersi difendere è importante, e poi come si fa senza un sostegno per la conoscenza della lingua inglese e tedesca?
Aggiungo io: pare che l'unico campo dove si può soprassedere e mostrare tutta l'amorevole comprensione per i bambini è la frequentazione del catechismo. Ma si sa, la religione non facilita la competizione (salvo poi lamentarsi per l'invasione culturale dell'Islam nelle nostre città...)

Troppo amore...verrebbe da dire. Ma che amore?
A me viene da chiedermi: chi pagherà il conto di queste pressioni insensate, in termini di frustazione, depressione, disorientamento, nevrosi?


(Sogno 15/10)

Il gruppo di amici risale in macchina le colline alla ricerca di un casolare che possa essere riadattato e servire come riferimento per costruire un piccolo agglomerato di case. Si pensa a un cortile dove si affacciano le finestre degli abitanti, a un porticato che ripari dalle intemperie, alla risistemazione dei muri di pietra. E intanto il paesaggio scorre fra campi verdi che seguono le pendenze delle colline e strade tortuose che scompaiono dietro ad ogni curva e sembrano riapparire un po' oltre.
Qualche sparsa costruzione incontrata sembra non idonea allo scopo e allora si prosegue.
Fino a quando sorpende la vista un grande avvallamento disboscato da ruspe e ingombranti muraglioni di contenimento.
Il gruppo di amici scende incuriosito da tanto scempio, e individua una casa seminascosta. Entra.
La casa è abitata da un polipo-donna. E' una donna tentacolare che invita i suoi ospiti con l'apparenza del sorriso e della protezione ma di fatto li cattura, li rende prigionieri. Schiavi della sua centralità. E' l'addio ai sogni fatti per costruirsi una casa a misura propria, è la cattività.

sabato 22 luglio 2006

L'ape e il pollice

I bassi casolari di mattone nudo e quelli intonacati di bianco accecante, formano quasi un cerchio, racchiudono lo spazio dove le attività in comune si svolgono nel corso della giornata.
Gli uomini sono già andati da tempo nei campi, oltre le casupole, dove il grigio verde cangiante degli ulivi allineati in filari che si perdono alla vista, si alterna con le macchie scure dei vigneti di uva cerasuolo, piantati nella sabbia indorata.
Tutti, avidi di sole, si preparano a restituire a tempo debito i forti sapori di quella terra.

I fichi d'india in fiore, rimangono come sentinelle dalle lance spinose e attente a custorire le donne che si dividono i compiti occupandosi di imbastire il sugo di pomodori freschi e di tagliare le melanzane in sottili striscioline; di lavare i panni alla pila, di spazzare per una volta ancora la polvere che sembra nascere dal pavimento.
L'erba rigogliosa è di un verde ancora tenero, più rigogliosa vicino al pozzo, dove i secchi d'acqua straripano e bagnano la terra con abbonanza e generosità.
Il piccolo Enzo ha quattro anni e non è per niente consapevole di tutto questo affresco di vita; corre divertito e impertinente a disturbare il lavoro della nonna e poi quello delle zie, a cercare i complimenti delle vicine e delle comari.
La voce della mamma che sta risciaquando le lenzuola, lo richiama:
"Prova a portarmi qui quel secchiello di acqua, vedi se ce la fai!".
E' un nuovo gioco; di corsa verso il pozzo.
Tra i fiori rossi e gialli che esplodono di vita in quella primavera avanzata, si aggirano piccole creature gialle e nere che volano alacremente senza sosta.
Lì, sul manico del secchiello ce ne sono tante, ma Enzo non sa che sono api, fanno parte, come tutto il resto, di una cornice ancora non chiara che è il mondo oltre il suo bene, la mamma.
Un attimo di stupore assoluto, il bruciore irresistibile del dolore al pollice , il piccolo insetto che giace morto in terra, poi il pianto!

Dove andiamo dopo la morte?

Ho letto che una delle domande più frequenti che i bambini fanno agli adulti è:
"Dove andiamo dopo la morte?"

Dove Andiamo dopo la morte? Come risponderei io a una domanda così diretta?

Per prima cosa risponderei che torniamo ad essere terra. Le strutture molecolari che compongono il mio corpo e i cui legami determinano la mia esistenza, si decomporranno e si confonderanno con altri elementi, si aggregheranno in altri composti e saranno parte di una pianta, di un minerale, di insetti ... Non è un fatto romantico, è la legge della vita. "Polvere sei e polvere ritornerai", è una verità consolatoria; mi dà il senso di una profonda appartenenza al cosmo.

Ma non solo: penso che dopo la morte sarò in qualche maniera nel ricordo delle persone il cui amore ho coltivato.
Ma la parola "ricordo" è fuorviante, perchè non di memoria fatta di episodi si tratta, ma di qualcosa di più profondo. C'è una continuità che fa sì che una parte essenziale di me avrà un luogo oltre la mia vita; certo a partire dai miei figli ma non solo limitato a loro.
C'è una parte del mio papà in me quando emerge il mio stupore di fronte all'ingegno della scienza e della tecnologia e c'è un po' della mia mamma quando traspare la sensibilità per lo spirito, il bisogno di aprirsi alle relazioni umane.
Non so valutare quante delle mie idee o della mia cultura siano passate o stiano passando ai miei figli, ma intuisco che tanto di me, plasmato con tanto di Mariateresa rimarrà in loro. Indipendentemente dalla loro volontà e dalla loro consapevolezza.

La terza è riservata a chi è nelle tracce di Dio. Dove andiamo dopo la morte? Un solo posto è degno di essere immaginato e sperato. Fuori dal tempo e dallo spazio, in una globalità che contiene la definitiva visione spettacolare del creato, una festa e tripudio senza soluzione di continuità , una gratificazione e un senso di appagamento definitivo, una pace e godimento appena intuibili.

venerdì 14 luglio 2006

Amare e lasciar liberi

Mi capita di vedere genitori che con tecniche raffinate, il più delle volte inconsapevoli, manipolano e orientano la vita dei propri figli, riuscendo spesso ad ottenere quello che vogliono: il diploma al liceo, un successo nello sport, il matrimonio in chiesa, l'adesione alla propria parte politica, la scelta degli amici...

Si capisce, nel compito di educare si cerca di trasmettere dei valori e si desidera che coincidano con i propri, perchè si è convinti della validità delle proprie scelte.
Ma se fra questi valori c'è la "libertà".... Educare i figli alla libertà , non dà alcuna garanzia sul fatto che da adulti faranno le tue stesse scelte.
E' un rischio che si deve correre, se si è convinti che la libertà è un valore.
Per esperienza personale, devo dire che brucia un po' quando si deve prendere atto di stili di vita diversi.
Amare e lasciar liberi.

E' più facile volerlo per se stessi che per gli altri.

Alla ricerca di modelli che confortino questa scelta ne trovo uno che supera tutti gli altri: è Dio stesso.
Fra quel poco che intuisco di Lui c'è che ha creato l'uomo e la donna liberi, così liberi da poter scegliere se Riconoscerlo o Non-Riconoscerlo.
E non scende dal cielo per recriminare il suo ruolo.

Dicono che continui ad amare ogni sua creatura, comunque, a prescindere.

sabato 8 luglio 2006

Bacini

(Sogno del 6/7)

Bacini, carezze, moine, affettuosità, amorevolezze, attaccamento, premure, dolcezze, delicatezze...
...dalla mia bambina.

lunedì 3 luglio 2006

Turni

Fin da quando i ragazzi erano piccoli ho cercato di educarli all'idea che la famiglia è una piccola comunità in cui tutti devono contribuire con le loro capacità.
In questa prospettiva, per esempio, sono sempre stati stabiliti dei turni per sparecchiare la tavola e attivare la lavastoviglie.
Oramai sembrava uno stile consolidato. Improvvisamente da qualche mese i malumori. Recriminazioni verso chi ha saltato un turno o verso chi ha fatto male il lavoro, necessità di sollecitare ogni giorno l'intervento, e ancora contestazioni, incomprensioni...e Marianna si sposa bisogna rivedere tutto e come fare...un crescendo!

Finchè qualche giorno fa ho perso la pazienza, e malamente, perchè quando si urla si ha sempre torto, ho deciso dopo quasi venti anni la fine dei turni!
Io e Mariateresa ci divideremo il lavoro!
Chi vuole partecipare (rimangono i due maschi) lo può fare spontaneamente, altrimenti si va avanti così.

In realtà c'è molta amarezza in me e ho la sensazione che nonostante le mie buone intenzioni l'unico risultato è stato imporre delle regole mentre il messaggio che c'era dietro s'è perso.

martedì 27 giugno 2006

Il primo volo

Il tema dell'abbandono e del distacco è così profondo che non si finisce mai di sondarne le profondità...

Qui c'è il link ad una intervista a Gianna Schelotto, che consiglio di leggere.
Io sono rimasto colpito già dalla citazione del titolo di un suo libro "Distacchi e altri addii. Quando separarsi fa bene".

Allora, ci sono distacchi che fanno bene! Non dice che basta sopportare, accettare, sublimare, elaborare, e così via, ma che ci sono situazioni in cui "separarsi fa bene".


Non è un incitamento alla separazione!

Ho un ricordo. La pagina del sussidiario delle elementari.
L'immagine di un grande albero, di un nido di rondini e del loro primo volo. Il testo spiegava che mamma rondine, sa quand'è il momento di far spiccare il volo al suo rondinino, e lo spinge, lo accompagna ma lo fa andare.
E' un distacco che fa bene, senza il quale non si completa la crescita.
Si capisce, gli uomini non sono rondini e il paragone regge finchè regge.


Dietro la paura dell'abbandono c'è la paura della solitudine, ma anche qualcosa di più profondo: la paura di non esistere. Quando siamo amati da qualcuno abbiamo anche la conferma della nostra esistenza: la persona che ci ama ci fa sentire importanti ed amati, ma prima di tutto ci fa sentire che ci siamo.
Nel momento in cui un rapporto finisce ci ritroviamo piccoli e di poco valore, ci sembra di non esistere o di non valere.

venerdì 19 maggio 2006

La minestra e l'usignolo

Come tanti bambini anch'io non amavo la minestra e ogni volta che la mamma la preparava si apriva una lunga trattativa fatta di rifiuti, di lusinghe, di minacce.
"La mangio se mi racconti una favola".
"No, la favola oggi non ho voglia di contarla!"
"Allora niente minestra, fa schifo, raccontami la favola".
E si andava avanti ancora un po' fra insistenza e rifiuto, insistenza e rifiuto. Poi la mamma sembrava cedere, ed io mi convincevo di vincere la sfida. A quel punto c'era un'altra questione fondamentale da chiarire.
"Però non mi devi raccontare sempre la stessa. No quella dell'uccellino".
"No, questa è diversa, ascolta".

Ogni volta, regolarmente, mi lasciavo convincere a mangiare.
Ed effettivamente le favole iniziavano ogni volta in modo diverso: re, principi, rospi si alternavano ad ogni cucchiaiata con quella fantasia popolare e con la parlantina tipica delle donne siciliane. Boschi, posti incantati e orchi, ed io mi ero dimenticato della minestra, rapito dalla storia.
Ma infine arrivava l'utimo boccone: in quel momento la faccia della mamma cambiava e con una espressione furbetta e maliziosa, la sua storia virava di colpo per far comparire il cacciatore con il fucile che braccava un uccellino.
Non c'era niente da fare, come ogni volta ero stato fregato, la minestra era tutta nel mio stomaco e la mamma completava il suo racconto con l'immancabile...

usignolu ccu beccu giallu, u pettu rrussu, u culu cacatu a la facci ri chi m'ha struzziatu (dumannatu)

uccellino dal becco giallo, il petto rosso, il culo cagato alla faccia di chi mi ha "costretto a tutti i costi a fare qualcosa" .

Io sbattevo i piedi dalla rabbia perchè mi sentivo raggirato e ingannato, ma ormai la minestra era andata. Alla prossima.

sabato 29 aprile 2006

Le onde

(Sogno del 18/4)

Disteso sulla spiaggia sabbiosa guardo sonnecchiando e pigro il leggero movimento delle onde che si ripete mai uguale.

Fatalmente, avendo scelto una posizione troppo vicino al mare, un'onda un po' più lunga arriva a pizzicare il bordo dell'asciugamano. In fretta rimedio arretrando di qualche passo; però non è sufficiente, il mare si sta ingrossando e ogni onda raggiunge e supera la precedente, minacciando la mia nuova posizione. L'arretramento diventa sempre più profondo e quando finalmente riesco a raggiungere un punto sicuro il mare è laggiù, almeno un centinaio di metri.

Sono al sicuro ma rimango con la sensazione di aver vissuto un pericolo superiore a quanto avessi percepito sul momento.

Il mare è un elemento ricorrente nei miei sogni. Il mare che si muove fa pensare all'inconscio, al tumulto del mondo interiore fatto di impulsi che non sempre riescono a venire fuori e che si agitano; è una forza che qualche volta viene percepita come un pericolo perchè trascina con sè; turba l'idea del "cambiamento"; sembra che non si possa arrestare il suo vigore e che possa mettere in gioco gli equilibri esistenti... E il tutto mi riporta a un episodio reale della mia infanzia.

Passeggiata a mare di Nervi: ero seduto accanto alla mamma, su una roccia che affiorava dalla superficie dell'acqua, i piedi a bagno sguazzavano ad ogni movimento della risacca che arrivava a lambirli; il mare era inquiteto e sbuffava come un vecchio che impreca a bassa voce senza sosta, ma le rocce alte e lisce che formavano una piccola insenatura sembravano un ostacolo e una barriera insormontabile anche per un mare ben più mosso di quel pomeriggio. Improvvisamente mi sentii leggero, sollevato come da una dolce mano che si insinuava sotto di me e sembrava volermi cullare; invece mi stava trascinando via senza neanche il tempo di capire il pericolo. Una mano forte e decisa interruppe quello scivolamento, mi trascinò indietro e poi verso di sè.

Poi la vidi piangere e piansi anch'io, per un pericolo che fino ad allora non conoscevo.

sabato 1 aprile 2006

Il Tram

Il tragitto Nervi-Genova lo percorrevo così tante volte che, in pratica, sapevo a memoria tutte le curve, tutti i saliscendi, i nomi dei ristoranti che si affacciavano sul mare, i ponti della ferrovia che lambivano la strada, la posizione di tutte le edicole...

Prima c'era il Tram: le linee numero quindici e sedici.
La mamma diceva: "Andiamo a prendere papà".

Significava raggiungerlo all'uscita del suo lavoro (vedi la bottega del falegname); si partiva per Genova dalla fermata del Ponte Nuovo di Nervi; il mio posto privilegiato era in piedi, davanti, vicino all'autista, la mamma appena dietro di me, anche lei in piedi (pativa il mal d'auto). Per un'ora era un sogno ad occhi aperti. Incredibili storie che avevano sempre una cosa in comune: io ero l'eroe. Salvavo i passeggeri da uno squilibrato che saliva sul mezzo o da un improvviso incendio che minacciava l'autobus. Ero il bagnino in azione in una delle tante spiagge che si intravvedevano lungo il litorale oppure inseguivo con successo dei malviventi lungo le strade. La mamma mi riportava alla realtà: "La prossima si scende!".

Quando il papà era ripulito dalla polvere di legno e dagli odori delle colle, tutti insieme si andava a fare la spesa. Si attraversavano i portici di via XX Settembre affollati di gente e si entrava alla Standa per uscirne dopo un'oretta con le mani dei miei genitori occupate da ingombranti i sacchetti di plastica contenenti, verdure, carni, scatolame, pasta. Si risaliva insieme sul tram quando ormai era buio, aspettando però che ne arrivasse uno con qualche posto libero per sedersi. Sebbene il ritorno fosse meno affascinante dell'andata perchè la stanchezza oramai aveva preso il sopravvento e il tram sembrava riflettere l'aria triste o forse solo stanca dei pendolari che tornavano a casa dopo una giornata di lavoro, io ero comunque molto fiero di essere insieme al papà e alla mamma. La famiglia era ricomposta.
Poi il tram a Genova è sparito, ma non la necessità di percorrere lo stesso tragitto per ancora tanti anni.
E, qualche volta, ancora adesso, ripercorrendo, di tanto in tanto, le stesse strade in automobile, rivivo una familiarità di luoghi e situazioni interiori e mi chiedo quanto, quel percorso con la mamma, verso papà e poi insieme a casa, non racchiudesse altri arcani, importanti, significati nella storia che legava e lega Enzo a Salvina, e Toledo.

sabato 11 marzo 2006

La bottega del falegname

Stamattina, facendo una passeggiata, sono passato davanti ad una delle falegnamerie in cui aveva lavorato papà Toledo.
La fantasia era di bussare e vedere se per caso lui fosse lì a completare qualche lavoro urgente. Ma non solo papà non c'è più ma anche quel laboratorio di falegnameria sembrava irrimediabilmente chiuso.
Peccato, avrei volentieri annusato l'ambiente.
Sì, perchè il ricordo più vivo è proprio legato all'odore.
Qui viene il difficile, perchè la tecnologia non ha ancora inventato un "Insert smell", il che mi eviterebbe di cimentarmi con la difficile impresa di evocare la sensazione dell'odore del legno.

Non è come odorare un mobile già confezionato; è l'aroma intenso che proviene dai trucioli che si accumulano per terra sotto i macchinari che servono a modellare il legno. Ce n'erano di tutti i tipi: larghi, lunghi, sottili, chiari, marroncini, friabili, grassocci.
E' il profumo che emana la polvere di segatura che rimane in sospensione nell'aria e che i raggi di sole filtrando dall'esterno rendono visibili come volute di fumo. E' il gradevole senso di ebrezza che dà l'annusare una tavola di noce o di pichpain appena tagliata, dove senti ancora la linfa viva della pianta. E' quello altrettanto intrigante della bianca colla che veniva splamata con meticolosità in tutti gli incastri, prima di assestare con pochi e precisi colpi, i lunghi chiodi. Se non fosse stato per l'odore me la sarei mangiata quella colla, aveva la stessa consistenza del "biancomangiare" che preparava la mamma.
Poi c'erano gli odori che facevano scappare via, quelli della sezione vernici: gli impregnanti, gli ingrassanti, i coloranti, gli oli minerali, che ti prendevano alla gola e ti stordivano.

Le macchine che servivano a lavorare il legno, nei miei ricordi di bambino, esercitavano un'altra forte attrattiva, ma in questo caso la prudenza di papà era severa: dovevo tenermi lontano perchè non c'erano protezioni.
"Vedi" mi diceva, e mi mostrava il dito pollice dove mancava un angolo, risultato di un piccolo incidente.
"Lo zio Pinuzzo, ci ha perso tre dita con una sega circolare come questa, il problema sono i nodi" e ancora mi mostrava una tavola di legno dal colore pallido dove nel bel mezzo appariva una grossa macchia scura che mi ricordava il neo della mia faccia.
"Quando la lama, ne incontra uno devi essere pronto, perchè le dita sono a pochi millimetri dal taglio, basta uno scarto minimo e invece del legno, zac, via il dito!".

La passeggiata continua, il portone verde, un po' sgangherato, e la finestrella, che dava luce al seminterrato rimangono alle mie spalle; il sole stamani è generoso, scalda la mattina di marzo; c'è ancora il tempo per fissare qualche raggio sul viso e il passato nella mia mente.


Link:
La natura del legno
Il legno

domenica 15 gennaio 2006

Racconto di un fidanzamento

“Signor Toledo quand’è che si decide a sposarsi, ha trent’anni ormai” disse la ragazzina continuando a raccogliere le mandorle cadute dagli alberi e sparpagliate nella terra rossa.
La giornata era calda, il sig. Toledo, in canottiera, seguiva il gruppetto di ragazze che raccoglievano nel grembiule i frutti saporiti. Aveva il suo solito sorriso franco e gli occhi gli brillavano. Ma loro erano troppo intente a scherzare e lavorare per potersene accorgere.
“La mia sposa deve ancora crescere” rispose un po’ misteriosamente.
Come poteva immaginare, la quindicenne Salvina, che quel caro amico di famiglia stava parlando proprio di lei.
Lo conosceva da sempre, sapeva la sua storia, i lunghi anni di prigionia in America che lui ricordava con spassosi aneddoti. Conosceva il suo laboratorio di ebanista vicino alla piazza principale del paese. Conosceva la sua incontenibile voracità verso qualsiasi cosa di commestibile gli capitasse sotto tiro e si divertiva spesso a canzonarlo per questo.
Ma pensare che quella risposta avesse un secondo fine, questo no, era proprio impossibile.
E infatti non cambiò nulla per tanto tempo ancora. Le visite continuarono: in casa, mentre lei imparava il mestiere di sarta per uomo; nei brevi soggiorni in campagna: dove c’era sempre tanto da fare ma anche tanto da divertirsi.
Anche quando lei progettò di emigrare in Argentina con gli zii, non si rese conto che anche lui aveva preparato il passaporto, pronto a seguirla, a lasciare tutto.
Sarebbero passati altri dieci anni prima che Toledo si decidesse a parlare con il capofamiglia per chiedere in sposa la figlia.
“Quindici anni di differenza”, sono tanti, pensava Salvina; quel signore era una brava persona ma lei ritornava con la mente ai suoi amori, ai suoi sogni giovanili, al ragazzo che le aveva fatto l’occhiolino ma non si risolveva a dichiararsi.
“Ma ti devi decidere” premevano i genitori. “E’ un buon partito; noi siamo contadini, lui è un artigiano, è una buona famiglia, sono istruiti” insisteva il papà Emanuele.
“Imparerò ad amarlo” si ripetè per l’ennesima volta prima di comunicare la sua decisione. Stavano mangiando le olive nere, un pezzo di cacio-cavallo accompagnato dal pane fatto in casa.

Come nella più classica tradizione siciliana, dopo la nascita del piccolo primogenito ci fu la festa, il cibo in abbondanza, le danze in un grande salone.
Era passato poco meno un anno dal matrimonio, ed era arrivata la creatura su cui riversare tutto l’amore, con la quale consolarsi per tutte le delusioni dovute la differenza di età, di sensibilità, di aspirazioni.
Un giro di ballo, e subito a controllare nella culla cosa stava facendo il picciriddu, un altro giro di ballo e su, a prenderlo in braccio per farsi fare i complimenti: “Quant’è bedduzzu…”; un altro giro di ballo, “Toledo vieni anche tu”,
“Non posso mi fanno male i piedi”.
Un altro giro di…e lo sguardo incontra quel ragazzo giovane, forte, bello.
Un sopracciglio che si alza di qua, una mano che si allarga di là, a dire: “E’ troppo tardi, dovevi pensarci prima”.

martedì 18 ottobre 2005

Il treno

Qualche giorno fa ho dormito in un agriturismo toscano situato vicino alla ferrovia. E' la linea che fiancheggia il mar Tirreno, porta dal sud al nord e viceversa.
Ho faticato un po' ad addormentarmi e per questo motivo ho sentito passare tanti treni. Un rumore che nel dormiveglia mi risuonava familiare e che mi ha fatto ripercorrere i tanti viaggi che dopo il trasferimento della mia famiglia da Vittoria a Genova ci riportavano ogni estate alle nostre origini.

Il mio posto era quello vicino al finestrino e anche se il papà non era riuscito a prenotare i posti le persone erano ben disposte verso un bambino...
Naturalmente stavo con gli occhi incollati al vetro cercando di assorbire tutti i fotogrammi del film che mi scorreva davanti.
Scoprivo e mi interrogavo vedendo le colline lontane che scorrevano lentamente lasciandosi ammirare con calma, mentre gli oggetti vicini sfrecciavano via uno dietro l'altro quasi ancor prima di averli visti.

Ogni tanto il treno ingaggiava una gara appassionante all'ultimo sprint con un'automobile che viaggiava su una strada parallela e in genere eravamo noi a vincere la sfida!

Poi le gallerie, quelle lunghe che non finivano mai: l'unico diversivo era vedere come il vetro si trasformava improvvisamente in uno specchio che rifletteva me, appiccicato al vetro, e il resto dello scompartimento, alle mie spalle; oppure mi potevo concentrare su quella riga bianca tracciata sulla parete della galleria che andava su e giù, stupidamente su è giù senza che nessuno sapesse dirmi il perchè.
Invece altre gallerie erano insopportabili: per un attimo vedevo il mare a strapiombo, uno spettacolo mozzafiato e subito il buio e poi ancora uno squarcio e di nuovo il blackout, che rabbia!
Con gli anni e con i primi studi della scuola ero capace di riconoscere i vari paesaggi.
La Liguria era emozionante nel viaggio di ritorno perchè era la mia casa che si avvicinava, la Maremma era dolcissima perchè aveva le curve morbide, il passaggio da Roma era spesso invisibile perchè a quell'ora dormivo, la Calabria era selvaggia, spigolosa, la Sicilia, la Sicilia!

L'arrivo a Villa San Giovanni era magico, se dormivo la mamma mi svegliava per non farmi perdere lo spettacolo.
Lentamente il treno si avvicinava al traghetto, accompagnato da uno stridore di metallo acutissimo, poi tornava indietro per la manova; una due tre quattro volte e poi toccava a noi.
La carozza entrava nella pancia della nave sfiorando un intrico di tubi piccoli e grandi, di cavi, di scalette e un odore di grasso e di mare pizzicava il naso.

Bisognava indossare il giacchettino e poi si scendeva; per fortuna c'era il papà che sapeva riconoscere la nostra carrozza e la sua posizione nella nave altrimenti la mamma ed io ci saremmo persi...

Guardano dal ponte del traghetto, fianco a fianco dei miei genitori, avvicinarsi la Sicilia ho imparato a commuovermi ed emozionarmi ogni volta che rimetto piede nella mia terra.
Io che ci ho vissuto solo quattro anni!
Si avvicina quella striscia di monti e batte il cuore come per un amore mai dimenticato. "Enzo guarda la madonnina", è il porto di Messina.
Presto, si mangia al bar un arancino e si torna in carrozza.
Da quel momento il viaggio è in discesa, si aspetta di vedere l'Etna, la terra nera e feconda della sua lava. Gli agrumeti della piana e infine la pietra luminosa dei monti iblei, le serre della campagna di Vittoria, il papà che racconta di quando faveva la gara col treno a vapore, lui in bicicletta, da Vittoria a Gela.

Che viaggio! Il rumore dei binari, l'incessante dondolio, il puzzolente velluto dei sedili, l'odore dei piedi, i finestrini aperti, i finestrini chiusi, il nauseante odore delle toilette, il papà che scende alla stazione per riempire la bottiglia d'acqua e il treno parte e io non lo vedo tornare e la mamma che mi rassicura: "è salito in un'altra vettura", le stazioni verdi, quelle minuscole che il mio treno si mangia senza lasciarti il tempo di vedere il nome, quelle con gli altoparlanti che non si capisce niente, e ancora il rumore dei binari, l'incessante dondolio... mi sono addormentato viaggiando ancora una volta nel treno dell'Etna, nel treno del Sole.

giovedì 15 settembre 2005

Separazione

In questo periodo quando penso alla "separazione" mi vengono in mente due tipi di distacchi, per così dire, sani.

Il primo distacco sano è quello dei figli: ecco mi immagino Marianna che ad un certo punto si staccherà dalla famiglia di origine, andrà in una sua casa, formerà il suo nuovo nucleo familiare.
[Veramente, quello con i figli è un distacco che è cominciato poco dopo la loro nascita (e non sono la mamma!)].
E', secondo me, un distacco sano; se i genitori hanno maturato il loro amore perchè sia fecondo non possessivo e se i figli hanno perdonato o sono sulla strada per perdonare i loro genitori.
Ma non è un distacco definitivo; mi immagino ancora Marianna che una volta alla settimana, o in qualche festa e comunque ogni volta che lo desidera, torna, per un po', alla sua vecchia famiglia, che comunque non smetterà di accoglierla, e lì potrà consumare un pasto senza indaffararsi in cucina, o potrà contare su un'ora di ricordi con i fratelli, o misurare attraverso oggetti e spazi familiari i confini della bambina che è ancora in lei e così via.
Il secondo distacco sano è la morte dei propri genitori. Purtroppo qui non si torna indietro, non c'è più un pasto caldo, o una spalla pronta a prescindere.
Ma è un distacco sano se il figlio ha perdonato i suoi genitori (vedi "Figli per sempre") e lo è ancora di più se il genitore ha potuto o saputo preparare i figli a questo distacco.
Idealmente, ma tanto idealmente, penso ad una mamma, nel letto di casa, che chiama i figli e comunica gli ultimi segreti con quali saranno pronti a completare il loro futuro.
"E' l'ultima volta che ci vediamo, ma state sereni, è certo che ce la farete, io rimango in voi per sempre".
Poco spesso le cose vanno così, ma anche in questo caso, c'è spazio e tempo per ricostruire dentro di sè, prima o dopo, questo ideale dialogo. Renderlo vero anche se il papà e la mamma non ci sono più.

mercoledì 17 agosto 2005

Pomeriggio di Ferragosto: un grazie a questi genitori d'Aosta.

Pomeriggio di Ferragosto, seduto in una sdraio nel prato di Torrazza con MariaTeresa : cosa c'è di meglio, mentre mezza Italia sgomita nelle autostrade, che godere del silenzio, del verde del frutteto, di una brezza inaspettata e della compagnia degli amici Daniela e Claudio.
E così che nascono discorsi che non ti aspetti e non avevi programmato.
C'è spazio per raccontarsi della morte delle persone che si sono amate, di quelle che si vorrebbe aver amato di più, dell'abbandono ma anche a volte della serenità che ti lasciano dentro.
C'è spazio per meditare sulla rigidità mentale di alcune persone che non sanno guardare al di là delle delle regole e dei principi morali scordando che che il nostro primo compito non è giudicare ma amare.
C'è spazio per sperare che certi gesti semplici e veramente controcorrente diventino parte del nostro patrimonio di cristiani.

Come questo che Claudio mi ha segnalato tratto da:
l’editoriale di Giuseppe Frangi
(“VITA” – n° 12 - 26 agosto 2005)


Un grazie a questi genitori di Aosta

Con una notizia così certamente ci avremmo aperto un telegiornale.
Questi i fatti. È martedì 2agosto. Tre ragazzi valdostani, tre amici, stanno scendendo verso il mare per godersi una vacanza post maturità. Sono più o meno le 11, la loro auto s’è lasciata alle spalle il casello di Masone e si dirige verso Genova Voltri. D’improvviso un camion carico di carta, che viaggia senza più controllo, dopo aver divelto un centinaio di metri del viadotto piomba addosso alla loro auto e la scaraventa disotto. Sono 70 metri di volo che non lasciano scampo. Il bilancio finale è tragico morti Delio Denzel, 20 anni, Luca Miozzi, 19 anni e Michele Vai, 19 anni pure lui. E morto, dissanguato tra le lamiere del suo mezzo, anche Bamba Kebe Mamadou, senegalese, 47 anni, autista del camion che ha causato il disastro. Ma questa tragedia delle strade estive ha un epilogo imprevisto e umanamente sorprendente. I genitori dei tre ragazzi, al funerale, propongono una colletta. Hanno saputo che l’autista senegalese al paese aveva moglie e sei figli e vogliono in qualche modo aiutarli. Alla fine della messa contano 4.840 euro. Dice Roberto Miozzi, padre di Luca: “È stato un gesto di solidarietà, per non aggiungere dolore a dolore. Lui era qui per guadagnare la vita per sé e per i propri figli”. La esemplarità dei fatti parla da sé: non ci sono commenti da fare. Semmai c’è da ringraziare che persone con un cuore così e capaci di simili gesti gratuiti esistano. (Confrontare alla semplicità di quel gesto, cme sembrano vuote, inutili, supponenti le montagne di parole che si sono sprecate sull’emergenza immigrazione, sul pericolo islamico, sulla guerra di civiltà).
Certo, ci sarebbero altri ragionamenti da fare. Che riguardano lo stile di un’informazione patologica, incapace di cogliere i segnali di positività che la realtà trasmette ogni momento. Che riguardano quest’Italia, impantanata nelle polemiche estive dei nuovi e vecchi pirati della finanza e incapace di chinarsi sulla realtà della vita di tutti i giorni. E che riguardano anche la Chiesa. I tre ragazzi valdostani erano cattolici e profondamente cattolico è il gesto con cui i loro genitori hanno voluto ricordarli. Ma la Chiesa di oggi è capace di valorizzare comportamenti come questi? Sa ripartire dall’umano? Sa educare all’apertura verso l’altro, al rispetto nei suoi confronti, alla commozione verso il suo destino? Francamente vediamo prevalere più affanno di schieramento, più preoccupazione di fissare regole, più ambizione di conquistare un’egemonia intellettuale.....

mercoledì 29 giugno 2005

Quando...

La mamma l’ho perduta e poi l’ho ritrovata.
Il papà l’ho trovato e non l’ho più perduto.


Quando ero piccolo vivevo in simbiosi con la mamma, mi nutrivo del suo amore esclusivo che contraccambiavo totalmente.

Quando ero adolescente vivevo con profondo disagio il contatto con il mondo che si affollava intorno a me: l’altro sesso, i coetanei, la socialità, alieni di cui aver paura.

Quando ho trovato un ideale così grande da superare il cielo e così totalizzante da cancellare ogni altro interesse, mi illudevo di essere finalmente autonomo. Non mi rendevo conto che stavo sostituendo alla mamma una MAMMA; un simulacro che richiedeva e pretendeva la stessa devozione e lo steso attaccamento e alla quale ero disposto a sacrificare tutto. La voglia di emergere e di primeggiare, diventava regola quotidiana e ordine imperativo interno, in una assurda salita senza fine.

Quando poi il crollo è arrivato….mi sono arroccato in angolo del mio letto, una prigione!

Quando l'ora della consapevolezza è cominciata, le mie debolezze sono diventate la mia forza.
Quelle che credevo le mie forze sono diventate le mie debolezze.

Il papà è comparso nella mia vita, per assurdo, proprio quando fisicamente e intellettualmente, cominciava ad assentarsi e a morire. Era un papà così piccolo da poter essere contenuto, nel palmo della mia mano, in un sogno. Ma pur così piccolo, come un seme in un terreno adatto, è cresciuto. L’ho trovato e non l’ho più perduto.
La mamma finalmente, poteva ritornare, posso permettermi di pensare a lei con tenerezza e accoccolarmi come ogni figlio che ha bisogno di conforto e non teme il suo abbraccio.
Papà e mamma sono con me, sono parte di me.