Visualizzazione post con etichetta Sicilia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sicilia. Mostra tutti i post

domenica 5 aprile 2015

Scacce e non chiamatele focacce

Mamma Salvina ci ha lasciato tanti anni fa, ma grazie soprattutto a qualche mese trascorso in casa sua quando Maria Teresa aspettava Marianna, abbiamo imparato a fare la scacce alla sua maniera.

Con gli anni abbiamo consolidato una tradizione tutta nostra secondo la quale le scacce si fanno a pasquetta e sono la base per la classica scampagnata, possibilmente con degli amici.

Per noi c'è una versione, chiamiamola così: classica, i cui ingredienti sono ricotta, cipolla, piselli, prezzemolo, formaggio grana (conditi con olio, sale e un po' di pepe).
Poi le varianti: con salsiccia e sugo, con salsiccia e piselli con patate, melanzane, peperoni (diciamo contorno mediterraneo), oppure prosciutto e mozzarella e via così, largo alla fantasia.

Nel filmato ho ripreso la caratteristica chiusura che io chiamo a libretto. Per me è un passaggio fondamentale! Non solo per la particolare forma che prende la scaccia, ma perché crea un doppio strato di ripieno separato dalla sfoglia.
Poi prima di infornare una spennellata d'olio qualche buco con la forchetta nella parte superiore e via, si attende il miracolo.



In questo preciso momento la prima delle due infornate è quasi pronta è in casa si sta spandendo un profumo delizioso tanto che, nonostante il pranzo di Pasqua - cioè ingolfo da cibo oltre il livello di guardia - verrebbe voglia di aprire il forno e infilarsi una scaccia  direttamente in bocca.

E' invece no, dopo la cottura si seguirà il rito annuale, secondo le norme di mamma Salvina.
Le scacce saranno coperte con uno strofinaccio umido e il tutto avvolto con delle tovaglie spesse in modo che l'umido della stoffa si trasmetta alla crosta e la mantenga morbida fino a domani.

Che dire: la tecnologia fa miracoli ma per quanto riguarda il profumo, bisogna accontentarsi della mia descrizione: fragranza di pane cotto, di grano croccante e di olio che sfrigola, dolcezza di cipolle e di piselli cotti sventagliati in tutti gli angoli della casa insieme all'aroma delle salsicce il cui grasso svapora ed è sostenuto dal pizzico del finocchietto.








mercoledì 1 aprile 2015


Salvatore Adamo

La notte... l'attesa

Il primo grande romanzo di un indimenticabile poeta e cantautore


Passando da un Belgio brumoso in cui la polvere di carbone sembra avere coperto ogni cosa a una Sicilia inondata di sole, il racconto di tutta una vita accompagna il lettore pagina dopo pagina come una melodia bellissima.

«Al calar della sera eravamo partiti da Vittoria, villaggio natale di mio padre, per trascorrere la giornata dell’indomani a Scoglitti, la spiaggia popolare più vicina, a quindici chilometri, ovvero a sette ore di carretta… Ci risvegliammo all’alba sulla riva del Mediterraneo in un fantastico fiammeggiare di corallo. Un’ostia immensa s’innalzava sull’orizzonte incandescente: il sole! Che bellezza! Guardavamo tutti e nove affascinati, senza parlare, incapaci di dare un giusto significato alle nostre parole senza rischiare la rovina e la perdita di quella briciola di eternità che ci era offerta.» 
Fazi Editore - febbraio 2015


Papà Toledo, ogni volta che in televisione appariva Salvatore Adamo mi raccontava che veniva da Vittoria e che il suo papà, prima di emigrare in Belgio, lavorava nella bottega di nonno Vincenzo. Nella mia immaginazione di bambino questo fatto mi faceva apparire il cantante come un parente prossimo e mi faceva nascere un moto di orgoglio, naturalmente immotivato.

Sul percorso Vittoria - Scoglitti fatto col carretto, ho invece il ricordo di mamma Salvina che raccontava quanto, anche allora, quella strada fosse trafficata. 
Lei la faceva in bicicletta, un po' seguendo il nonno Emanuele, un po' pedalando a rotta di collo per conto suo e rischiando, in più di una occasione, di finire sotto le ruote di un carro o scalciata dalle zampe di un cavallo.

Oggi, se cerchi su google foto di quella strada, trovi auto rovesciate, caschi distrutti, sagome per terra e sangue.

martedì 23 aprile 2013

Quel paradiso «sospeso nel tempo»


Intervista a Luca Zingaretti a proposito di Montalbano
Finché Andrea Camilleri continuerà a scrivere storie sempre più belle su di lui, non mi stancherò di interpretarlo»....
...Una cosa li accomuna: la passione per la cucina siciliana. «Ogni volta mi prometto di resistere, ma alla fine non ce la faccio e torno a casa con sei chili in più». 
E poi c’è l’amore per i luoghi dove la serie è girata, quel paradiso «sospeso nel tempo», lo definisce Zingaretti, tra Catania, Siracusa e Ragusa.


Ma in questi episodi non c'è solo il cast tradizionale ma favolosi interpreti attori caratteristi come per esempio questa signora un po' particolare [clicca qui per anteprima su sito RAI1]



giovedì 4 settembre 2008

Ricotta calda

L'ospitalità dei siciliani è proverbiale ma provarla di persona è una esperienza unica.
Durante la mia vacanza in Sicilia siamo stati ospitati una sera da amici di amici; persone che vedevamo per la prima volta ma la cui accoglienza è stata calorosa come quella dei più cari parenti.

Centro della serata, passata nella campagna a ridosso di Marina di Ragusa, è stata la preparazione della ricotta.

Non sono sicuro di scrivere correttamente la ricetta, non è questo il mio scopo; vorrei piuttosto essere capace di trasmettere, attraverso qualche foto, l'atmosfera vissuta intorno al fuoco dove la magia della ricotta si concretizzava.
Un grande paiolo da 70 litri per produrre pochi chili di ricotta.

Per portare il siero di latte ad una temperatura a circa 90° c'è voluta un'ora buona. Poi è stato aggiunto il latte e il sale.

Il composto veniva continuamente mescolato con uno scopino per impedire al fondo di attaccarsi.

- Ecco ci siamo - sentenzia il nonno che conserva le tradizioini e le trasmette ai nipoti e generi.

Io, in verità, non mi sono mai mosso da lì, ero ipnotizzato; non ho mai tolto gli occhi dal pentolone, come se fosse un esperimento magico. Tutti gli altri rientrano nella stanza dove in effetti si respira a fatica per il caldo dovuto alla soffocante  temperatura estiva e al calore del fuoco.

La ricotta si materializza sulla superficie: bianco sul bianco, si rassoda, galleggia sul siero (è una questione di peso specifico).

Viene tolta la schiuma di superficie con un cucchiaio e finalmente si procede con il riempimento delle forme in terracotta. 

Con la scodella in mano, subito a tavola: una grande tavolata dove mangiare la ricotta calda facendo puccetta con pezzi di pane fresco (naturalmente fatto in casa).


mercoledì 3 settembre 2008

Sospesi fra il bianco e il blu


Scala dei turchi

Come ho fatto, il 24 di Agosto a far sembrare deserto un posto in realtà affollatissimo di turisti e bagnanti, rimane un mistero.

Così posso fantasticare che questa scala naturale che serviva ai pirati per risalire la riva in cerca si scorribande,  serva ora a questa coppia che, nella più grande solitudine - con i piedi ben saldi sulla bianca marna composta di argilla e gesso, sta gettando lo sguardo all'infinito e alla speranza. 
Forse è un sguardo alle necessità impellenti di domani o forse una riflessione sui perchè della vita.
Si tengono per mano perchè l'uno e l'altro  vogliono esplorarlo insieme.

martedì 2 settembre 2008

A spasso per la Sicilia

Olanda? No Sicilia: Mozia

La scala dei turchi

Qui si fa la ricotta dal vivo

A Scoglitti la Madonna se ne va a spasso per sessantotto strade del paese dalle 18.00 alle 24.00

lunedì 1 settembre 2008

La ristorazione a chiamata

Durante le mie vacanze in Sicilia ho mangiato in locali fra loro diversissimi.
Dalla trattoria di fronte al porto di Trapani la cui principale caratteristica sembra essere la stazza dei cuochi e dei camerieri, ad un raffinato slow food di Sciacca; dalla trattoria di Scoglittia con menu di pesce a prezzo fisso, all'unico bar aperto di una deserta Menfi e così via.
Ma la cosa più buffa mi è capitata a Mazara del Vallo. Non voglio fare pubblicità, quindi evito la citazione del posto.
La reception dell'albergo ci consiglia un ristorante sul mare e ci prenota - mi raccomando puntuali alle 19.40 - ci avverte.
E puntuali ci presentiamo all'ingresso. Lì, si accalcano un centinaio di persone in un trambusto di rumore e spintoni mentre, al di là della porte a vetro, il locale è ancora vuoto.
Sembra di essere all'apertura di una ASL, tutti vogliono stare in prima fila.
Scopriamo così lo strano meccanismo che regola la ristorazione: il gestore si presenta con un megafono e spiega le regole.
I clienti prenotati per il primo turno verranno chiamati nominalmente, chi non risponde subito all'appello perde il posto in favore di qualcuno che nel frattempo si è iscritto alla lista d'attesa.
Sono strabiliato ma finalmente tocca anche a noi. Siamo in cinque e ci sistemiamo ad un tavolo qualunque aspettando di ordinare.
Ci insospettisce una nuova ondata di persone d'assalto che si precipita verso un angolo del locale. Breve indagine per capire che si tratta del buffet al quale possiamo, volendo, accedere passando sopra la testa e i piatti di chi ci precede. Mi rifiuto.
Il successivo capitolo della storia è capire che il menù è stampato direttamente sulla tovaglia di plastica. La scelta è praticamente obbligata: cozze, cozze o cozze.
Per me sarebbe abbastanza per decidere di alzarmi e cercarmi un bar dove consumare un arancino e una granita, ma sono in minoranza: si rimane.
La buttiamo sul ridere e completiamo la serata scherzando sulla formazione del secondo turno di clienti, su possibili ciniche varianti che si potrebbero proporre ai clienti come mettere all'asta i piatti al miglior offerente o selezionare gli avventori con prove cruente di sopravvivenza.
Dopo il fast-food e lo slow-food è la volta del call-food.
Per fortuna la vacanza in Sicilia è stata ben altro.

venerdì 13 luglio 2007

Nonna

Io non sapevo neanche che fosse malata la nonna.
Figuriamoci, sentirsi chiamare dalla preside della scuola elementare e trovarsi davanti la mamma che ti porta via da scuola in fretta.
Come in un sogno, senza pienamente capire la realtà dei fatti, mi ritrovo sul treno per la Sicilia. E' un viaggio diverso dagli altri, non ci sono le vacanze d'etsate, non c'è stata la possibilità di prenotare i posti. Saliamo su un treno che arriva da Torino pieno all'inverosimile, anche nei corridoi. Comincia una notte allucinante. Mi lamento con la mamma. Qualcuno le lascia il posto su uno di quei sedili minuscoli nel corridoio, io in braccio a lei. Ore interminabili. Puzza di sudore e di cibo e d'altro ancora. Si va avanti così fino a Napoli, undici, dodici ore, quando finalmente si liberano dei posti.
A Catania Papà scende per cercare dell'acqua da bere in una fontanella della stazione. Torna che il treno è già ripartito e noi siamo spaventati. Ha una tasca dei pantaloni strappata. Qualcuno ha tentato di sottrargli il portafogli, ma lui si è difeso con le unghie.
Ventiquattro ore per arrivare al paese.
Parenti alla stazione ci prelevano al volo. Ma io sono troppo stanco per capire. La mamma piange, siamo arrivati troppo tardi. "Voglio vedere la nonna". Ma gli adulti pensano che sia meglio di no. Una zia mi aspetta per tenermi compagnia. Tutte le donne sono vestite di nero.

giovedì 12 aprile 2007

L'emozione del cibo siciliano

E' consolidata abitudine in casa mia che il Lunedi dell'Angelo si preparino le focaccette ("scacce").
E' una specie di calzone ripieno (ripiegato a forma di libretto) cotto in forno. Il ripieno interno può essere molto vario. Quello che prepariamo noi è formato da ricotta, prezzemolo, cipolla, formaggio, olio, sale, pepe.
Mia moglie, genovese, ha fatto in tempo ad imparare la ricetta direttamente da mia mamma, parecchi anni fa, incluso un piccolo segreto post-cottura per mantenere morbida la crosta e non farla seccare.

Quest'anno ci siamo però cimentati, per il giorno di Pasqua, in una ricetta famosissima, ma mai sperimentata in casa: gli arancini siciliani!
La preparazione non è difficile ma è un po' lunga.
Può sembrare ridicolo, ma quando ho preso in mano il primo pugno di riso, l'ho appallottolato e ho scavato al suo interno lo spazio per il ripeno, ero emozionato!
A dir la verità le prime arancine erano abnormi e con poco ripieno, ma velocemente ho aggiustato il tiro e raggiunto un buon equilibrio.
La friggitura è stata pittosto lenta perchè ho immerso nell'olio due arancine per volta. Vedere la progressiva indoratura della crosta fino ad assumer il caratteristico colore è stato uno spettacolo.
Riguardo agli ingredienti e alla preparazione mi sono reso conto che ci sono moltissime varianti.
Per esempio molte ricette includono lo zafferano per ingiallire il riso, ma altre prevedono che l'effetto si ottenga con la parte liquida del ragù.
In alcuni casi è consigliata l'uso di carne tritata di vitello in altre non è richiesto. Ed ancora il formaggio da usare è il caciocavallo o può andare bene il pecorino?
La pallottola di riso va passata anche nella farina prima che nell'uovo sbattuto e nel pangrattato?
E così via con una serie interminabile di varianti.
Per il momento non ho capito qual è la ricetta originale quindi senza assumermi responsabilità scrivete nel motore di ricerca "arancini siciliani" o "arancine siciliane" o... (sembra che anche sul nome ci sia da discutere) e provate, di sicuro per me è una esperienza DA RIFARE!

lunedì 2 aprile 2007

Garibaldi

Quest'anno si festeggia il 200mo anniversario dalla nascita di Giuseppe Garibaldi (Nizza 4 Luglio 1807).
Ne parlo perché nella mia infanzia, in qualche modo, questa figura storica, rappresentò un simbolo importante.
La scoperta della sua figura risale al 1960, avevo 7 anni e si celebrava il centenario della spedizione dei Mille (5 Maggio).
Tutti gli alunni della scuola elementare fummo portati al cinema a veder un film celebrativo dell'impresa.
Rimasi affascinato dalle camicie rosse, dalle battaglie corpo a corpo, dalle cariche della cavalleria. Improvvisamente presi coscienza che si parlava della Sicilia, la terra in cui ero nato, che mi trovavo a Genova da dove la spedizione era partita. Così, in un lampo, Garibaldi divenne il mio eroe, colui che aveva unificato e saldato le mie origini e il mio presente.

Tengo ancora gelosamente custodito, sgualcito dalle decine di riletture e dall'usura del tempo, un libro che in quell'occasione mi fu regalato.
"Garibaldi e i Mille" di Mino Milani patrocinato dal Comune di Genova (Cino del Duca editore), con un'introduzione scritta dall'allora sindaco Vittorio Pertusio.

La partenza
La sera dl 5 Maggio, Genova visse ore indimenticabili di poesia. Mai si erano veduti, per le strade, tanti visi nuovi: mai uditi tanti dialetti, tante canzoni forestiere. E mai occhi di mamma, di sposa di fidanzata erano apparsi così pieni di lacrime...
Nella dolcezza del tramonto, una grande folla si avviava a Quarto. Il mare era azzurro e tranquillo; il sole scendeva nel cielo senza nubi. Spirava una brezza dolce, che carezzava i cespugli oltre le scogliere...

Lo sbarco
La Sicilia apparve, il giorno dopo, 11 Maggio, mentre il sole brillava alto nel cielo del mattino. Dapprima, non fu che una visione confusa - come lontani banchi di nubi -: poi, quando si profilò la costa, quando azzurre nella lontananza, apparvero le montagne... "Sicilia!", si gridò, "Terra! La Sicilia!".
I volontari si accalcarono alla murata; il Generale ed i suoi ufficiali lasciarono la mensa, corsero in coperta...: la Sicilia!
La salutarono con grida d'entusiasmo, alle quali seguì un lungo silenzio pieno di commozione.

sabato 17 febbraio 2007

Poche righe

Per fortuna i libri si leggono con la 'voce' della mente. Se non fosse così mi perderei una parte della magia dei libri di Camilleri.
Per me, siciliano che non sa parlare il dialetto, i personaggi dei suoi libri assumono il timbro delle voci e delle inflessioni dei miei genitori, delle zie, dei nonni.
Tutti con me si sforzavano di parlare italiano. In particolare il papà ci riusciva con ottimi risultati. La sua cadenza originale, assumeva quella tipica rotondità dei Siciliani colti che non hanno vergogna di rivelare le loro origini, ma ne sono fieri, ma il suo italiano era posato e fluente.
L'inflessione della mamma era invece più spigolosa, l'apertura delle vocali, il raddoppio delle consonanti davano il senso della sua terra, di chi ha avuto meno occasioni in gioventù per ingentilire i suoni. Solo quando doveva sgridarmi o darmi qualche punizione, i suoi propositi di parlare in italiano si inceppavano e il dialetto scorreva limpido, irruento, senza freni diventava genuino, generoso, franco.
Nei dialoghi fra di loro però si esprimevano nella maniera più naturale, quella della loro gioventù, e allora io ascoltavo e imparavo. Imparavo a capire senza essere capace di riprodurre i suoni per mancanza di esperienza.
Per questo, leggere ad alta voce una pagina di Camilleri sarebbe per me un tormento perchè immediatamente tradirei l'incapacità di parlare il dialetto, mentre nel silenzio della mia mente le stesse frasi scorrono veloci, ritrovano l'effetto originale, anzi sento la capacità di 'entrare' nel profondo della psicologia di quei personaggi.
Ho appena iniziato a leggere, "il colore del sole" e subito, dopo poche righe, ero già risucchiato in quel 'non so dove' dove abitano le letture che senti di amare.

Poche righe.
Forse sta qui la magia. Poche righe dove lo scrittore si gioca il rapporto con il lettore.
Sono andato davanti alla mia libreria, nella sezione dove tengo i libri di Camilleri. Sentivo istintivamente che doveva essereci qualcosa da scoprire.
Vi ripropongo qui sotto alcuni inizi di libri, senza svelare ciò che li lega. Lo lascio a chi legge questo mio 'post'.

A proposito come si può tradurre 'post' in siciliano? A me viene in mente 'pizzu' (da appizzare, affiggere). Se qualcuno ha una traduzione migliore, me la fa sapere?.

(Nell'immagine Punta Secca (RG) dove è ambientata la casa di Montalbano negli sceneggiati televisivi).

La voce del violino.
Che la giornata non sarebbe stata assolutamente cosa, il commissario Salvo Montalbano, se ne fece subito persuaso non appena raprì le persiane della càmmara da letto. Faceva ancora notte, per l'alba mancava perlomeno un'ora, però lo scuro era già meno fitto, bastevole a lasciar vedere il cielo coperto da dense nuvole d'acqua e, oltre la striscia chiara della spiaggia, il mare che pareva un cane pechinese.

Il birraio di Preston.
Era una notte che faceva spavento, veramente scantusa. Ad una truniata più scatascìante delle altre, che fece trimoliare i vetri delle finestre, si arrisbigliò con un salto.

Il giro di boa.
Nuttata fitusa, 'nfami, tutta un arremazzarsi, un votati e rivotati, un addrummisciti e un arrisbigliati, un susiti e un curcati.

Il cane di terracotta.
A stimare da come l'alba stava appresentandosi, la iurnata s'annunciava certamente smèusa, fatta cioè ora di botte di sole incaniato, ora di gelidi stizzicchi di pioggia, il tutto condito da alzate improvvise di vento.

La gita a Tindari.
Che fosse vigliante, se ne faceva capace dal fatto che la testa gli funzionava secondo logica e non seguendo l'assurdo labirinto del sogno, che sentiva il regolare sciabordio del mare, che un venticello di prim'alba trasìva dalla finestra spalancata.

La luna di carta.
La sveglia sonò, come tutte le mattine da un'anno a 'sta parti alle sette e mezza. Ma lui si era arrisbigliato una frazione di secunno prima dello squillo, era abbastato lo scatto della molla che mittiva in moto la soneria.

Le ali della sfinge.
Ma indove erano andate a finire quelle prime matinate nelle quali appena arrisbigliato, si sentiva attraversato da una speci di correnti di filicità pura, senza motivo?

lunedì 18 settembre 2006

Terre di Sicilia

Durante la vacanza in Sicilia, sono andato a fotografare il pozzo che cito nel mio post "l'ape e il pollice".

E' in contrada Bosco, nella piana di Vittoria.
Il posto è ormai abbandonato, le sterpaglie crescono senza controllo e i tetti delle casupole sono sfondati.
Eppure da quei tetti partivano le urla di gioia della mamma Salvina quando vedeva all'orizzonte la flotta americana che si apprestava allo sbarco, e al posto dei rovi crescevano enormi grappoli d'uva nera coltivati dal nonno.
Dagli alberi di mandorle, ora saccheggiati da qualche vicino di terra, provenivano i torroni dorati della zia.
Una terra fertile, ormai tanto ingestibile che sembra perfino difficile riuscire a venderla. Il suo valore inestimabile sembra totalmente racchiuso nei ricordi di chi, quella zolla rossa, l'ha vissuta; di chi fatica a separarsene anche se i 45 litri -di un olio fragrante e denso- vengono a costare come l'oro: 28 Euro al chilo.

Sicilia

Filetti di tonno fresco in agrodolce, Pasta con le sarde, Spaghetti con polpa di ricci, Pennette con pesce spada e melanzane, Polpette di neonata (bianchetti), Olive e Pomodori secchi sott'olio, Cannoli con la ricotta, Gelo di mellone, Granita al gelso...

La ragazza che ci ha servito i waffle (cialde di gelato) davanti al porticciolo di Castellamare del Golfo, gli occhi che gli brillavano mentre immaginava di gustare quello che si apprestava a servire, ha riassunto magistralmente l'atteggiamento che occorreva focalizzare. Via ogni riflessione sulla dieta e sulle calorie:
"Questa è una goduria dei sensi!" (da pronunciare con una aperta e schietta cadenza siciliana)

lunedì 26 dicembre 2005

Abbracci

Sarà che il periodo delle feste ricorda istintivamente le abbondanti coccole che si ricevevano insieme ai regali, sarà che l'affetto delle persone più care si rinnova ad ogni nuova stagione; magari non così esplicitamente da affiorare apertamente come pensiero ragionato, ma quanto basta per far capolino nei sogni...


Il pullman fa un ampio giro nella larga piazza assolata, manovra tra le aiuole dove striminziti alberi combattono con una cronica mancanza d'acqua e infine posteggia accanto alla casa bianca.
Io scendo con il cuore in subbuglio: è la mia casa, a Scoglitti - anche se nel sogno sembra più grande, più alta, più bianca-.

Dalla porta mi viene incontro una anziana signora con i capelli bianchi; è la zia Gina, ci stringiamo nel forte abbraccio di chi non si rivede da molto tempo.
Mi accompagna all'interno della casa; in un ampio ingresso con una larga scalinata che sale, incontro la Angela, il mio papà, la mamma, altri zii e zie dei quali non ricordo neppure più il nome: Peppina, Gaetano, Turuzzu, Vannina...
Solo un attimo di stupore per capire che sono persone che non ci sono più, che solo i vivi mancano. In un'atmosfera morbida e un po' ovattata, qualcuno mi invita a salire le scale e mi accompagna.
Ho il fiato un po' corto nell'arrampicarmi per le scale, stupito chiedo: "Perchè anche tu hai il fiatone?"; "Beh, cosa pensi anche noi in paradiso ci stanchiamo!" mi sento rispondere.

Vengo accompagnato da una vecchietta ormai senza denti, il volto segnato da rughe, gli occhi luminosi.
Il suo compito è "guardarmi dentro" nel profondo , per dirmi chi veramente sono.
Mi deve assaggiare come si assaggia un cibo elencandone gli ingredienti. Si avvicina e mi bacia in bocca, un bacio lungo, il tempo di sentire il contatto con le gengive sdentate, il calore dell'interno della bocca.
Poi si stacca ed elenca i risultati del test, come si fa con le analisi del sangue.
Scienza: un pochino;
Matematica: quanto basta;
Capacità logiche: appena sufficienti;
Poesia: abbondante;
Fantasia: straripante;
Ascolto: tanto;
Creatività: inesauribile;

Ma cosa si nasconde dietro l'immagine dell'ingegnere?

(sogno del 21/12)

Mi preparo una tisana, una di quelle che ti fanno rilassare già mentre scendono nell'esofago, di quelle che colorano intensamente l'acqua dove diffondono il loro aroma, di quelle che si filtrano col colino, con l'acqua scaldata in un pentolino che frigola appena l'acqua comincia bollire.
Poi questo pentolino è speciale è quello della mamma, dimenticato in un ripostiglio nel poggiolo, la tisana avrà un gusto diverso.
Bevo, ma ho ancora sete, ne preparerò un'altro.
Entro nella stanza che si apre nel lungo corridoio in penombra, è la camera del papà, già anziano, con i capelli bianchi.
"Quanto tempo che non ti vedo papà!".
Lo abbraccio, lo stringo al petto fortissimamente - come raramente sono riuscito a fare nella realtà - lo accarezzo nei pochi capelli arruffati che gli sono rimasti in testa.
"Quanto tempo che non ti vedo papà!".
Non ho più nessuna inibizione nel mostrarti il mio affetto e tu non ne hai nel ricevere il mio.
Ti abbraccio e sento quanto sei vicino a me ed io ad te.

(Sogno del 25/12)

domenica 30 ottobre 2005

Vittoria

La Città di Vittoria, dove sono nato. Ogni foto un ricordo.
La Chiesa di San Giovanni dove mi hanno battezzato e si sono sposati i miei genitori; l'enorme piazza del Calvario dove abitavano i nonni e le zie; piazza del Popolo dove andavo con papà a comprare la granita e il cannolo; i grappoli d'uva che riaccendono l'immagine del nonno che beveva il "suo" vino direttamente dal "bombolotto" attraverso un piccolo foro; le campagne con la terra rossa, gli ulivi e i bianchi muretti a secco; Scoglitti per rotolarsi nella sabbia finissima e giocare nell'acqua bassa del mare; i balconi e le finestre liberty che sembrano proprio quelli di casa mia.
Ma soprattutto la luce; il ricordo più vivo, il marchio di riconoscimento che mi fa immediatamente riconoscere quei posti da tutti gli altri; è una particolare tonalità della luce: riflessa dalle strade, dai muri delle case e dai casolari battuti dal sole, dai teloni delle serre, che filtra tra gli ombrosi alberi di carrubo e di gelso, che abbaglia quando fissi la terra polverosa.


Storia
Arte, Cultura e Sport
Palazzi e Monumenti
Viaggio nel Liberty
Feste e Tradizioni
Gastronomia

martedì 18 ottobre 2005

Il treno

Qualche giorno fa ho dormito in un agriturismo toscano situato vicino alla ferrovia. E' la linea che fiancheggia il mar Tirreno, porta dal sud al nord e viceversa.
Ho faticato un po' ad addormentarmi e per questo motivo ho sentito passare tanti treni. Un rumore che nel dormiveglia mi risuonava familiare e che mi ha fatto ripercorrere i tanti viaggi che dopo il trasferimento della mia famiglia da Vittoria a Genova ci riportavano ogni estate alle nostre origini.

Il mio posto era quello vicino al finestrino e anche se il papà non era riuscito a prenotare i posti le persone erano ben disposte verso un bambino...
Naturalmente stavo con gli occhi incollati al vetro cercando di assorbire tutti i fotogrammi del film che mi scorreva davanti.
Scoprivo e mi interrogavo vedendo le colline lontane che scorrevano lentamente lasciandosi ammirare con calma, mentre gli oggetti vicini sfrecciavano via uno dietro l'altro quasi ancor prima di averli visti.

Ogni tanto il treno ingaggiava una gara appassionante all'ultimo sprint con un'automobile che viaggiava su una strada parallela e in genere eravamo noi a vincere la sfida!

Poi le gallerie, quelle lunghe che non finivano mai: l'unico diversivo era vedere come il vetro si trasformava improvvisamente in uno specchio che rifletteva me, appiccicato al vetro, e il resto dello scompartimento, alle mie spalle; oppure mi potevo concentrare su quella riga bianca tracciata sulla parete della galleria che andava su e giù, stupidamente su è giù senza che nessuno sapesse dirmi il perchè.
Invece altre gallerie erano insopportabili: per un attimo vedevo il mare a strapiombo, uno spettacolo mozzafiato e subito il buio e poi ancora uno squarcio e di nuovo il blackout, che rabbia!
Con gli anni e con i primi studi della scuola ero capace di riconoscere i vari paesaggi.
La Liguria era emozionante nel viaggio di ritorno perchè era la mia casa che si avvicinava, la Maremma era dolcissima perchè aveva le curve morbide, il passaggio da Roma era spesso invisibile perchè a quell'ora dormivo, la Calabria era selvaggia, spigolosa, la Sicilia, la Sicilia!

L'arrivo a Villa San Giovanni era magico, se dormivo la mamma mi svegliava per non farmi perdere lo spettacolo.
Lentamente il treno si avvicinava al traghetto, accompagnato da uno stridore di metallo acutissimo, poi tornava indietro per la manova; una due tre quattro volte e poi toccava a noi.
La carozza entrava nella pancia della nave sfiorando un intrico di tubi piccoli e grandi, di cavi, di scalette e un odore di grasso e di mare pizzicava il naso.

Bisognava indossare il giacchettino e poi si scendeva; per fortuna c'era il papà che sapeva riconoscere la nostra carrozza e la sua posizione nella nave altrimenti la mamma ed io ci saremmo persi...

Guardano dal ponte del traghetto, fianco a fianco dei miei genitori, avvicinarsi la Sicilia ho imparato a commuovermi ed emozionarmi ogni volta che rimetto piede nella mia terra.
Io che ci ho vissuto solo quattro anni!
Si avvicina quella striscia di monti e batte il cuore come per un amore mai dimenticato. "Enzo guarda la madonnina", è il porto di Messina.
Presto, si mangia al bar un arancino e si torna in carrozza.
Da quel momento il viaggio è in discesa, si aspetta di vedere l'Etna, la terra nera e feconda della sua lava. Gli agrumeti della piana e infine la pietra luminosa dei monti iblei, le serre della campagna di Vittoria, il papà che racconta di quando faveva la gara col treno a vapore, lui in bicicletta, da Vittoria a Gela.

Che viaggio! Il rumore dei binari, l'incessante dondolio, il puzzolente velluto dei sedili, l'odore dei piedi, i finestrini aperti, i finestrini chiusi, il nauseante odore delle toilette, il papà che scende alla stazione per riempire la bottiglia d'acqua e il treno parte e io non lo vedo tornare e la mamma che mi rassicura: "è salito in un'altra vettura", le stazioni verdi, quelle minuscole che il mio treno si mangia senza lasciarti il tempo di vedere il nome, quelle con gli altoparlanti che non si capisce niente, e ancora il rumore dei binari, l'incessante dondolio... mi sono addormentato viaggiando ancora una volta nel treno dell'Etna, nel treno del Sole.

giovedì 15 settembre 2005

Tradizionalista o Progressista

Non voglio parlare di politica!
In passato, ho sempre pensato a me stesso come a una persona tradizionalista, un po' perchè così si viene catalogati quando si crede in valori come la famiglia o la fede, ma soprattutto perchè consideravo la mia necessità di avere punti di riferimento costanti.
Parlo di piccole cose che fanno la vita quotidiana: comprare il giornale nella stessa edicola, alzarsi eseguendo gli stessi gesti, affezionarsi ad una trasmissione radiofonica, scaldare l'acqua del the nello stesso pentolino, e così via.
Poi ho dovuto rivedere questa mia autovalutazione, non fosse altro per il numero di abitazioni cambiate, per il numero di aziende in cui ho lavorato, per aver messo alle spalle una esperienza spirituale troppo aggressiva, per aver saputo buttare uno, due, tanti occhi sul risvolto interno della mia testolina. Quindi parlo di grossi cambiamenti, mica di bruscolini!
Di fronte a nuove forti motivazioni ho sempre trovato lo stimolo per affrontare le discontinuità.
E' un tema che mi è caro perchè mi riporta a quello delle separazioni, argomento sul quale sono ricco di bagaglio...
Insomma tra le mie qualità in un autocurriculum aggiungerei: capacità di gestire il cambiamento, capacità di adattarsi alle nuove situazioni che si presentano.
Ho una mia teoria sul perchè: forse che dentro di me non continua a vivere "Enzo mangialegnate"?
Chi è "Enzo mangialegnate"?
Io personalmente, non lo ricordo, ma è il soprannome con cui mi chiamava la mamma quando ancora abitavamo in Sicilia (fino a quattro anni).
Dicono che fosse un terremoto unico, con campionari di topi morti portati per la coda in casa, incendio di fascine, ferite con attrezzi pericolosissimi.
Amici vicini e lontani, sappiate che dietro quella persona spesso così disponibile, abitudinaria, qualche volta pignola e tanto a buon modo, c'è "Enzo MangiaLegnate".
Ogni cambiamento è possibile (almeno fino a 98 anni).