Visualizzazione post con etichetta favole. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta favole. Mostra tutti i post

venerdì 14 settembre 2007

Il Prisma

Il prisma cangiante

E' lì visibile a tutti, non si nasconde.
Tutti ne parlano, chi lo guarda, chi lo venera, chi ironizza, chi lo studia, chi ne scrive.
C'è una sola certezza: ognuno lo vede diverso.
Voglio dire, se davanti a te hai una tazza gialla e chiedi al tuo vicino cos'è, ti dirà che è una tazza, tutt'al più la forma gli potrà sembrare bizzarra, ma entrambi direte che è gialla, che è capiente o non lo è affatto, e su questo punto, eventualmente, ci sarà solo bisogno di mettersi d'accordo su cos'è capiente rispetto a che cosa.
Ma se davanti ad una tazza gialla, un'altro comincia a dire che è un coltello, un altro che è un armadio, e così via, la cosa non vi sembrerebbe affatto normale.
Ebbene le cose stanno proprio in questi termini.
In quel mondo, in quel tempo, quel particolare oggetto ha questa proprietà: ognuno lo vede diverso!
Così, succede che, coloro che condividono la stessa percezione, si aggregano per fare gruppo e si sentono solidali fra loro.
Più sono, più si sentono rafforzati nelle loro certezze, si radicalizza e si rafforza in loro quel particolare tipo di percezione. Si tramandano la loro verità sul prisma, attraverso scuole, libri, parlatori-girovaghi.

Ma come spiegare la differenza fra chi vede il prisma come una cosa vagamente sferica e chi invece si indigna perchè è inequivocabilmente assimilabile a un cubo?
Oppure, come conciliare le posizioni di chi, avendolo toccato, riceve al tatto la stessa sensazione di morbidezza di una spugna immersa nell'acqua o di chi ne avverte la forza, l'impenetrabilità, la durezza?
Sarà vero che emana calore o bisognerebbe credere a quelli che insegnano ad assaporarne i lievi profumi? C'è da fidarsi della propria percezione più di quella degli altri?

Mi chiedete se c'è qualcuno che bara. Certo che c'è qualcuno che bara! Qualcuno che per convenienza, per debolezza, per tornaconto, per superficialità si schiera di qui o di là, più in sa o più in drè.
C'erano perfino ciechi che dicevano di vederlo in tutta la sua opacità e sordi che giuravano di sentire l'emissione di un sibilo provenire dalle sue profondità.
Ma il fenomeno era troppo vasto per essere spiegato con un complotto o con la malafede generale!

Veramente, bisogna ammettere che, in buona fede, quel prisma si manifestava in maniera differente alla gente, indipendentemente che fosse colta o analfabeta, che provenisse dalle antiche regioni del centro o dai nuovi popoli del dentro.
La questione andava avanti da molto tempo.
Molto tempo significa: migliaia di anni.
Generazioni di individui si succedevano perdendo la memoria delle proprie origini, delle proprie radici culturali, dei propri usi, dei propri eroi, ma la disputa sul prisma continuava ad infiammare senza sosta gli animi.

Che io, al quale tocca raccontare questa storia, il prisma, possa definirlo cangiante è già una interpretazione che, se fossi in quel mondo e in quel tempo, mi attirerebbe parecchi guai.
"Il prisma non è cangiante, il prisma è sempre se stesso, immutabile nel tempo, nello spazio, punto di riferimento ineffabile. Sarebbe meglio scrivere il Prisma con la "P" grande, pretendono o rassicurano alcuni gruppi.

Forse dovrei ripartire dal titolo:

Il prisma (o il Prisma) che per qualcuno è cangiante e per qualcuno no.
O se preferite:
Il Prisma (o il prisma) che per qualcuno non è cangiante per qualcuno sì.
O se preferite...
... capisco che mi devo fermare e correre qualche rischio altrimenti il mio racconto si arena appena iniziato.

Un P(p)risma. Voi pensate a un cristallo. Quegli agglomerati di materia cristallina che colpiti dalla luce del sole sparpagliano i colori come un mazzo di carte da ramino posato sul tavolo da gioco. Ma non è così, è solo la mia approssimazione, la mia incapacità di trovare le parole nel vocabolario che mi costringe ad usare questa metafora.
Cos'altro potrei dire? Che il prisma è una cosa, è un'idea, forse è viva, magari è inanimata, è un'opinione, è soprannaturale, è magica, è antica. E' colorata senza avere colori, ha forma senza avere forma, la si prova interiormente e la si descrive esteriormente. Altro non faccio che confondervi le idee.

Parlerò allora dei gruppi che si sono creati intorno alla sua definizione, anche se, in verità, non mancano i battitori liberi.
La fazione dei "caleiodoscopi" è quella che sostiene una natura deterministica dell'oggetto. Ci sono leggi ben precise, sconosciute ma rigorose che rendono il prisma cangiante. Un giorno, loro ne sono convinti, sapranno prevedere il suo stato attuale con assoluta precisione e forse, a quel punto, potranno anche controllarlo a loro piacimento, per ripetere le loro parole. E' il partito dei ricercatori neo-scientifici, secondo il loro punto di vista l'unico modello di interpretazione aperto e razionale.
Ma i membri di un'altra aggregazione, pur apprezzando la posizione dei "caleiodoscopi" perché riconosce esplicitamente il "cangiamento" sono forti assertori di una interpretazione molto più relativistica. Il prisma "è ciò che ognuno pensa che è". Bisogna, secondo loro, accettare una visione soggettiva. Per questi adepti è la sensibilità che emerge giorno per giorno dalla cultura e dal progresso, che determina l'interpretazione attuale di cosa il prisma è.
Oggi, dicono i "lanternini" (così si chiamano), emerge con assoluta evidenza che il prisma è di forma "osburgalenga" che la sua superficie è "proto matricepilena", domani si vedrà, ma sia ben chiaro che ognuno può esprimere liberamente una interpretazione differente. I "lanternini plus" aggiungono: "Purché non si pretenda di mettere la "P" grande, che non ci si intestardisca con quella vecchia tradizione della immutabilità, coloro che la sostengono sono irrimediabilmente intransigenti e intolleranti e per questo vanno messi alla gogna, sbeffeggiarti e umiliati fino a ridurli a vivere nei loro buchi e ficcargli... ".
Il gruppo a cui si riferiscono è quello dei "persemprini" che in realtà non è un gruppo compatto, ma estremamente variegato. L'unica cosa che li unisce è la "P" grande e l'immutabilità della loro interpretazione.
Il Prisma è una sfera perfetta. No, il Prisma è molti Prisma che formano un tutt'uno. Ma quando mai! Il Prisma è mio. Vecchie idee, il Prisma è l'essenza della Tenue-Energia.
E non finisce qui. E' difficile da credere, ma in quel mondo scoppiano guerre perché al grido di "Il Prisma è Grande" si uccidono gli infedeli, i quali infedeli, da parte loro, non si sentono affatto tali, perché sono convinti che il Prisma stesso ha rivelato loro la sua natura e la strada per conoscerlo.

Ora mi state chiedendo di trarre le conclusioni, di dire la mia.
Il prisma è...è prima di tutto scomodo. Perché comunque lo rigiri, trovi nuove domande e se lo guardi senza pregiudizi devi ammettere che qualunque cosa tu dica è frutto di qualche convinzione che sta a monte e che ti condiziona nel descriverlo.
Il prisma puoi solo...amarlo. Ecco, per quello che ho capito io, è l'unica cosa di veramente sensato che puoi fare. Amarlo. Amarlo perché in quell'anelito c'è tutto e ci sono tutti (con e senza "T" grande).
Solo l'Amore può contenere l'incapacità di conoscere il P(p)risma.

Ma per fortuna queste cose non succedono nel nostro mondo. Da noi non ci sono guerre che scaturiscono da diverse ideologie, religioni e tradizioni. Noi abbiamo imparato a rispettarci. Se un prisma comparisse nel nostro mondo, sapremmo accettare senza intolleranze il differente punto di vista di ognuno.
E se questo nostro punto di vista avesse delle implicazioni sociologiche o morali o economiche, sapremmo tener conto uno dell'altro. Non abbiamo bisogno di essere rigidi, di salvare a tutti i costi i principi e la faccia. A noi interessa l'uomo, il suo benessere profondo, la sua salvezza per sempre. Come siamo fortunati, noi.

PS: Vorrei pubblicare la foto del prisma ma purtroppo essendo "cangiante" e/o "immutevole", la fotocamera è riuscita a fissare solo questa immagine poco significativa.

venerdì 2 marzo 2007

L'uomo che si credeva un mostro

Conoscete la storia del brutto anatroccolo? E quella dell'aquila che si credeva un pollo? Pure Frankenstein è nelle vostre corde?
Bene, non ne dubitavo; se avete voglia di trascorrere qualche minuto su questa pagina, ve ne racconto un'altra.

C'era una volta il Medio Evo ricco di magie e di suggestioni, di streghe e alchimisti, di infusi misteriosi e terre sconosciute.

Genesis, viveva in un castello. Considerando l'instabilità dei tempi era uno dei posti più sicuri cui si potesse desiderare di vivere. Un microcosmo privilegiato, dove il cibo e una coperta non mancavano mai. Poteva ritenersi fortunato e, a dir la verità, se lo ripeteva spesso: "Sono stato fortunato, sono circondato da persone che mi vogliono bene".

Purtroppo per lui, non aveva fatto i conti con un antico maleficio che una strega maligna gli aveva lanciato quando, ancora bambino, era appena arrivato da lontane campagne assolate.

Con la scusa di accarezzarlo, la megera lo aveva pizzicato nella guancia e, quel vistoso neo che era cresciuto con lui, era invece la spina del suo futuro tribolare.

Come tutti sanno questi sortilegi si attivano automaticamente con il raggiungimento della maggiore età.

Se sono riuscito a trattenervi fin qui, è il momento di spiegare qual'era il suo effetto.

Premesso che Genesis era una persona sensibile, che sapeva ascoltare a fondo le persone, che si immedesimava nelle loro storie e nei loro racconti, bisogna riconoscere che una cosa è partecipare di un'emozione altrui, un'altra è essere espropriati da se stessi!

La prima volta fu davanti al fuoco, Genesis aveva superato da tre giorni la maggiore età. Era una di quelle sere umide d'autunno che al castello si passavano in un grande camerone riscaldato dal camino e illuminato dai bagliori della legna che schioppettava ardita.

Si raccontavano i fatti del giorno, un po' come un TG della sera 'ante literam'.

Quel giorno un mezzadro che lavorava i campi aveva in serbo una storia terribile: una donna era stata violentata e lasciata morire accanto ad un casolare. L'assassino era stato individuato e le guardie del Principe erano alla sua ricerca.

Genesis sussultò in preda all'angoscia, pensando tra sé: "Mi hanno scoperto, ora mi imprigionano!". Passò il resto delle ore in una specie di nebulosa mentale, finché non fu solo nella sua stanza.

In realtà il nostro amico, ricordava perfettamente tutte le azioni compiute quel giorno. Sapeva di non essere neanche uscito dal castello e, il luogo del delitto era ad oltre cinque miglia. Non poteva essere stato lui, neanche se fosse stato in preda ad una amnesia. Eppure si sentiva il colpevole, si sentiva capace di poter commettere l'atroce delitto, soprattutto aspettava da un momento all'altro che le guardie bussassero alla sua porta e lo prelevassero per gettarlo nelle terribili prigioni. Naturalmente nulla di tutto questo avvenne e lui, lentamente, cercò di dimenticare quella brutta serata.

La seconda volta, fu nuovamente preso alla sprovvista. Stava svolgendo i suoi impegnativi compiti quotidiani, quando raccolse il pettegolezzo di due serve. Due bambini erano scomparsi. Senza dubbio rapiti per essere rivenduti come schiavi nei mercati d'oltremare. Un colpevole era stato giustiziato seduta stante ed erano in corso le indagini per scoprire gli altri della banda.Per Genesis, ascoltare e scappare fu un tutt'uno. Gli sembrava tanto incredibile, quanto reale. Lui era sicuro di essere uno di quei delinquenti innominabili.


Da allora gli episodi si ripetettero in modo irregolare ma frequente. Un grave ammanco nelle provviste era stato scoperto ed enormi quantità di cibo erano state rivendute alla borsa nera. Una banda di cospiratori aveva tramato contro la vita del Principe. Orge omosessuali erano state scoperte e severamente represse.
E ogni volta Genesis, a dispetto della realtà dei fatti, si sentiva il diretto interessato. Era come se il mitico vaso di Pandora, si aprisse ogni volta, strabordando e imbrattandolo di gesti miserevoli, sentimenti spregevoli, azioni mostruose.
Ecco, Genesis, in quei momenti pensava di essere un mostro. Pensava soprattutto di essere "Diverso".
E più si sforzava di essere "Più-Uguale", irrigidendo i suoi pensieri e i suoi desideri, più si riprometteva di essere "Perfetto", con comportamenti sociali e morali tanto apprezzati dai suoi amici e conoscenti, tanto più l'angoscia di credersi "un mostro pronto a scatenarsi" si rafforzava nascostamente.

Non sapeva e non immaginava di essere sotto l'effetto di una maligna magia che imprigionava la sua mente e il suo cuore. Ma sappiatelo! anche le più devastanti magie non possono annullare fino in fondo la verità della propria anima. Genesis, in qualche parte del suo profondo istinto aveva ancora una chance. Come il residuo di un puzzle che aspettava di incontrare il suo pezzo gemello per riconoscersi e ritrovarsi.
Capitò. Erano passati anni ma capitò.
Non era una fata né un mago. L'Ascultante si mise a fianco di Genesis ed esplorò con lui ogni parte del suo essere.
Finché l'attenzione non cadde su quel grosso neo. Eccolo, profondo, radicato, inasportabile.
L'Ascultante aveva il rimedio e Genesis partì per un lungo viaggio oltre le mura del castello, oltre le campagne assolate, oltre i mari, oltre il confine della sua conoscenza.
Ogni giorno l'Ascultante consegnava all'uomo un medicamento da applicare in qualche parte del corpo. Raramente, direttamente sul neo.
Il rimedio non era strappare con violenza; il rimedio era riconoscere la presenza del neo, trovare i punti nascosti di contatto con l'anima.
Genesis contemporaneamente smise di produrre quello sforzo disumano per diventare "Uguale". Aveva, ora, le sue "Diversità" da coltivare, quelle che lo rendevano unico e irripetibile da ogni altra creatura vivente.
Capì che l'Universo vive sulla diversità, che tutto fu Creato grazie all'esistenza di una minuscola diversità, che il Futuro è diversità.
Che la diversità genera fiumi creatività, che la diversità contiene i germi della fecondità.
Quando fece ritorno al castello, fu accolto con la simpatia di sempre da amici e amiche.
Genesis, seguendo il suo istinto e la sua ragione insieme finalmente compagni di viaggio, trovò presto una donna con cui sposarsi e avere figli.
L'orto ideale per coltivare due diversità.
Si dice che ogni tanto, i due, passavano qualche ora a guardarsi reciprocamente i nei e che addirittura ridevano insieme.

venerdì 19 maggio 2006

La minestra e l'usignolo

Come tanti bambini anch'io non amavo la minestra e ogni volta che la mamma la preparava si apriva una lunga trattativa fatta di rifiuti, di lusinghe, di minacce.
"La mangio se mi racconti una favola".
"No, la favola oggi non ho voglia di contarla!"
"Allora niente minestra, fa schifo, raccontami la favola".
E si andava avanti ancora un po' fra insistenza e rifiuto, insistenza e rifiuto. Poi la mamma sembrava cedere, ed io mi convincevo di vincere la sfida. A quel punto c'era un'altra questione fondamentale da chiarire.
"Però non mi devi raccontare sempre la stessa. No quella dell'uccellino".
"No, questa è diversa, ascolta".

Ogni volta, regolarmente, mi lasciavo convincere a mangiare.
Ed effettivamente le favole iniziavano ogni volta in modo diverso: re, principi, rospi si alternavano ad ogni cucchiaiata con quella fantasia popolare e con la parlantina tipica delle donne siciliane. Boschi, posti incantati e orchi, ed io mi ero dimenticato della minestra, rapito dalla storia.
Ma infine arrivava l'utimo boccone: in quel momento la faccia della mamma cambiava e con una espressione furbetta e maliziosa, la sua storia virava di colpo per far comparire il cacciatore con il fucile che braccava un uccellino.
Non c'era niente da fare, come ogni volta ero stato fregato, la minestra era tutta nel mio stomaco e la mamma completava il suo racconto con l'immancabile...

usignolu ccu beccu giallu, u pettu rrussu, u culu cacatu a la facci ri chi m'ha struzziatu (dumannatu)

uccellino dal becco giallo, il petto rosso, il culo cagato alla faccia di chi mi ha "costretto a tutti i costi a fare qualcosa" .

Io sbattevo i piedi dalla rabbia perchè mi sentivo raggirato e ingannato, ma ormai la minestra era andata. Alla prossima.

martedì 26 luglio 2005

LA TORRE ALTA E BUIA

Un uomo si trovò davanti ad un’alta torre, vi entrò e fu immerso nella più completa oscurità. Mentre procedeva a tastoni, scoprì una scala a chiocciola. Curioso di sapere dove conduceva, cominciò a salire e ad ogni passo che faceva provava un senso di disagio sempre più grande. Allora si volse indietro e vide con orrore che ogni volta che saliva un gradino, quello precedente si staccava e scompariva. Davanti a lui la scala continuava a salire e non si capiva dove andasse a finire; alle sue spalle si spalancava un’enorme voragine nera.

Questo racconto mi ricorda una mia canzone, comincia così:

Vorrei essere un’Aquila che vola alta nel cielo.
Guardo le distese verdi e la terra viva
Come macchie al sole appaiono sempre più lontane,
si perdono i confini,
sempre più lontano.
Mentre il cielo è già vicino e forse,
se spiego ancora l’ali,
forse, posso raggiungere il cielo,
il Cielo.


…e mi ricorda quello sfrenato desiderio di salire sempre, di non fermarsi mai a costo di rimanere sulle ginocchia…

Il passato è percepito come una voragine quando se ne ha paura.
Qui si ha l’illusione di salire, invece si scappa da se stessi.
E’ importante non perdere mai il contatto con il proprio passato, cioè con gli scalini precedenti.
Chi ti porta, anche sventolando grandi Ideali, a tagliare, a rinnegare, a dimenticare ciò che eri, sta facendo il tuo male: diffida!

venerdì 15 luglio 2005

Essere vulnerabili è aprirsi all'amore

Il DRAGO VULNERABILE è un racconto Cinese.
Sommariamente le cose vanno così: Lì pare che i draghi abbiano il potere di trasformarsi in qualsiasi animale.
Il nostro drago in questione, era evitato da tutti, si capisce il perchè, allora decise di trasformarsi in colomba, sperimentando così la gentilezza delle persone. Tutto andò bene finchè alcuni ragazzi cattivi e aggressivi lo ferirono all'ala. Avrebbe voluto ritrasformarsi in drago, ma purtroppo per farlo avrebbe dovuto prima guarire la sua ferita, altrimenti nel trasformarsi in drago avrebbe portato con sè il suo difetto e, si sa, i draghi devono essere perfetti.
Ma qualcuno passò di lì, scacciò via i ragazzi che volevano uccidere la colomba e se la portò a casa: la accarezzava amorevolmente, le parlava, si accertava che recuperasse le sue forze. Finchè guarito potè ritrasformarsi in drago riacquistando la sua forza. Ma oramai aveva sperimentato qualcosa di nuovo, di ricco e profondo, così regolarmente si trasformava in colomba con una penna rossa là dove c'era stata la ferita.

(...) Essere vulnerabili è aprirsi all'amore. E' impossibile amare un drago enorme, coperto di scaglie, con le sue mandibole mortali, la coda corazzata (...) Viceversa è molto facile amare una colomba bianca, tanto più se è stata ferita.
(...) Essere vulnerabili è un passo essenziale per diventare umani. Chiunque si protegga con un'armatura impenetrabile, si isola dai propri simili. Nei confronti di una persona del genere ci può essere timore o al massimo rispetto, ma mai amore.
(...) Essere vulnerabili è sollecitare la fiducia, seppellire l'orgoglio, trascurare la sicurezza, abbracciare la vita.
(...) La consapevolezza di poter essere ferito mi unisce ai miei fratelli e alle mie sorelle nel comune bisogno.

Tratto da "La rana nel pozzo" di Carlos G. Valles

Mi ero sfogato, avevo raccontato agli amici di quel periodo, la mia sofferenza, la disperazione di sentirmi incapace di trovare una via d'uscita, ero in trappola, mi sentivo terribilmente insicuro. Tutto sembrava essere nato da una difficolta di relazione con un collega di lavoro, ma ormai la crisi dilagava su tutti i fronti della mia vita.
Parlavo e camminavo nel giardino dell'albergo che ci ospitava, a un certo punto, passando vicino a una serie di scalini, Massimo mi interrompe: - Sali lì sopra - mi dice, io obbedisco, salgo sullo scalino, senza capire, poi aggiunge: - adesso scendi - ancora mi adeguo e meccanicamente eseguo il suo ordine.
A questo punto Massimo mi abbraccia con trasporto e aggiunge: - benvenuto fra noi umani! -, in un attimo capisco cosa vuole dirmi.
Enzo era una persona a cui si portava molto rispetto, prima un ragazzo e poi un uomo ammirabile, per la sua coerenza, la sua decisione, i suoi sforzi sempre inappuntabili di dare il massimo, senza compromessi. Ma Enzo era distante, indossava una corazza che lo rendeva inospitale a tanti.
Ora mostrava la sua ferita, era veramente un amico da amare, mi sentiva unito a lui dal comune bisogno, di cure, di assistenza.
Di lì a poco cominciai a capire "come si cambia"; la via d'uscita a quelle situazioni passava da un lungo percorso interiore, per niente razionale, qualche volta tortuoso, ma che mai avrei immaginato potesse esistere e che è stato fonte di incredibile gratificazione.

Oggi che mi è tornato in mente quell'episodio, posso concludere: - Grazie Massimo, per quelle parole; ogni volta che sarò consapevole di essere salito su un piedistallo, salterò subito giù, per tornare in mezzo alle persone "normali" come te -.



martedì 28 giugno 2005

Il posto migliore per nascondere...


Dopo un primo silenzio l'ometto (padre Brown) disse all'altro (il detective Flambeau):
"Un uomo saggio dove nasconderebbe un sasso?" E l'uomo alto rispose sottovoce:
"Sulla spiaggia".
L'ometto annu', e dopo un breve silenzio riprese:
"un uomo saggio dove nasconderebbe una foglia?"
E l'altro rispose: "Nella foresta".

"Ma cosa farebbe se non ci fossero foreste?" "Bè" esclamò Flambeu irritato "che cosa farebbe?" "pianterebbe una foresta per nasconderci la foglia", disse il prete in tono vago.
.....
Ho raccontato diverse volte questa storia a gruppi di uomini e donne intelligenti che volevano riflettere sulla propria vita...Dopo aver raccontato la storia, domando loro se l'hanno capita e tutti rispondono subito che ovviamente l'hanno capita; poi invito a farmi qualche esempio concreto nella loro esperienza, in cui possa apparire come si aggrappino ancora a qualche vecchia posizione contro ogni evidenza.
...Un improvviso silenzio riempie la stanza.

da La rana nel pozzo di Carlos G. Valles

Io ho delle pietre da nascondere nella spiaggia o delle foreste da creare intorno alla mia foglia?
Penso di sì, cambiare è sempre un'impresa da non sottovalutare.

lunedì 27 giugno 2005

L’abbandono degli abbandoni

Il Bambino entrò nella Favola. Non ci fu bisogno di alcuna magia, formula o concentrazione, semplicemente entrò.
Si potrebbe addirittura pensare che la cosa è semplicemente scontata se non fosse che al Bambino erano occorsi anni e anni per acquisire questa capacità.

Ora era di nuovo lì, dentro la Favola.

Il Re gli sorrise, vestito con i suoi abiti solenni con tanto di mantello e corona in testa.
Il suo sguardo era sicuro, forte ma non aggressivo, era un condottiero non un tiranno.

Il Re, dalle pareti della sfera opaca che aleggiava nell’aria proprio lì davanti a lui, lo osservava, gli sorrideva e con la sua mano lo invitava a guardare oltre. Dietro la sua figura si mise a fuoco la grande stanza del castello, le grandiose finestre che lasciavano filtrare la luce verde dei monti sullo sfondo, gli specchi che moltiplicavano la profondità delle pareti, i tappeti ricchi di colori e ornati di disegni fantasiosi, e proprio al centro della stanza, il Bambino vide la famiglia del Re: La regina, i Principi, le Principesse, allineati uno a fianco all’altro in ordine sparso, guardavano proprio lui e sapevano di essere a loro volta osservati.

“Vieni” indicava la mano del Re, ed era proprio quello che il Bambino aspettava di sentirsi dire, nient’altro aspettava da anni che far parte di quella famiglia, sapeva che fra loro sarebbe stato il suo posto.
“Vieni” significava un tuffo al cuore, l’emozione di riunirsi a chi si ama.

Il turbine lo sfiorò appena e lui cominciò a muoversi nella stessa direzione, prima lentamente come sui bordi di un corso d’acqua dove l’acqua sembra impigrirsi gigioneggiando tra i sassi e il muschio.
Ma una forza lenta e inesorabile cominciò a trascinarlo all’interno, come in un ottovolante che prende velocità come un delle trombe d’aria che qualche volta aveva visto correre sulla superficie del mare, come quelle animazioni che raffiguravano quegli strani oggetti spaziali chiamati buchi neri.
Senza più un orientamento, senza più equilibrio, senza il tempo di lasciar scorrere la paura, ora si ritrovava dentro una enorme caverna dominata da una diffusa luce rossastra.
Lui sospeso un po’ in alto poteva osservare la folla di disperati che sembravano affannarsi, sudare e imprecare mentre con lunghe pale versavano carbone e polvere nelle bocche rosse di gigantesche fornaci.

Che quella fosse la sala macchine del motore del mondo dove gli infelici non trovano pace, in fondo non gli interessava granché.
La visione durò solo pochi istanti poi il Bambino si ritrovò al punto di partenza, senza la sfera opaca, senza il Re, fuori dalla Favola.

Rimase un po’ a testa bassa, il suo viso era triste e accigliato e un forte senso di delusione lo minacciava; veramente era tornato al punto di partenza? Veramente si erano cancellate d’un colpo tutte le speranze e le certezze che stava costruendo?
Gli sembrava di essere abbandonato a se stesso.

Abbandonato? Quanti abbandoni aveva vissuto il Bambino?
Quanti anni può avere un bambino per accumulare un grande numero di abbandoni? Ma su, che domanda, nelle Favole il tempo è una fisarmonica, lo sanno anche i bambini: otto anni possono racchiudere una vita e una vita può dilatarsi quasi all’infinito dove esiste quel diaframma che separa il Qui e il Là.

Il Bambino si domandava cosa fosse andato storto. Lì vicino alla meta una anomalia nel vortice l’aveva portato lontano ed ora i ricordi dei suoi abbandoni gli passavano nella mente come una giostra che ripropone all’infinito la sua tiritera.

“Abbandonare gli abbandoni”, qualcosa lo spingeva a ripetere dentro di se questa intuizione, “abbandonare gli abbandoni”.
Era troppo presto per capire il significato, ma almeno adesso aveva riacquistato la consapevolezza di non essere al punto di partenza, che la Favola era ancora lì e con quella facilità che aveva ormai appreso da un po’ di tempo poteva in ogni momento decidere di rientrare.
Decise di farlo e il Bambino entrò ancora una volta nella Favola.

La rana nel pozzo



Un'intera colonia di rane viveva in un pozzo grande e profondo.
Le rane conducevano la propria vita, mantenevano le proprie usanze, cercavano il cibo e gracidavano a più non posso, riempendo di movimento e di suoni le ombrose profondità di quel pozzo ospitale.
Il loro isolamento dal mondo esterno lo proteggeva ed esse vivevano in pace, attente solo a evitare il secchio che di tanto in tanto qualcuno calava dall'alto per attingere acqua dal pozzo.
Non appena sentivano la corrucola cigolare lanciavano l'allarme si tuffavano sott'acqua o si aggrappavano all aparete, e aspettavano lì trattendendo il respirofinchè il secchio pieno d'acqua non veniva tirato su di nuovo e il pericolo passava.

Una giovane rana dopo essersi messa al riparo in una di queste occasini, cominciò a pensare che il secchio, anzichè un pericolo, poteva rappresentare un'opportunità. Lassù in cima riusciva a scorgere un'apertura luminosa come un grande lucernario, il cui aspetto mutava con il giorno e la notte e sulla quale passavano ombre e proficli, forme e colori che suggerivano che c'era qualcosa che valeva la pena di conoscere da quella parte del pozzo.
E soprattutto, c'era il bel visetto della ragazza dalle trecce d'oro che per un istante ogni giorno si chinava sul parapetto del pozzo per gettare il secchio e tirarlo su in quell'apparizine temuta e attesa.
Tutto ciò andava esplorato.

La giovane rana parlò e tutte le altre lo redarguirono aspramente.
Non è mai stato fatto.
Sarebbe la rovina della nostra razza.
Il cielo ci punirebbe.
Saresti persa per sempre.
Siamo state fatte per vivere qui e possiamo stare bene ed essere felici.
Fuori dal pozzo c'è solo desolazione e distruzione.
Non ti azzardare a disubbidire alle leggi dei nostri antenati.
Come può una giovane rana pretendere di saperne più di loro!

La giovane rana attese pazientemente che il secchio fosse calato di nuovo. Si acquattò nel posto giusto, saltò nel secchio nel momento in cui veniva sollevato e salì con esso tra la meraviglia e l'orrore della comunità degli anfibi.
Il consiglio degli anziani scomunicò la rana fuggitiva e proibì a tutti di parlarne. La dignità del pozzo andava salvaguardata.

I mesi passarono senza che nessuno la nominasse nè la dimenticasse, finchè un bel giorno dal parapetto del pozzo si udì gracidio familiare: tutte le rane, incuriosite, si radurarono la sotto e videro stagliarsi contro il cielo il noto profilo della rana intraprendente. Poi al suo fianco apparve un'altra rana e intorno a loro si radunarono sette ranocchietti.
Erano tutti lì a guardare senza azzardarsi a dire nulla, quando la rana parlò da lassù:
" Qui c'è un mondo meraviglioso che vi aspetta. C'è l'acqua che scorre, non come quella laggiù e c'è erba verde e tenera che spunta dal terreno ed è una gioia muovercisi in mezzo, e c'è una gran quantità di piccoli scarabei e insetti gustosi ovunque; ogni giorno si posso mangiare cose diverse.
E poi ci sono molte rane di moti tipi, molto colte e simpatiche, e io ho sposato una di loro e siamo felicissimi e abbiamo questi sette piccoli che vedete qui con noi. C'è spazio in abbondanza qui perchè i campi sono immensi al punto che non se ne scorge la fine."

In fondo al pozzo le autorità ufficiali minacciarono la rana che, se fosse tornata giù, sarebbe stata giustiziata per alto tradimento; ma lei disse che non aveva nessuna intenzione di tornare laggiù, fece gli auguri a tutte e se ne andò con la propria compagna e i sette ranocchietti.

Nelle profondità del pozzo si scatenò un gran tumulto e alcune rane di larghe vedute volevano discutere la proposta, ma le autorità le rimproverarono, proibirono di menzionare lo spiacevole incidente e la vita tornò alla normalità tra le ripide pareti di quell'oscuro pozzo.

La mattina dopo, quando la ragazza dalle trecce d'oro tirò su il secchio dal pozzo, rimase sbalordita nel veder che era pieno di rane.

da LA RANA NEL POZZO di Carlos G. Valles

Il regno delle luci

C’era una volta un Re,
che governava un grande, ricco e pacifico regno. Un giorno dovette partire per terre lontane e non potendo sapere quando sarebbe tornato, decise di dividere il territorio in tante province e di assegnare il governo di ciascuna ad un suo figlio.

Nei primi tempi tutto filò liscio: ognuno ricordando l’esempio del Padre, cercava di imitarlo, ma ben presto il carattere dei figli prese il sopravvento…

Nella prima provincia ogni cosa doveva essere al suo posto; la legge e i comandi dovevano essere rispettati senza alcuna eccezione; ogni cambiamento veniva respinto perché tutte le regole erano state fissate e si sa il bene non può cambiare. Non c’era spazio per creare e progredire. Per un effetto sconosciuto la forza di gravità locale cresceva a dismisura, ogni passo e ogni movimento diventava sempre più pesante, tutto divenne statico e immobile fino a far sentire ogni persona oppressa e schiacciata. Era la provincia delle PIETRE FOSSILI.

Nella seconda provincia regnava il tutti-uguali e per carità, chi poteva dargli torto…ma la mania e la pedanteria con cui questa idea veniva praticata provocò dopo un po’ un senso di malessere, indifferenza, inutilità: ognuno si guardava allo specchio e non capiva se era lui o il vicino di casa! E quando un uomo abbracciava la moglie aveva sempre il dubbio di abbracciare una persona qualunque. Era come non esistere, era il regno del LABIRINTO DEGLI SPECCHI.

Nella terza provincia, vi dirò subito che si chiamava le terre DEI FRUTTI SEMPRE ACERBI, regnava un figlio che del Padre ricordava soprattutto l’abbraccio amorevole e il senso di sicurezza; finché si convinse che per i suoi sudditi sarebbe stato un bene pensare al loro posto, prendere in loro nome ogni decisione. Così tolse ogni fastidio del dover decidere, tolse il dubbio e l’insicurezza. Il risultato fu che nessuno sapeva più stare in piedi da solo, ogni volta che qualcuno provava ad alzarsi in piedi le gambe gli mollavano e ricadeva a terra, il massimo che riuscivano a fare era gattonare come tanti bambini piccoli; insomma anche qui regnava l’infelicità.

E così via, potremmo parlarvi delle altre province: le TERRE TREMANTI, le TROMBE SILENZIOSE, le NEBBIE ASFISSIANTI… Ogni figlio una provincia, ogni figlio un frammento di Verità che diventava Assoluta e che alla fine cancellava l’amore.

Infine l’ultima provincia, la più piccola, fin dall’inizio la più fragile. Il figlio che la governava era consapevole dei propri limiti, tanto più ogni volta che il ricordo del Padre saliva alla sua mente.
Ci sarebbe voluta una vita intera per conoscere le eredità del Padre; ci sarebbe voluta una vita intera per condividere, per ascoltare, per dare un senso.
Eppure con grande sorpresa delle altre province e dei fratelli, proprio lì nel regno della CANDELA ACCESA un senso di giocosa speranza poteva alleviare le fatiche quotidiane che non mancavano.
Forse il segreto stava in quel lumicino che ognuno teneva sul davanzale della finestra preoccupandosi di non spegnerlo mai, né di notte né di giorno, né col sole né con la pioggia.
Dopo un tempo che nessuno conosce maturò l’ora in cui il Padre rientrò dal lungo viaggio.
Guardò ogni cosa, soppesò il cuore e la mente di ogni suo figlio e poi prese la sua decisione…
Dal suo zaino di viaggio estrasse un piccolo flauto, poi iniziò a suonare un’antica melodia e ad ogni nuova nota, una fiammella si accendeva nei territori del regno.
Come in un lento corteo, le luci formavano un rivo che nasceva flebile dai punti più remoti della prima provincia e man mano s’ingrossava di nuova luce passando per la seconda, la terza e via avanti fino a diventare un fiume quando raggiungeva l'ultima provincia, delle CANDELE ACCESE.
Era un sentiero lungo il quale ogni figlio s’incamminava e gli specchi tornavano a specchiare ogni differenza, la gravità finiva di schiacciare e irrigidire, chi gattonava poteva nuovamente rialzarsi in piedi e camminare con le proprie gambe.

L’antico manoscritto dal quale è stata tratta questa storia parla di una grande festa e quel giorno fu da tutti considerato per sempre un nuovo punto di partenza.

Vincenzo - Gennaio 2004