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mercoledì 24 ottobre 2007

Entrare in contatto con i propri sentimenti

Dedicato a una persona che mi ha confidato qualcosa...

Ma va bene per tutti, Antony De Mello è il maestro di "come si cambia". Abbiate la pazienza di arrivare fino in fondo anche se è un post un po' lungo.

Brano tratto da "Scopri te stesso e riprenditi la vita".

La prima cosa da fare è entrare in contatto con i sentimenti negativi di cui non si è consci.
Un sacco di gente ha dei sentimenti negativi, senza rendersi conti di averli. Un sacco di gente è depressa, senza rendersi conto di esserlo. E' solo entrando in contatto con la gioia che si rende conto di quanto sia stata depressa. Non si può affrontare un cancro che non si è individuato. Non ci si può liberare degli insetti nocivi che infestano la propria azienda agricola, se non ci si è resi conto della loro presenza.
La prima cosa da raggiungere è la consapevolezza dei propri sentimenti negativi.
Quali sentimenti negativi? La malinconia, per esempio.
Ci si sente malinconici e di cattivo umore. Si prova odio nei confronti di se stessi, o dei sensi di colpa. La vita sembra non avere scopo, nè senso.
Ci si sente feriti, nervosi e tesi.
Prima di tutto, entrate in contatto con questi sentimenti.
Il secondo passo è capire che il sentimento è dentro di voi, non nella realtà. E' una cosa talmente evidente, ma le persone lo sanno? Non lo sanno, credetemi. Hanno il master e sono rettori di universita', ma non hanno capito questo.
A scuola non mi è stato insegnato a vivere. Mi è stato insegnato tutto il resto. Come ha detto qualcuno: "Ho avuto un'ottima istruzione. Mi ci sono voluti degli anni per farmela passare".
La spiritualità è tutta qui, sapete? Disimparare. Disimparare tutte le scemenze che vi sono state insegnate.
I sentimenti negativi sono dentro di voi, non nella realtà. Dunque, smettete di tentare di cambiare la realtà. E' una follia!
Smettete di tentare di cambiare l'altro. Sciupiamo le nostre energie e il nostro tempo cercando di cambiare le circostanze esterne, cercando di cambiare il nostro coniuge, il nostro capo, i nostri amici, i nostri nemici e tutti gli altri.
Non dobbiamo cambiare nulla.
I sentimenti negativi sono dentro di (voi). Nessuna persona al mondo ha il potere di rendervi infelici. Nessun evento al mondo ha il potere di turbarvi o farvi del male. Nessun evento, nessuna condizione, nessuna situazione, nessuna persona. Nessuno vi ha mai detto questo: vi è sempre stato detto il contrario. Ecco perchè vi trovate nei pasticci, adesso. Ecco perchè siete addormentati. Nessuno ve l'ha mai detto, ma è evidente.
Supponiamo che la pioggia rovini un pic-nic. Chi è a reagire in modo negativo? La pioggia, o (voi)? E cosa provoca questo sentimento negativo? La pioggia o la vostra reazione? Quando sbattete il ginocchio contro il tavolo, il tavolo sta benissimo. Si occupa di fare quel che dovrebbe - e, cioè, il tavolo. Il dolore è nel vostro ginocchio, non nel tavolo.
I mistici continuano a tentare di farci capire che la realtà va bene così com'è.
La realtà non è problematica. I problemi esistono soltanto nella mente umana. Anzi, potremmo aggiungere: nella mente umana stupida, addormentata.
Togliete gli esseri umani da questo pianeta, e la vita continuerebbe, la natura continuerebbe a svilupparsi in tutta la sua bellezza e la sua violenza. Dove starebbe il problema? Nessun problema.
Voi avete creato il problema. Voi siete il problema. Vi siete identificati con il "me", ed è questo il problema. Il sentimento è dentro di voi, non nella realtà.
Mai identificarsi con quel sentimento. Non ha niente a che vedere con l'"io".
Non definite la vostra essenza in termini di quel sentimento. Non dite: "Sono depresso".
Se volete dire:"C'è depressione" va bene. Se volete dire che c'è malinconia, va bene. Ma non dite:"Sono malinconico" - perchè, in questo modo, vi definite alla luce di quel sentimento.
E' questa illusione, è questo il vostro errore. In questo momento c'è una depressione, ci sono dei sentimenti feriti, ma così sia, lasciateli stare.
Passeranno. Tutto passa, tutto. Le vostre depressioni e le vostre emozioni non hanno niente a che vedere con la felicità. Quelle sono solo oscillazioni del pendolo. Se cercate eccitazione ed emozioni, preparatevi alla depressione. Volete la vostra droga? Preparatevi ai contraccolpi. Il pendolo oscilla da un estremo all'altro.
Questo non ha niente a che vedere con l'"io", nè con la felicità. E' il "me".
Se ve lo ricorderete, se lo ripeterete a voi stessi un migliaio di volte, se proverete questi tre passi un migliaio di volte, ci arriverete. Magari vi basteranno tre volte, o anche meno. Non lo so: non ci sono regole. Ma fatelo mille volte, e farete la più grande scoperta della vostra vita.
...
Ma non è necessario appartenere a qualcuno, a qualcosa, o a un gruppo. Non è nemmeno necessario innamorarsi.
E' necessario amare. E' tutto qui: questa è la vostra vera natura. Ma la verità è che mi state dicendo che volete essere desiderati. Volete essere applauditi, volete essere attraenti, con tutte le scimmiette che vi corrono dietro. State buttando via la vostra vita. (Svegliatevi)! Non ce n'è bisogno. Potete essere felici e beati senza tutto questo.
...
Come si possono cambiare le cose? Come potete cambiare voi stessi? Ci sono molte cose da capire qui, o meglio, una sola cosa che si può esprimere in molti modi.
Immaginate un paziente che va dal dottore per dirgli di cosa soffre.
Il dottore dice: "Bene, ho capito i suoi sintomi. Lo sa cosa farò? Prescriverò un farmaco al suo vicino!".
Il paziente risponde: "Grazie mille, dottore: mi sento già molto meglio".
Non è assurdo? Eppure è proprio quel che facciamo tutti noi. La persona addormentata pensa sempre che si sentirà meglio se sarà qualcun altro, a cambiare. Si soffre perchè si è addormentati, però si pensa: "Come sarebbe meravigliosa la vita se qualcun altro cambiasse; come sarebbe meravigliosa la vita se il mio vicino cambiasse, mia moglie cambiasse, il mio corpo cambiasse".
Vorremmo sempre che fosse qualcun altro a cambiare, in modo da sentirci meglio. Ma vi siete mai accorti che anche se vostra moglie cambia, o vostro marito cambia, su di voi non ha alcun effetto? Siete vulnerabili tanto quanto prima; addormentati tanto quanto prima.
Siete voi ad avere bisogno di cambiare, ad aver bisogno della medicina.
Continuate a insistere: "Mi sento bene perchè il mondo va bene". (Sbagliato)!
"Il mondo va bene perchè io mi sento bene". E' quel che dicono tutti i mistici.

giovedì 19 aprile 2007

Martello e Mantello

Pochi giorni fa curiosavo nella rete. Chi è Madeleine Delbrel?
Claudio riportava una sua frase nel blog di pensieri&parole, ma io non la conoscevo.
Così nel sito di Madeleine Delbrel, leggo un po' di biografia e qualche stralcio tratto dai sui scritti. Mi colpisce una affermazione. Ma per capirla bisogna sapere che Madeleine, era cresciuta in un ambiente borghese e scristianizzato, a vent'anni attraverso la preghiera era rimasta, come dirà lei stessa, “abbagliata" da Dio. Vivrà in seguito in un sobborgo parigino operaio e marxista.
A chi, in ambito cattolico, criticherà la sua scelta esporrà un semplice pensiero:
Dio non ha mai detto : Amerai il prossimo tuo come te stesso eccetto i comunisti”.

E i miei pensieri avevano improvvisamente associato, certi atteggiamenti aggressivi che ultimamente sento prendere campo nel mondo cattolico. "Crociate-contro" che finiscono per dimenticare che gli interlocutori sono dei fratelli.
Sulla rete, forse perchè la comunicazione è asincrona e non consente di "vedere" il proprio interlocutore, eccedere in verbosità, radicalizzare il proprio punto di vista, offendere e azzittire, diventa una progressione quasi impercettibile
Stamane il ricordo, nel blog ingenuo di Riccardo, di Igino Giordani, politico italiano della costituente e cristiano impegnato nella vita privata e pubblica, assertore del dialogo con gli avversari, ha fatto ciak con l'altra frase.
Lui diceva di se stesso, che fino ad un certo punto della sua vita si sentiva di essere "il martello degli eretici", ma dopo una esperienza di maturazione si impegnò ad essere "il mantello di Dio".
Riporto qui parte del commento che ho lasciato.


"Purtroppo oggi l'intolleranza cresce anche sulla rete, vedo post e commenti di bravissime persone che conosco, ma che per "difendere" delle idee, dei valori cristiani, scivolano nell'aggressione verbale e fanno diventare i documenti dei vescovi o del papa dei martelli da dare in testa agli avversari, che dimenticano che comunisti, gay, libertini, arrampicatori sociali, gente superfiale, fascisti, cinesi, mussulmani, non credenti, violenti, tutti, sono, prima di tutto, fratelli. Che esplicito, in ogni intervento sulla dottrina, sulla morale, sulla politica, sulla società, dovrebbe campeggiare, a caratteri cubitali una verità di vita vissuta "Ama il prossimo tuo come te stesso" . Igino l'aveva ben chiara e la esprimeva con forza ed impeto."

mercoledì 7 marzo 2007

Matrimonio ce n'è uno tutti gli altri son trentuno!

Matrimonio ce n'è uno, tutti gli altri son trentuno!

Il matrimonio è una alleanza. Un uomo e una donna si scelgono e divengono complici delle loro vite.
Decidono di stare dalla stessa parte, di giocare nella stessa metà campo, di far gruppo insieme.
"Guai chi me la tocca", "Guai chi me lo tocca" è il loro motto!
Stringono un patto forte e profondo che nelle loro intenzioni originali ed autentiche, niente potrà rompere, niente potrà separare.
Non lo stringono per motivi, giuridici, nè sociali, nè morali e neppure "per Dio", se ci credono.
Semplicemente si a m a n o. E questo è tutto quanto basta.

Si amano, si sono avvicinati uno all'altra, fra loro c'è la passione, c'è un'attrazione che li spinge uno verso l'altro con tutto il loro essere.
Questo è il tempo in cui "sentono" il loro amore. Verrà quello in cui dovranno anche "volerlo" il loro amore.
Perchè l'amore cambia. Non è vero che necessariamente cala, ma occorre riconoscere e assecondare i cambiamenti.
Cambia perchè si modifica la psicologia di ogni persona, perchè si possono scoprire nuovi punti di vista. Perchè non occorre rimanere vincolati al clichè iniziale.
Perchè prima o poi un dolore, un fallimento, un lutto, una debolezza arriverà fra capo e collo a far cadere qualche illusione.
Se rimarranno ancorati a "quel sentire" iniziale si lasceranno. E' quello che avviene sempre più spesso: dopo tre anni, dopo un anno, dopo sei mesi.
"Non sento più l'amore, ci lasciamo. Mi sono innamorato(a) di un'altra(o)".
Ma cosa vuoi sentire? Non vedi che la frequenza della trasmissione è cambiata? Sintonizzati, e poi sentirai di nuovo. Scegli di mettere il verbo "voglio" davanti ad "amare". Sei in movimento, ogni giorno in te e nell'altro qualcosa cambia. Asseconda questo movimento. Vivi!

Come dici? Non è sempre così? Non è quasi mai così? Non è mai stato così? Sì, è vero ci sono i casi speciali. Hai ragione, ogni storia è un caso a parte. Tradimenti, indifferenza, stanchezza, altri stimoli, altre forme di matrimonio e famiglia, sì ti ascolto. Cambiano i valori, cambia la cultura? E' vero anche questo.

Ma io sono cosciente e vorrei che lo fossero in tanti, che quello che dipingo non è il matrimonio tradizionale, quello dei nostri nonni, fatto di contratti imposti dalle famiglie d'origine.
Non è neanche quello in cui vivacchiano un grande numero di "sposati", che con il loro pressapochismo, con la loro superficialità, con una vita di compromessi, di gesti ripetuti ma vuoti, di false sicurezze, di giudizi gratuiti, hanno letteralmente disamorato un'intera generazione di giovani.
Giovani che hanno finito per scacciare come molesta l'idea di sposarsi, anche in Comune.

Vogliamo andare avanti, non vogliamo tornare indietro. Non c'è un passato da difendere. C'è un futuro da realizzare.

Ma io contemplo e arricchisco di giorno in giorno un "Quadro" cui guardare come modello.
Faccio come il banditore d'altri tempi.
"Ascoltatemi ho una novità. C'è un modo nuovo di stare insieme, uomo e donna, che è ganzo, che è figo, che è creativo, che è sempre nuovo, se lo vuoi".
E mi metto sulla strada...a gridare nel deserto: "Matrimonio ce n'è uno, tutti gli altri son trentuno!"

mercoledì 3 gennaio 2007

Non mi toccate le penne

Non è una battuta di Paperino mentre viene spiumato in una delle sue solite sfortunate avventure. Non sono cioè le piume di un volatile.

Non pensate neppure a un gruppo di persone attorno ad una tavola imbandita. Non mi riferisco ad un famoso tipo di pasta molto adatto per raccogliere il sugo. Ve l'immaginate la scena? Un piatto fumante e profumato, una forchetta malandrina che rompe l'incanto affondando in quel ben di Dio e un uomo che urla: "Non mi toccate le penne!". No, non sto parlando, quindi, di penne rigate o lisce, pennette o maccheroncini.
Beh! Sono un informatico, qualcuno potrebbe immaginare una disquisizione sulle penne digitali, quei piccoli dispositivi di memoria che si connettono tramite una porta USB. Ma io non sto parlando di informatica.

Se dicessi: "Non mi toccate le penne e le matite" sarei più preciso e chi legge capirebbe subito il contesto.
Ci siamo, parlo di penne che servono per scrivere.

E, quello che voglio dire, è che sono molto geloso delle mie penne e delle mie matite.
E' per me motivo di tensione scoprire che la matita e la penna che regolarmente sono adagiate nel mio comodino sono state utilizzate da qualcuno in famiglia e non rimesse al loro posto.
Ma anche lo schermo del computer di casa deve avere una sua penna a portata di mano.
Non sopporto di doverne cercare una nelle varie stanze della casa quando ho urgenza di prendere un appunto. Nel caso del computer sono arrivato a legare una penna con una cordicella al piano di lavoro, in modo che non venga inavvertitamente persa.
Inutile aggiunge che anche vicino al telefono, o meglio, dentro l'agenda dei numeri telefonici, una penna ci starebbe proprio bene.
La matita poi ha un suo ruolo ben definito. Io dico a tutti che è una mania degli ingegneri, che ci hanno tirato su ad equazioni differenziali e matite.
Ciò che si scrive con la matita si può correggere senza buttare lo scompiglio nel foglio, è l'ideale per progettare; provateci con la penna!
Pur non avendo speso mai cifre importati per questo accessorio, devo confidare che è più facile trovarmi a sbavare davanti alla vetrina dove sono esposte le Mont-BlanK che davanti ad una gioielleria.

Ammetto, in casa sono abbastanza stufi delle mie reprimende riguardanti un uso politicamente corretto delle penne e mio figlio Antonio, che morsica le matite e i cappucci delle biro, riceve tutta la mia più decisa disapprovazione.

Ma a guardare bene (nel pozzo di internet) si scopre che la parola penna ha tantissimi significati (wikipedia)

  • Rimetterci le penne (morire o subire danni gravissimi)
  • Dar di penna (cancellare)
  • Lasciare qualcosa nella penna (dimenticarsi di scrivere qualcosa) (A me capita già di dire: mi è rimasto nel mouse)
  • Uomo di penna (di persona colta, istruita)
  • Saper tenere la penna in mano (chi sa scrivere in bella prosa è una buona penna)
  • Ne uccide più la penna della spada (indica la potenza dei mass-media)
Comunque il mio "non mi toccate le penne", più che associarlo a facili riferimenti all'organo sessuale maschile, o ridurlo ad una piccola nevrosi, mi sembra un vero e proprio messaggio. Legato al desiderio di potenzialità della vita, alla voglia di potersi esprimere senza inceppamenti, in tutte le situazioni. Ed anche un avvertimento che segnala la presenza di confini negli spazi che chi vive insieme deve ritagliarsi dando e ricevendo amore.

Per finire, se a qualcuno fosse venuta voglia di conoscere la storia della penna consiglio tre link.
qui e qua e quo (così chiudo con tre "pennuti").

venerdì 14 luglio 2006

Amare e lasciar liberi

Mi capita di vedere genitori che con tecniche raffinate, il più delle volte inconsapevoli, manipolano e orientano la vita dei propri figli, riuscendo spesso ad ottenere quello che vogliono: il diploma al liceo, un successo nello sport, il matrimonio in chiesa, l'adesione alla propria parte politica, la scelta degli amici...

Si capisce, nel compito di educare si cerca di trasmettere dei valori e si desidera che coincidano con i propri, perchè si è convinti della validità delle proprie scelte.
Ma se fra questi valori c'è la "libertà".... Educare i figli alla libertà , non dà alcuna garanzia sul fatto che da adulti faranno le tue stesse scelte.
E' un rischio che si deve correre, se si è convinti che la libertà è un valore.
Per esperienza personale, devo dire che brucia un po' quando si deve prendere atto di stili di vita diversi.
Amare e lasciar liberi.

E' più facile volerlo per se stessi che per gli altri.

Alla ricerca di modelli che confortino questa scelta ne trovo uno che supera tutti gli altri: è Dio stesso.
Fra quel poco che intuisco di Lui c'è che ha creato l'uomo e la donna liberi, così liberi da poter scegliere se Riconoscerlo o Non-Riconoscerlo.
E non scende dal cielo per recriminare il suo ruolo.

Dicono che continui ad amare ogni sua creatura, comunque, a prescindere.

mercoledì 21 giugno 2006

Amore che va, amore che viene, amore che sta!

Quando si dice che la famiglia è in crisi e si rimane su un livello superficiale a lamentarsi, si fa solo un po' di sociologia di basso profilo.
Diverso è quando la crisi tocca qualcuno che conosci tra amici e colleghi.

Ti senti dire: "Lui vorrebbe continuare, ma io ho preso coscienza che è stata un'illusione, un errore, non siamo fatti uno per l'altro, non voglio più pagare questo prezzo all'infelicità, ho diritto alla mia vita".

Cosa puoi rispondere di sensato? Quale logica sociologica puoi applicare? A quale principio morale o religioso vuoi appigliarti?

In questi ultimi anni sono state messe a punto diverse tecniche per sostenere le famiglie in crisi. Questa persona, che ha accettato di aderire ad una di queste proposte, continuava:
"Non posso credere che l'applicazione di una tecnica possa consentire di "ritrovarsi". In realtà l'incontro fra noi non c'è mai stato. Cosa serve, focalizzare un argomento, scriversi delle lettere, imparare a parlarsi con rispetto, se l'errore è stato proprio nello scegliersi?"

E tu hai un bel pensare e dire, sui figli, sull'indissolubilità, sull'amore come donazione, sulla responsabilità...Ti senti come un distributore di buoni ed equilibrati consigli, un dispensatore di regole, mentre dall'altra parte c'è un dramma interiore, c'è un subbuglio di idee, c'è una incaponita volontà di mollare e riprovare con qualcun altro. C'è la convinzione di aver trovato l'Amore, la Passione, la certezza che dietro l'angolo c'è -non la felicità, non è una sprovveduta - ma la normalità di una coppia, sì.

"Beh! fai questo tentativo di -ritrovarsi- fino in fondo" e stai andando dietro ad una intuizione che senti profondamente vera.

Lo pensi e glielo dici: "Quando si è adolescenti -perlomeno per me era così- si pensa: come farò a trovare la donna/l'uomo della mia vita? Come farò a riconoscerla fra la folla. E se fosse a Taipei o in un paesino sperduto dell'Abruzzo, o a Milano?
Poi capita di innamorarsi e se va tutto bene, lo si dice con convinzione: <Ecco ho incontrato la donna/l'uomo della mia vita>.
Ma in che senso questa è una verità? Significa che poteva funzionare solo con lei/lui?

La mia risposta è piuttosto pragmatica. Penso che avrei potuto innamorarmi di altre migliaia di ragazze, e vivere con loro un'esperienza altrettanto positiva di quella che sto vivendo e penso che la stessa cosa sia applicabile anche a mia moglie nei confronti di altri uomini. E penso che sia generalizzabile a tutti e tutte.
Però fra tutte quelle possibili ho incontato lei, e da quel momento non è stata "una qualunque"; è quella che mi ha addomesticato e che io ho addomesticato".
Ci si ama, si vuole l'altra per sè e ci si vuole dare all'altra per sempre, ci si accoglie nella buona e nella cattiva sorte, nella salute e nella malattia. Si cade e ci si aspetta ora uno ora l'altra. Si sceglie di volersi amare anche nei periodi di aridità, di indifferenza. E potrebbe succedere che negli anni successivi si incroci qualcuna o qualcuno con la quale si sarebbe potuto vivere un'amore altrettanto efficace, ma allora, non si va dietro a questa fantasia: per responsabilità, per equilibrio, per stabilità, per fiducia...perchè ci si è addomesticati".

"Allora insisti con questa tecnica.", finisco, "Perchè non aprire gli occhi oggi e guardare il tuo compagno dandoti questa chance. Se anche avessi sbagliato tutto, cinque, dieci anni fa, perchè oggi non potresti innamorarti di lui? Perchè non guardarlo con occhi nuovi? Perchè non fare tesoro di questi anni passati insieme, visto che anche lui è cosciente degli errori, dei limiti, delle incapacità? Non è un buon punto di partenza? Sei proprio certa che l'amore non c'è mai stato, che l'illusione non sia aver rimosso quell'attrazione iniziale?
Vale la pena provarci con onestà interiore prima di avventurarsi in un'altra storia".

(L'immagine: Les amants di Magritte)

martedì 10 gennaio 2006

Venticinque anni fa nasceva Marta.

Venticinque anni fa nasceva Marta.
E’ rimasta con noi solo quarantasei ore, a causa di un’atresia del ventricolo sinistro, la malformazione congenita con cui era nata.

Sono tanti venticinque anni, soprattutto quando ci sono di mezzo tre figli ormai grandi, eppure il ricordo di Marta è sempre forte, attuale, imprescindibile.

“Basta un giorno…” dicevamo allora, e un giorno è bastato per lasciare un segno indelebile, per tracciare un percorso nella vita dei suoi genitori che passa sempre e comunque dall’esperienza terribile ma anche meravigliosa di quella nascita e di quella Separazione.

9 Gennaio 1981
Ore ventuno circa: le contrazioni cominciano ad essere frequenti, regolari e a superare la soglia sotto la quale abbiamo l’indicazione di andare in ospedale.
Ore ventuno e trenta: Il nostro vicino di casa, ci carica sulla sua cinquecento e ci accompagna al S.Martino.
Ore ventidue e trenta: MariaTeresa è in travaglio.

10 Gennaio 1981
Ore zero e trenta: Nasce Marta Maria.

Nella giornata Marta è nel lettino insieme agli altri neonati; si scattano le prime foto da dietro i vetri del corridoio, Marta viene allattata da MariaTeresa e sembra in ottima salute. La sera arrivano i nonni e gli amici più rapidi.

11 Gennaio 1981
Arrivo in Ospedale al mattino e sono subito convocato dal medico.
Ci sono problemi di respirazione emersi nella notte, la bimba tende a diventare cianotica. Mi parlano del dotto di Botallo, di un necessario e immediato ricovero al Gaslini.
MariaTeresa è già in apprensione perché dal mattino non le hanno più portato la bimba in camera.

Il viaggio in autoambulanza è quasi una trance, io accanto al lettino di una bimba dal colore che tende al blu.
Ore di attesa senza notizie, ma con l’incrollabile certezza che tutto passerà, che tutto verrà chiarito; così è sempre andata la mia vita, sempre tutto si è sistemato in qualche maniera o per l’intervento di qualcuno.

E’ già pomeriggio, quando il dottore si avvicina dicendomi che dopo analisi e verifiche e nuovi accertamenti ancora, non ci sono più dubbi: atresia del ventricolo sinistro, man mano che il dotto di Botallo si chiude, la bambina perde la possibilità di respirare.
Se esistesse ci vorrebbe un trapianto di cuore, ma non c’è.

Mi viene comunicato che se aspetto un po’ potrò vederla un’ultima volta e intanto verrà battezzata e cresimata.
Non so che fare perché mi rendo conto che quella bambina non l’ho ancora accarezzata che c’è sempre stato un vetro fra noi, però MariaTeresa è ancora al San Martino, non ha nessuna notizia.

Così scelgo di andare da lei.

Dell’incontro con MariaTeresa non ricordo più niente, solo lacrime.
E poi l’attesa, in casa, di una telefonata.

Sono le ventidue e trenta, quando squilla il telefono, Marta è già andata via.

Finalmente a questo punto posso accarezzare la piccola e vederla da vicino. E’ bellissima, ha una quantità enorme di capelli morbidissimi, la pelle è di nuovo rosa, ha un’espressione da piccola siciliana.
Per un lungo, lungo attimo sembra che il confine tra la morte e la vita non esista.

lunedì 12 dicembre 2005

L'impostora

La donna depone la bambina nella culla, ma lo fa in maniera goffa, non è un gesto carico d'affetto, neppure quello stanco dopo una giornata di fatica o quello irritato per un sonno che non arriva.
E' un gesto sconclusionato, la bimba acchiappata per un piede e una mano e deposta all'interno del lettino come un sacco. Una totale incapacità di instaurare un rapporto vitale, un gesto (mettere a riposare un figlio) malamente recitato a memoria, la sommatoria di movimenti sbagliati.

Io guardo la scena da una posizione neutra e capisco: quella non è la mamma è una impostora.
Rivedo un pezzo della sua vita.
Un corridoio di ospedale, la donna portata a braccia da due infermieri, uno a destra e uno a sinistra, una mano sotto il ginocchio l'altra sotto le ascelle, le gambe divaricate.
Lei è incinta, il parto incombe, inaspettato e cruento. Perchè non l'hanno deposta su un lettino? Perchè stanno peggiorando le cose con un comportamento per niente professionale?
Ancora pochi istanti e macchie di sangue chiazzano il pavimento del corridoio. Il bambino è perso, la madre subisce l'impatto dello shock rimanendo segnata per sempre.
E' la storia dell'impostora che aveva perso un figlio ed ora vorrebbe essere madre, ha rubato una bimba, ma i suoi gesti tradiscono la verità: non sa come si ama.

(Sogno del 3/12)

Ci sono persone che non sono capaci di essere padri e madri; non parlo del papà e mamma naturali ma penso alla relazione fra le persone, a quello strano gioco psicologico che trasforma ognuno di noi, a volte, a seconda della situazione in cui si trova, in padre o madre o in figlio.
E' vero si potrebbe ricercare nel passato di queste persone una giustificazione, e la si troverebbe di sicuro, ma rimane il fatto che sono incapaci di generare amore.

L'importante è non aspettarsi che questo genere di persone si comportino da madre amorevole o padre incoraggiante.
Se lo scrivo è perchè, ahimè, io ogni tanto ci casco e magari mi aspetto che il mio capo sul lavoro mi faccia da madre...poi faccio questo tipo di sogni.

venerdì 15 luglio 2005

Essere vulnerabili è aprirsi all'amore

Il DRAGO VULNERABILE è un racconto Cinese.
Sommariamente le cose vanno così: Lì pare che i draghi abbiano il potere di trasformarsi in qualsiasi animale.
Il nostro drago in questione, era evitato da tutti, si capisce il perchè, allora decise di trasformarsi in colomba, sperimentando così la gentilezza delle persone. Tutto andò bene finchè alcuni ragazzi cattivi e aggressivi lo ferirono all'ala. Avrebbe voluto ritrasformarsi in drago, ma purtroppo per farlo avrebbe dovuto prima guarire la sua ferita, altrimenti nel trasformarsi in drago avrebbe portato con sè il suo difetto e, si sa, i draghi devono essere perfetti.
Ma qualcuno passò di lì, scacciò via i ragazzi che volevano uccidere la colomba e se la portò a casa: la accarezzava amorevolmente, le parlava, si accertava che recuperasse le sue forze. Finchè guarito potè ritrasformarsi in drago riacquistando la sua forza. Ma oramai aveva sperimentato qualcosa di nuovo, di ricco e profondo, così regolarmente si trasformava in colomba con una penna rossa là dove c'era stata la ferita.

(...) Essere vulnerabili è aprirsi all'amore. E' impossibile amare un drago enorme, coperto di scaglie, con le sue mandibole mortali, la coda corazzata (...) Viceversa è molto facile amare una colomba bianca, tanto più se è stata ferita.
(...) Essere vulnerabili è un passo essenziale per diventare umani. Chiunque si protegga con un'armatura impenetrabile, si isola dai propri simili. Nei confronti di una persona del genere ci può essere timore o al massimo rispetto, ma mai amore.
(...) Essere vulnerabili è sollecitare la fiducia, seppellire l'orgoglio, trascurare la sicurezza, abbracciare la vita.
(...) La consapevolezza di poter essere ferito mi unisce ai miei fratelli e alle mie sorelle nel comune bisogno.

Tratto da "La rana nel pozzo" di Carlos G. Valles

Mi ero sfogato, avevo raccontato agli amici di quel periodo, la mia sofferenza, la disperazione di sentirmi incapace di trovare una via d'uscita, ero in trappola, mi sentivo terribilmente insicuro. Tutto sembrava essere nato da una difficolta di relazione con un collega di lavoro, ma ormai la crisi dilagava su tutti i fronti della mia vita.
Parlavo e camminavo nel giardino dell'albergo che ci ospitava, a un certo punto, passando vicino a una serie di scalini, Massimo mi interrompe: - Sali lì sopra - mi dice, io obbedisco, salgo sullo scalino, senza capire, poi aggiunge: - adesso scendi - ancora mi adeguo e meccanicamente eseguo il suo ordine.
A questo punto Massimo mi abbraccia con trasporto e aggiunge: - benvenuto fra noi umani! -, in un attimo capisco cosa vuole dirmi.
Enzo era una persona a cui si portava molto rispetto, prima un ragazzo e poi un uomo ammirabile, per la sua coerenza, la sua decisione, i suoi sforzi sempre inappuntabili di dare il massimo, senza compromessi. Ma Enzo era distante, indossava una corazza che lo rendeva inospitale a tanti.
Ora mostrava la sua ferita, era veramente un amico da amare, mi sentiva unito a lui dal comune bisogno, di cure, di assistenza.
Di lì a poco cominciai a capire "come si cambia"; la via d'uscita a quelle situazioni passava da un lungo percorso interiore, per niente razionale, qualche volta tortuoso, ma che mai avrei immaginato potesse esistere e che è stato fonte di incredibile gratificazione.

Oggi che mi è tornato in mente quell'episodio, posso concludere: - Grazie Massimo, per quelle parole; ogni volta che sarò consapevole di essere salito su un piedistallo, salterò subito giù, per tornare in mezzo alle persone "normali" come te -.



venerdì 1 luglio 2005

Qualche anno è passato

Qualche anno è passato, dal primo sguardo di stupore.
Qualche illusione è caduta facendo un po' di rumore.
Qualche dolore ha maturato il nostro amore acerbo.
Qualche gioa ha colorato a chiazze allegre il nostro giorno.

Ed ora, guardandoti ora
ritrovo un viso, il tuo viso
e scopro rughe nuove e segni antichi di un amore forte
mi accorgo del poeta che in te vuole inventare fiabe.

E ora, guardandoti ora
tu sei un po' più in là da me
è strano ma, ho riscoperto te
e tutto deve ancora incominciare.

Io non ti vedo più confusa immagine di me
sto perdendo un po' quella parte invisibile di te
che tenevo ancorata qui agli ideali miei
voler bene non ha bisogno mai del dare- avere.


E ora, guardandoti ora
tu sei un po' più in là da me
è strano ma ho riscoperto te
e tutto deve ancora incominciare.

Vincenzo

domenica 26 giugno 2005

25 fiori diversi

5 Gennaio 2005

Ma come potevo regalarti 25 rose rosse, tutte uguali?
Sono forse stati "uguali" questi venticinque anni?
Venticinque anni colorati!
Ma i fioristi non sono stati in grado di accontentarmi....
I colori mancanti vanno aggiunti con la fantasia e,
nella mia immaginazione, racchiudono tutti, ma proprio tutti, i momenti del nostro stare insieme: una ricchezza di colori e di amore che nonostante tutto e nonostante noi, abbiamo la consapevolezza di possedere e la voglia di condividere.

Dal bianco al nero, dal rosso al violetto,
ti amo.