Appunti sparsi per documentare come si cambia; non perchè il tempo che passa ci invecchia, ma perchè ognuno può assecondare un profondo e intimo movimento interno. Cambiare è svelare progressivamente se stessi, essere consapevole delle proprie passioni, illuminare le relazioni con le persone che si amano.
sabato 30 novembre 2013
60 Suonati
martedì 23 aprile 2013
Quel paradiso «sospeso nel tempo»
E poi c’è l’amore per i luoghi dove la serie è girata, quel paradiso «sospeso nel tempo», lo definisce Zingaretti, tra Catania, Siracusa e Ragusa.
Ma in questi episodi non c'è solo il cast tradizionale ma favolosi interpreti attori caratteristi come per esempio questa signora un po' particolare [clicca qui per anteprima su sito RAI1]
martedì 9 aprile 2013
Non giudicare nè sparlare
non giudicare né sparlare mai, il cristiano è mite e caritatevole
(a questo link di può anche ascoltare)
Erano un cuor solo e un’anima sola, grazie allo Spirito che li aveva fatti rinascere a una “vita nuova”. Ciò che all’anno zero della Chiesa ha saputo essere la prima comunità cristiana è modello intramontato e intramontabile per la comunità cristiana di oggi. Papa Francesco l’ha ribadito in modo incisivo partendo dal dialogo evangelico tra Gesù e Nicodemo, il quale non afferra subito in che modo un uomo possa “nascere di nuovo”. Di nuovo, ha ripetuto il Papa, vuol dire dallo Spirito Santo, “è la vita nuova che noi abbiamo ricevuto nel Battesimo”. Vita – ha però soggiunto – che “si deve sviluppare”, “non viene automaticamente”. Dobbiamo “fare di tutto – ha affermato Papa Francesco – perché quella vita si sviluppi nella vita nuova”, “è un laborioso cammino”, che “principalmente dipende dallo Spirito” e insieme dalla capacità di ciascuno di aprirsi al suo soffio.
E questo, ha indicato il Papa, è esattamente ciò che accadde ai primi cristiani. Loro avevano la “vita nuova”, che si esprimeva nel vivere con un cuore solo e un’anima sola. Avevano, ha osservato, “quell’unità, quell’unanimità, quell’armonia dei sentimenti nell’amore, l’amore mutuo…”. Una dimensione oggi da riscoprire: per esempio – ha detto Papa Francesco – l’aspetto della “mitezza nella comunità”, virtù “un po’ dimenticata”. La mitezza, ha stigmatizzato, ha “tanti nemici”. Il primo sono le “chiacchiere”. Papa Francesco vi si è soffermato con molto realismo: “Quando si preferisce chiacchierare, chiacchierare dell’altro, bastonare un po’ l’altro – sono cose quotidiane, che capitano a tutti, anche a me – sono tentazioni del maligno che non vuole che lo Spirito venga da noi e faccia questa pace, questa mitezza nelle comunità cristiane”. “Sempre – ha constatato – ci sono queste lotte”: in parrocchia, in famiglia, nel quartiere, tra amici. “E questa – ha ripetuto – non è la vita nuova”, perché quando lo Spirito viene “e ci fa nascere in una vita nuova, ci fa miti, caritatevoli”.
Quindi, come un maestro di fede e di vita, il Papa ha ricordato quale sia il comportamento giusto per un cristiano. Primo, “non giudicare nessuno” perché “l’unico Giudice è il Signore”. Poi “stare zitti” e se si deve dire qualcosa dirla agli interessati, a “chi può rimediare alla situazione”, ma “non a tutto il quartiere”. “Se, con la grazia dello Spirito – ha concluso Papa Francesco – riusciamo a non chiacchierare mai, sarà un gran bel passo avanti” e “ci farà bene a tutti”.
domenica 11 novembre 2007
Ratatouille e... come si cambia
Riporto un dialogo fra il topino Remy e il suo papà che cerca di dissuaderlo.
-> No, non ci credo, mi stai dicendo che il futuro può essere soltanto questo?
-> Sì, è così che stanno le cose, non puoi cambiare la natura.
-> Cambiare, fa parte della natura, è quella parte della natura che possiamo influenzare, e comincia solo quando lo decidiamo noi.
-> Dove vai?
-> Con un po' di fortuna, avanti!
Qui un sito per leggere Commenti, recensioni, frasi celebri ed altro.
Qui invece la La ricetta.
lunedì 22 ottobre 2007
Chiudi gli occhi e tieni ben aperta la mente
"Chiudi gli occhi e tieni ben aperta la mente" è la frase con la quale si incoraggiano i due ragazzi protagonisti del film Un ponte per Terabithia.Sembra un altro paradosso, un gioco per ragazzi, o al massimo un proverbio orientale.
Eppure se si tengono "gli occhi chiusi e la mente aperta” si può davvero andare oltre, imparare, acquistare consapevolezza, crescere.
C'è un'occasione quotidiana per farlo. I nostri sogni! Imparare a riconoscre i segni dei sogni sarebbe imparare a leggere una parte fondamentale di noi stessi.
Chiudere gli occhi può significare staccare ogni tanto la spina del 'tutto logico', del 'tutto programmato' e lasciarsi vincere dalla propria creatività.
lunedì 30 ottobre 2006
Antonio, guerriero di Dio
Un film sulla sua vita mi ha incuriosito perchè tutto sommato di Antonio da Lisbona detto Antonio da Padova, sapevo proprio poco e quel poco era piuttosto smelenso e legato a consunte iconografie popolari.
Ne ho ricavato invece l'idea di un uomo forte e unico che sembra stare quasi tra il Che, Gandhi e GiovanniPaolo Secondo.
La forza delle sue parole contro i ricchi sembra essere una requisitoria attualissima nello scenario della globalizzazione dello sfruttamento dei popoli.

Discorso davanti ai Domenicani a Forlì:
So, cos'è la vanità e ancor oggi me ne sto pentendo e mi addolora e mi raggela l'anima, cercavo Dio tra i manoscritti, nella comodità di un convento. Volevo poi innalzare il mio nome con il ricordo di un martirio in terra d'Africa.
vanità, orgoglio, presunzione.
Io, Dio. Oggi mi accorgo che una semplice, umile consonante cambia tutto.
Io, io non sono nulla.
Dio è tutto.
Io non so dove il mio corpo perverrà per il mondo, ma affido i miei passi. Sono accompagnato dal vento, dalle stelle , dalla pioggia, dal sole.
Non abbiate paura, tutto non finisce qui!
No!
A Padova, sotto le finestre del più tremendo degli usurai:
Valrico, siete come lo scarabeo che raccoglie molto sterco e con grande lavoro lo appallottola; ma ad un tratto passa un asino che mette lo zoccolo sopra lo scarabeo spiaccicando l'uno e l'altro in un attimo.
Pensate di portare la vostra ricchezza nell'angusto ingresso che è la porta della morte, che a stento potrà attraversare l'anima sola e nuda?
I ricchi pensano di essere Dio...
Coraggio, popolo di Padova, danneggiato nel corpo e nello spirito dagli usurai!
Il tempo della vostra ingiustizia sta finendo!
Parlo a te Tebaldo, a tutti i banchieri e alle nuove perfide genie che tra di voi si stanno formando.
Vi siete arricchiti sul pianto, sul sangue di chi ne aveva bisogno, avete reso poveri i ricchi e cancellato dalla vita i poveri, senza pietà, solo per il vostro riscontro, per la vostra ricchezza che a nulla vi servirà.
Siete bestie feroci, perfidi usurai, siete cresciuti forti, innumerevoli sulla terra, avete denti da leone, non rispettate nè il Signore nè gli uomini.
Chiunque di voi abbia anche una sola piccola piaga come cani gliela leccate; io garantisco che quella piaga ora è mia ed io la sanerò nel nome di Dio.
Trascrizione del testo di Teresindelpigo. Grazie
Clicca qui per notizie sul film e su Antonio
martedì 24 ottobre 2006
Impossibile comunicare
Sono in Cina, non riesco a comunicare con nessuno.
Un sogno poco fantasioso: il giorno prima ero andato a vedere il film - La stella che non c'è - di Gianni Amelio.
Il protagonista si trova in una situazione analoga, ma tant'è, si vede che il contesto ha evocato nel mio subconscio questa paura.
Non racconto la trama del film [è un po' lento ma vale la pena vederlo senza crearsi troppe aspettative come invece ho fatto io].
Ma mi chiedo, Vincenzo Buonavolontà ha vinto o ha perso nel suo tentativo di riportare la centralina da sostituire nell'impianto?
Visto oggettivamente ha "perso"; il pezzo, riconsegnato a costo di incredibili peripezie, è stato buttato via; fatica inutile, verrebbe da dire.Solo un'illusione l'aver raggiunto lo scopo.
Visto soggettivamente, ha "vinto". Dentro di sè ha vinto, perchè ha completato il suo percorso. Quello che succede dopo (la centralina cestinata) non appartire più alla sua sfera, è un problema di qualcun altro.
Vincenzo ad un certo punto ha abbandonato la guida che conosceva la sua lingua e lo accompagnava in un mondo sconosciuto; sente che deve affrontare il resto del viaggio da solo.
Solo in un mondo dove non solo la lingua è aliena, ma anche la cultura, così come ogni gesto quotidiano.
Comunicare è un'impresa impossibile, anzi sembra un'impresa impossibile.
Nonostante la sua meta sia vaga, il nome di una città impronunciabile, senza alcun indirizzo, lo scontroso Vincenzo armato di ingenuità e di innocenza, non cede mai al panico, tira dritto, finchè incontra qualcuno deputato a ricevere il suo pezzo di ricambio revisionato e torna indietro pronto a costruire il capitolo successivo della sua vita.
Comunque del mio sogno non ricordo altro, non so aggiungere come si risolveva la mancanza di comunicazione. Certamente nei miei sogni la possibilità di comunicare è una costante, spesso legata ad un telefono cellulare. Si vede che è importante, e spesso ho paura di non saperlo fare, non perdere il contatto profondo con me stesso.
lunedì 5 giugno 2006
Frankenstein
Ho dovuto dare un taglio al mio budget sull'acquisto di libri nuovi, ma la conseguenza non è stata smettere di leggere, piuttosto ho avviato una profonda escursione nelle librerie della casa e ho trovato decine di titoli che non ho ancora letto o che vorrei rileggere di nuovo.
Per esempio il Frankenstein mi ha lasciato dentro varie considerazioni.
A cominciare dal tema del progresso scientifico/tecnologico che non è in grado di valutare le conseguenze etiche e sociali delle proprie scoperte.Drammaticamente così, stanno le cose nelle applicazioni sulle manipolazioni del DNA e nelle tecniche legate all'embrione.
Ma dopo aver biasimato per buona parte del libro la superficialità colpevole dello scienziato che si accinge a creare una "nuova creatura" con la stessa leggerezza con cui un bambino gioca al "meccano", ci si trova di fronte al fatto compiuto: il mostro!
Subito ci si accorge quanto la sua definizione sia soggettiva, parziale, scorretta, inadeguata, ingiusta.
In realtà la nuova creatura ha come suo unico scopo quello di integrarsi, quello di poter esprimere l'amore che prova, di sperimentare l' essere amato, di coltivare la sua tenera sensibilità, di entrare in contatto vitale con il suo "creatore".
Si diventa mostri con lui e lo si vorrebbe accompagnare per mano nel convivere sociale degli altri uomini.
Putroppo, sperimentiamo ogni giorno quanto sia difficile accettare la diversità.
E non c'è bisogno di andare troppo in là e scomodare un differente colore della pelle, o la provenienza (sembra che i punti cardinali sud ed est siano dannati).
Non c'è bisogno di scomodare la religione di appartenenza e neppure il ceto sociale.
Mi sentirei di sfidare qualunque persona a "lanciare la prima pietra" se dentro se stesso non ha mai provato il desiderio allontanare da sè un mostro. Perchè un presunto "mostro" ognuno di noi lo ospita nel proprio inconscio.
Frankenstein infine prende coscienza che la sua diversità non è un problema risolvibile, sperimenta l'impossibilità a realizzare i suoi sogni e la logica conseguenza di tutto ciò diventa la sistematica applicazione di violenze e crudeltà.
Lo scienziato paga in modo atroce i suoi errori con la mutilazione di tutti i suoi affetti. Ma non si può non perdonarlo: non perchè diventa vittima della sua creatura, non perchè è un uomo rispettabile che coltiva nobili sentimenti e modi garbati, ma perchè la sua debolezza ci appartiene come genere umano. Perchè, comunque, si comprende che la convivenza con il mostro non si risolve con una migliore pianificazione, con più approfonditi studi, con considerazioni esageratamente razionali.
Mi viene in mente il film "The Elephant man". Il regista saggiamente non presenta allo spettatore il mostro in un'unica sequenza, ci abitua lentamente alla sua esistenza, ci lascia crescere alla sua presenza, ci abitua alle sue ragioni, finchè guardarlo in faccia diventa un desiderio e ci appare insignficante che il suo aspetto così diverso.
Questo è l'approccio alla tolleranza.
lunedì 24 aprile 2006
FIASCO! (Elizabethtown)
Da questo film, un'altra storia dove il protagonista si trova a dover fronteggiare una difficile situazione che richiede il saper "cambiare".
Un fallimento, anzi un fiasco clamoroso in un progetto di lavoro; il licenziamento. Il desiderio di chiudere con la propria vita, la morte del papà che interrompe questo piano.
Con queste premesse Drew incontra Claire, la donna che, attraverso un percorso che passa dalla riconciliazione con la famiglia e dall'accettazione del proprio fiasco, gli permette di guardare nuovamente avanti e ricominciare.
Trascrivo alcune battute che mi sono piaciute.

Tutti quanti dovrebbero fare un viaggio da soli nella vita.
Non ho bisogno di un gelatino...Cos'è un gelatino? Qualcosa che ti fa star bene, qualcosa di dolce che si scioglie in due minuti.
- ...Il più spettacolare fallito della mia professione che è l'unica cosa che so fare... -
-Quindi hai fallito...hai fallito, fallito...fallito... e credi che mi importi qualcosa? Sei un artista, il tuo compito è quello di rompere gli schemi, non di addossarti la colpa. Devi avere il coraggio di sbagliare alla grande e di rimanere in circolazione; lascia che si chiedano cos'hai ancora da ridere. Questa è la vera grandezza per me.-
Comincia il tuo viaggio e non saltare avanti.
Hai cinque minuti per crogiolarti nelle deliziose voluttà della sofferenza, gotitela, abbracciala, abbandonala...e procedi.
La tristezza è più facile perchè è una resa, io dico: -Trova il tempo di ballare da solo...-
Nessun vero fiasco è derivato dalla mera ricerca del minimo indispensabile; il motto delle forze speciali dell'aereonautica britannica è: - Chi osa, vince-
Ho deciso di imparare a ridere, però ho capito una cosa: ci vuole tempo per imparare ad essere spiritosi e ci vuole tempo per tirare fuori la gioia dalla vita...quindi mi sono iscritta a una scuola per comici.
giovedì 16 marzo 2006
Matrix, il controllore.
Credo che siano stati digitati chilometri di bit su questo tema.
Ma io non desidero parlare degli effetti speciali del film, sarebbe un po’ tardivo; né addentrarmi nella filosofia della virtualità e realtà; né tanto meno nella fantascienza.
Di Neo, il protagonista, mi interessa la sua capacità di “cambiare”.
Da uomo schiavo a uomo libero.
Neo è schiavo di Matrix, metafora di chi vive braccato e imprigionato dalle proiezioni che la sua stessa mente tesse giorno dopo giorno come la rete di una ragnatela, fino a ingabbiarlo.
Un Controllore, spietato, alberga nella sua mente, un super-io che lo costringe a vivere vittima di una realtà deformata, filtrata, scomposta e ricostruita secondo modelli precostituiti.
Neo ha paura di se stesso, dei propri impulsi, forse pensa che senza questo "controllo" potrebbe svelarsi come un mostro.
Morpheus invece rappresenta la parte di sé che percepisce il disagio e lancia messaggi di liberazione.
Morpheus è il mediatore che gli permette di avviare un lungo pericoloso viaggio alla ricerca di una verità oggettiva su di sé.
Quello di Neo è un percorso psicoanalitico, è una ricerca affascinante, anche se a volte faticosa e dolorosa, di una verità a lui nascosta da illusioni e proiezioni.
Neo ce la fa!
Nell’ultima scena, dopo il distacco dal suo Controllore, il mondo virtuale si scompone e si dissolve rivelando quello reale…
…che non è quello angosciante del campo coltivato a “uomini” per succhiarne l'energia, ma è identico al precedente nell’aspetto, identico nelle persone, identico nella sequenza con cui si succedono gli avvenimenti, identico nelle emozioni, identico nei valori a cui si crede veramente.
La liberazione di Neo è tutta interiore.
Ho letto da qualche parte nella rete l’intervento di un esperto (Quirino Zangrilli): “Pochissimi individui, dopo migliaia di ore di analisi ed anni di metabolizzazione, riescono ad intravedere il mondo oltre lo schermo proiettivo del proprio Matrix”.

Per rivivere, per qualche istante, l’atmosfera del film riporto il dialogo del primo incontro tra Neo e Morpheus.
Morpheus: Immagino che in questo momento ti sentirai un po' come Alice che ruzzola nella tana del Bianconiglio.
Neo: L'esempio calza.
Morpheus: Lo leggo nei tuoi occhi: hai lo sguardo di un uomo che accetta quello che vede solo perché aspetta di risvegliarsi. E curiosamente non sei lontano dalla verità. Tu credi nel destino, Neo?
Neo: No.
Morpheus: Perché no?
Neo: Perché non mi piace l'idea di non poter gestire la mia vita.
Morpheus: Capisco perfettamente ciò che intendi. Adesso ti dico perché sei qui. Sei qui perché intuisci qualcosa che non riesci a spiegarti. Senti solo che c'è. È tutta la vita che hai la sensazione che ci sia qualcosa che non quadra nel mondo. Non sai bene di che si tratta, ma l'avverti. È un chiodo fisso nel cervello, da diventarci matto. È questa sensazione che ti ha portato da me. Tu sai di cosa sto parlando...
Neo: Di Matrix.
Morpheus: Ti interessa sapere di che si tratta, che cos'è? Matrix è ovunque, è intorno a noi, anche adesso nella stanza in cui siamo. È quello che vedi quando ti affacci alla finestra o quando accendi il televisore. L'avverti quando vai al lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. È il mondo che ti è stato messo dinanzi agli occhi, per nasconderti la verità.
Neo: Quale verità?
Morpheus: Che tu sei uno schiavo. Come tutti gli altri sei nato in catene, sei nato in una prigione che non ha sbarre, che non ha mura, che non ha odore, una prigione per la tua mente. Nessuno di noi è in grado purtroppo di descrivere Matrix agli altri. Dovrai scoprire con i tuoi occhi che cos'è. È la tua ultima occasione: se rinunci, non ne avrai altre. Pillola azzurra: fine della storia. Domani ti sveglierai in camera tua e crederai a quello che vorrai. Pillola rossa: resti nel paese delle meraviglie e vedrai quanto è profonda la tana del Bianconiglio. Ti sto offrendo solo la verità, ricordalo. Niente di più.
(....)
Morpheus: Benvenuto nel mondo vero.
Neo : Sono morto, vero?
Morpheus: Tutto l'opposto.
mercoledì 15 marzo 2006
Un granello di sabbia
"Perchè è così buio, Fiordiluna?" domandò.
"Il principio è sempre buio, Bastiano mio."
...
Lui tese la mano e sentì che qualcosa gli si posava sul palmo aperto. Qualcosa di piccolissimo ma greve da cui emanava una sensazione di gelo.
"Che cos'è, Fiordiluna?"
"Un granello di sabbia", rispose lei. "E' tutto ciò che è rimasto del mio Regno. Te lo regalo"
"Grazie", mormorò Bastiano stupito. Non sapeva davvero che cosa avrebbe potuto farsene di quel dono.
Mentre stava ancora chiedendosi che cosa Fiordiluna si aspettasse da lui, avvertì d'un tratto un lievissimo pizzicore sul palmo della mano. Osservò attentamente.
"Guarda, Fiordiluna!" sussurrò. "Comincia a luccicare. E' un germoglio! non è un granello di sabbia! E' un seme luminoso che comincia a germogliare!"

Il mondo di Fantasia si era ridotto ad un unico minuscolo granello di sabbia. Bastiano è chiamato a ricostruire l'intero Regno e lo farà con la sua fantasia partendo da quel frammento, guidato e accompagnato da Fiordiluna.
E' una metafora che si adatta molto bene a descrivere un grande cambiamento.
Dedicato a chi non passa nella vita "di trionfo in trionfo" e almeno una volta si è ritrovato col sedere per terra, in mano un solo granello, l'ultimo.
Uscirne fuori non è un atto di forza, nè uno sforzo di volontà, è un cammino lungo e tenace al fianco di Fiordiluna.
martedì 21 febbraio 2006
Non credo che bisogna arrivare alla sua età
Annie: (rivolgendosi a Tom)
"Invidio sua madre, davvero. Dev'essere fantastico avere la sua età.
Trovarsi a quel punto della vita in cui non devi più procedere a tentoni.
La decisioni impossibili non vanno più prese e comunque non importa perchè tutte
le ansie, le scelte sbagliate che hai fatto, ti sono tanto care e tanto preziose, quanto le cose che hai fatto bene, io...ah!, dev'essere un grande sollievo, che senso di pace deve dare."
Tom, risponde:

"Non credo che bisogna arrivare alla sua età per trovare quel senso di pace."
"Ma uno come fa a saperlo, a meno che non abbia tutto alle spalle. Lei ce l'ha?."
"Qualche volta, non sempre ma qualche volta sì."
"Quando?"
"Quando mi sveglio nel ranch la mattina, sapendo quello che devo fare quel giorno, sapendo di essere a casa."
sabato 11 febbraio 2006
Vuoi ballare con me?
Io però devo ammettere, ma non ho il coraggio di scriverlo, che non so ballare e, ad essere veramente sinceri, me ne vergogno un po’.

Ballare rimane, nei sogni da realizzare, un obiettivo ad alta priorità, così come suonare con una banda musicale.
Ora però mi riprendo un po’ perché in realtà sento il ritmo dentro e prima o dopo questo diaframma cadrà, come ne sono caduti tanti altri.
Mi sono ricordato del film “Shall we dance?” con Richard Gere.
Probabilmente non sarà mai annoverato fra i capolavori del cinema, comunque mi aveva emozionato perché “la danza” era la metafora a un nuovo approccio alla vita.
Un evento unico, imprevedibile, sul quale spendere in prima persona energie, risorse, tempo, soldi, con costanza, con pazienza; una specie di psicoterapia nella quale l’insegnante sembra fare la parte dell’analista.
Un tramite, un lungo passaggio, che non ha lo scopo di fermarsi su se stessi, ma che ad un certo punto, si apre, finisce, coinvolge gli affetti di sempre, li incastona in una rinnovata visione dell’esistenza.
….A questo punto devo raccontare la trama….
John Clark è un avvocato di Chicago consapevole che la sua vita è quasi perfetta. Ama la bella moglie, ha ottenuto successo nel lavoro e ha due figli meravigliosi. Eppure la giornata lavorativa segue sempre la stessa routine, il viaggio di andata e ritorno è estenuante e c’è sempre troppo da fare per godersi la famiglia.
Talvolta John si domanda se è tutto qui, fino a che una sera, mentre sta tornando a casa dal lavoro, scende dal treno e fa una cosa impensabile.
Da tempo intravedeva, passando con il treno, una bella ragazza che guardava fuori da una finestra.
Incuriosito, e attratto da lei, Clark decide di visitare la scuola e finisce per iscriversi al corso per principianti.
Improvvisamente si ritrova in un mondo completamente nuovo, un mondo di fisicità, musica, solidarietà e passione. Quest’uomo molto serio diventa un’abile ballerino, nella sua vita, finalmente dopo tanto tempo, trova interesse a qualcosa. Si sente di nuovo vivo, ora ha nuovamente uno scopo nelle sue giornate.
Ma per quanto gli piaccia ballare, non trova il coraggio di raccontare alla moglie cosa fa ogni mercoledì sera. E lei si convince che il marito abbia un'amante...Ma la bella insegnante di danza è solo un incentivo a riscoprire il suo amore per la moglie, la sua voglia di felicità, la sua propensione a non accontentarsi mai, a volere sempre qualcosa in più.
Ed arriva il giorno della separazione la sua insegnante parte per l’Europa, ma lui ha ormai acquisito il segreto, può continuare la strada con la sua famiglia.
venerdì 27 gennaio 2006
Le Onde del Destino

In questa mia ricerca, a volte un po’ archeologica, degli episodi e delle emozioni che ti “cambiano”, un posto importante lo occupano anche i film.
Nel periodo in cui mi fu suggerito di andare a vedere il film di cui sto per parlare, stavo attraversando un momento di notevole revisione interiore.
Mi stavo rendendo conto degli effetti profondamente negativi che avevano provocato nella mia vita certe modalità di pensiero - che avevo assorbito in tanti anni di frequentazione - che attribuivano alla sofferenza, al sacrificio, al dolore un ruolo distorto.
La visione di “Le Onde del Destino” ebbe l’effetto dell’ultima goccia che fa traboccare il vaso.
Il film sembrava girato artigianalmente, con immagini spesso traballanti che trasmettevano un profondo senso di instabilità e nausea.
E’ la storia di Bess Mc Neill ragazza di un piccolo paese dell’estremo nord della Scozia, chiuso nel suo rigoroso attaccamento e rispetto delle tradizioni religiose.
L’amore è soffocato dalle regole a costo di rinnegare l’accoglienza, il perdono, la tolleranza.
Betty si innamora e sposa uno straniero venuto a lavorare su una piattaforma oceanica.
Un incidente costringerà il marito ad una vita vegetativa e Bess, con una suprema e folle prova d'amore, si convincerà che per permettere al suo uomo di vivere, dovrà andare incontro a qualsiasi sacrificio, passando sopra alla sua dignità di persona, passando sopra al suo dolore, portando all’estremo limite la concezione dell'amore; Bess che parla con Dio ed affronta ogni umiliazione percorrendo la sua personale via crucis verso l'immolazione finale come se fosse un altro Cristo che muore per salvare l'umanità.
Ma né Bess, né io, né tu siamo Cristo…il sacrificio di Bess mi è apparso folle, inutile. Mi immaginavo Dio Padre, inquietarsi scuotere il capo in segno di disapprovazione di fronte a questa figlia che nel Suo Nome stava perdendosi.
Ho anche pensato a quanti uomini e donne sono stati proclamati Santi pur avendo torturato se stessi e goduto delle sofferenze subite.
E ancora mi sono immaginato Dio Padre, che è costretto ad accettare rassegnato questa visione della santità.
Nell’ultima scena, dal Cielo, un cielo circondato di mare e di nuvole, arriva potente, la certezza del suono di campane in festa, è il Paradiso che accoglie Bess; sì perché comunque lei il suo miracolo, la sua redenzione l’ha compiuta, nonostante l’assurdità della sua strada, Dio Misericordia non ha certo rinnegato la sua insana scelta.
giovedì 3 novembre 2005
Cronache marziane
Intorno al 1972/73 penso di aver letteralmente sbriciolato e consumato l’edizione economica che mi ero procurato.
E’ una raccolta di episodi che illustrano la conquista di Marte e l’improvviso ritorno alla Terra per lo scoppio di una guerra devastante.
E’ l’ipotetica storia di come una civiltà in espansione può cancellare i popoli indigeni in nome del progresso e dell’avidità economica, proprio come è successo nella realtà storica con la scoperta dell’America e l’annullamento dei Maya, Indios, Pellerossa…
Ma con la fantascienza si può anche indagare sul mondo interiore della mente, degli affetti, della identità degli individui.
Vorrei provare a riassumere il capitolo
Settembre 2005 – Il Marziano.
La corsa verso Marte è in pieno svolgimento, si costruiscono nuove città popolate di persone che per motivi diversi vogliono ricominciare da capo una nuova vita.
Il vecchio LaFarge e la moglie erano venuti su Marte per godersi la vecchiaia in pace, e per dimenticare Tom. Il figlio morto da tanto tempo.
Mentre la pioggia blu cadeva dolcemente sulla casa, i due sentono qualcuno fischiare nel giardino. Il vecchio va a controllare e nella penombra vede un bambino che sembra proprio il loro figlio Tom. E’ incredibile, ma il desiderio di riaverlo supera ogni perplessità e il ragazzo può entrare e inserirsi con naturalezza nella loro vita come se fosse sempre stato con loro.
Solo il vecchio LaFarge ha il coraggio di indagare sulla realtà:
"Tom, come hai fatto a venire qui? Sei dunque vivo?"
"Perché? Non dovrei esserlo?; tu mi vuoi qui con te, non è vero? Il ragazzo sembrava preoccupato"
"Oh sì Tom"
"Allora perché tante domande? Accettami!"
"Chi sei veramente? Tu non puoi essere Tom, ma sei bene qualcuno. Chi dunque?"
"Tu sei un marziano, non è vero? Ho sentito raccontare tante cose dei marziani . Ho sentito dire che sono pochissimi e che quando vengono fra noi, ci vengono come creature terrestri. C’è qualcosa in te...sei Tom e nello stesso tempo non lo sei".
"Perché dunque non puoi accogliermi senza far tante domande?"
"Non dubitare, ti scongiuro, non dubitare di me"
Venne il giorno in cui Anne LaFarge decise che era giunto il momento di andare tutti insieme in città. Il ragazzo provò a ribellarsi dicendo che aveva paura di cadere nella trappola. Ma alla fine dovette arrendersi.
Una volta in città, nella via principale affollata, un gruppo di persone incrociate sulla strada li costrinse a dividersi.
I vecchi LaFarge persero di vista il ragazzo, pensarono di rivederlo al molo e si affrettarono. Incrociarono un’altra coppia di conoscenti, anche loro su Marte dopo la perdita della loro figlia diciottenne…
LaFarge si diresse verso la loro casa e vide al suo interno, la ragazza, improvvisamente ritrovata, cantare serenamente.
Il vecchio aspettò l’occasione poi chiamò:
La ragazza si sporse: “Io ti conosco” disse con dolcezza.
“Tu devi tornare a casa”. La figura illuminata dal chiaro di luna , sotto il portico, si ritrasse nell’ombra, così non aveva più identità era soltanto una voce: “Io non sono più tuo figlio, non saremmo mai dovuti venire in città”.
E di fronte alle insistenze di ritorno:
"Io non sono nessuno, sono soltanto me stesso; ovunque io mi trovi, sono qualcuno ed ora sono ciò che non puoi cambiare".
Ancora una volta però il destino li separò e quando si ritrovarono vicini, Tom, o meglio quel che rimaneva di lui, era inseguito da una folla di persone.
Era evidente quello che era successo. Tom che correva a perdifiato per le vie, solo, sfiorando i rari passanti. Un poliziotto vedeva la figura saettare via, e si lanciava al suo inseguimento, gridando: "Fermatelo",
Quanti nomi diversi erano stati chiamati in quei cinque minuti d’inseguimento? Quante diverse facce si erano forgiate, nessuna vera, sulla faccia di Tom?
Gli avvenimenti precipitano, Tom è circondato dalla folla, scosso da brividi, da tremiti continui.
Dinnanzi ai loro stessi occhi egli mutava ininterrottamente. Era Tom, era James, era un uomo chiamato Switchman, era il sindaco, la giovane Judith e il marito Williams. Era cera molle che si foggiava secondo le immagini delle loro menti. Essi urlavano, si spingevano avanti, pregavano. Mentre lui gridava, la sua faccia si dissolveva ad ogni richiesta. Fino a quando, con un ultimo urlo di terrore, egli cadde.
Rimase disteso sulle lastre di pietra, cera sciolta che si rassodava, la sua faccia tutte le facce, un occhio azzurro, l’altro d’oro, capelli che erano castani, rossi, biondi, neri, un sopracciglio folto, un altro esile, una mano grande l’altra piccina.
“E’ morto” disse qualcuno, alla fine.
Chi è in realtà il marziano, chi viene rappresentato in questo personaggio?
E’ una creatura che ha bisogno di essere amata, di più, ha bisogno di un’amore così forte da dare forma al suo corpo, ai suoi pensieri, ai ricordi, alla sua personalità.
Non può fare a meno di questo legame pena il suo annichilimento. E quando deve far fronte all’inevitabile separazione, si svela tragicamente tutta la sua fragilità.
In questa storia il finale è drammatico, la creatura soccombe, dilaniato da mille amori che vorrebbero possederlo.
Più spesso nella realtà questo dramma si vive solo dentro se stessi, prima dell’età adulta, quando si devono fare i conti con la separazione dai genitori. A volte, nonostante le apparenze, la consapevolezza della propria identità e autonomia, passano da un lungo cammino di maturazione sui sentieri che le circostanze della vita propongono.
E comunque imparare ad amare è cosa che non finisce mai.
lunedì 27 giugno 2005
“CUORE SACRO” : Dialogo fra psichiatra e protagonista

Trascrizione da "Cuore sacro" regia di Ozpetek
-Cominciamo allora, cominciamo col suo nome. Come si chiama?
-Sara, Annamaria, Caterina, Giovanna….
-Lei è tutte queste donne?
(fa cenno di si)
-Sono tutte dentro lei?
-Si, ma anche fuori.
-In che senso?
-Le conosco, conosco il loro dolore.
-E’ anche il suo?
-Si. Se lei vuole sapere solo il mio nome anagrafico lo so: mi chiamo Irene Ravelli.
-E sa dove si trova adesso Irene?
-In un ospedale
-Sa perché è stata qui?
-Sono stata male,
-Sa che cosa ha fatto?
- Ho dato quello che avevo agli altri.
-E perché?
-Non voglio avere più niente. Ho esagerato lo so.
-Esagerare è una parola che mi piace, anch’io esagero ogni tanto, l’importante è esserne consapevoli.
(silenzio) (si volta verso una pianta accanto alla finestra)
-Le piace quella pianta?
-(fa cenno di Si)
-Una amica la stava buttando via, non sa com’era ridotta. Da quando sta con me, la signorina si è ripresa.
-Che pianta è?
-Non lo so, non so come si chiama.
-Si è presa cura di lei?
-Si.
(silenzio)
-Cos’è che la fa sorridere?
-Niente, stavo pensando quanto deve essere felice di essere con lei.
-Forse mi riconosce anche.
-E magari ha imparato anche il suo nome.
-Questo non ha importanza.
(silenzio)
-Mi vuol dire qualcosa?
-Si. Volevo dirle…..
(sorriso)
-Stamattina ho visitato la paziente n.616: Irene Ravelli; la sua diagnosi di ingresso era di disturbo dissociativo di identità, compulsioni altruistiche incontenibili. Dopo un lungo colloquio con la paziente e avendola anche sottoposta ai test adeguati al caso, ho verificato in lei una notevole capacità di recupero cognitivo ed emotivo che le ha fatto raggiungere un ottimo equilibrio del sé. La paziente in perfetta sintonia con se stessa e in piena consapevolezza delle scelte che ha inteso fare, non presenta alcun pericolo né per sé ne per gli altri.
Per questo ritengo che non sia necessario il suo ricovero.
Dopo Piscina
Benny?
No, non ti girare.
Aiutami madre mia, aiutami, perdonami per aver dimenticato le tue parole,
mi do la colpa di non avere più memoria di te,
come se il mio corpo non fosse parte del tuo,
come se il mio respiro non soffiasse più dentro il tuo,
e fa che nel mio cuore batte parte del tuo…
per tutti quelli che soffrono e non hanno più le parole…
Madre mia ti prego fa che nel mio cuore batta di nuovo anche il tuo, ti prego fallo.
Parlando fra noi di matrimonio

La visione del film “CASOMAI” ha registrato una larga partecipazione di persone con una forte presenza giovanile.
Che l’argomento fosse di notevole interesse è confermato dal dibattito vivace e particolarmente stimolante che ne è seguito.
Abbiamo riassunto e riorganizzato tutti gli interventi della serata.
All’interno della vita di coppia esiste un cammino di crescita che inizia col giorno del “sì” e non finisce più, perché se è vero che come singoli cresciamo in continuazione fino all’ultimo respiro, è anche vero che come coppia cresciamo in continuazione.
Il matrimonio è una grossa sfida, tutta da giocare; contiene in sé dei momenti privati che riguardano solo gli sposi, ma non è per sua natura un evento privato, un fatto che riguarda solo i due.
E’ un impegno di fronte a tutta la comunità. Gli sposi contano su di essa ed essa conta sugli sposi. Per chi è credente, poi, ci si sposa in tre: quel giorno, invisibile ma reale, c’è anche Dio con la coppia e continua ad esserci sempre. Abbiamo tutti bisogno di confrontarci con altri, di condividere di parlare con qualcuno che ci aiuti o semplicemente ci faccia da specchio. Per questo è importante il ruolo degli amici, che, se sono veri, sostengono, danno buoni consigli, sdrammatizzano e riequilibrano.
Al contrario, possono invece essere causa di ulteriori problemi, se avvolgono la coppia nella nebbia delle chiacchiere fine a se stesse e dei pettegolezzi distruggenti, se si pongono come esempi negativi e la coppia guarda più a loro che all’interno di se stessa e del proprio potenziale.
E’ eroico che due persone possano restare insieme tutta la vita, anche quando la danza dei pattinatori si fa caduta, quando il gelo inaridisce e blocca, quando il dolore bussa forte. E’ eroico, ma noi pensiamo sia possibile, sappiamo che è possibile attraversare notti oscure e venirne fuori insieme, più forti, più adulti e anche, perché no, più felici.
Il matrimonio non è sempre solo dovere, fatica, lavoro, serietà, impegno, ma è anche passione, gioia, risata, buonumore, spensieratezza e ironia, è anche gioco, divertimento, tornare bambini.
Viene voglia di non rimanere inerti, di fare qualcosa per dare uno slancio alla famiglia, quella che sa superare tutti i possibili “casomai”.
Da una parte Leggi e politiche sociali, dall’altra una revisione personale e una condivisione fra coppie “nei dintorni di casa mia”.
Mariateresa e Enzo
