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domenica 20 settembre 2009

Pause e spazi bianchi

"Se tutte le parole fossero unite, non avrebbero senso, oppure la loro comprensione sarebbe molto più complicata: e' necessario che vi siano degli spazi"....

"..la musica esiste solo perché ci sono le pause. Le frasi vivono soltanto perché ci sono gli spazi in bianco. Quando sto facendo qualcosa mi sento completa,realizzata....nel momento in cui mi fermo capisco che manca qualcosa.... "

P.Coelho "La strega di Portobello"


Vivere gli spazi bianchi della vita, vuol dire vivere quel sottile respiro che intercorre tra una parola e la successiva.
Ho sentito dire che l'alfabeto ebraico è fatto di consonanti
e che il significato delle parole cambia in base al respiro, al soffio con cui vengono pronunciate.

Cosa sono le pause tra una parola e l'altra? Cosa i silenzi tra una nota e l'altra?

Chi ha fretta non lo sa perché è troppo impegnato a rincorrere il futuro.

Chi è sovraccarico d'ansia non lo sa perché fa di tutto per evitare quelle brevi soste. Ha bisogno di riempire di qualsiasi cosa ogni istante. E' facile in fondo.

Nel momento in cui si dovesse fermare rischierebbe di capire che manca qualcosa per realizzare il suo cammino.

Chi legge davanti ad un pubblico presto si rende conto di quanto siano importanti i silenzi, del valore delle virgole, dei punti e virgola dei due punti.
Chi suona uno strumento musicale sa che l'espressione e l'intensità della sua esecuzione dipendono in tanta misura dalle pause, dalla capacità di fermarsi e ripartire: ricerca la maggiore efficacia nel brivido che una pausa crea in chi ascolta.

Ma cosa sono le pause? Cosa succeda in una pausa?
Anche l'universo, che una volta si pensava fosse "un continuo", è fatto in realtà di pause e di spazi.
Spazi inimmaginabili fra le galassie, spazi inimmaginabili nell' infinitesimo.
Esiste addirittura un teorema, cosiddetto, di indeterminazione: un breve regno dell'incertezza, dove velocità, spazio, energia, non sono più definibili e possono assumere qualsiasi valore. Dove la materia potrebbe essere qui o da un'altra parte, essere inerte o esageratamente potente.

Cosa succede nelle pause? Cos'è quel sottile respiro?

Dove trovare il coraggio di fermarsi per un tempo non definito a priori, ad ascoltare i rumori più piccoli o cogliere le variazioni di luce?
Come giustificare l'idea di lasciare scorrere il tempo davanti ad un altare nel silenzio di una navata, senza preghiere da recitare, senza scritti da leggere?
Come recuperare gli spazi di una giornata che comincia col malumore di doversi alzare e termina la sua folle corsa solo quando lo sfinimento costringe a svenire nel sonno?

Paura di ascoltare il rumoroso e silenzioso risalire delle proprie istanze interiori ?
Paura di confrontarsi con i perché mai abbastanza sepolti?

Ci vuole coraggio: spegnere la TV; spegnere il computer; non basta per dare spazio agli spazi. Chiudere il libro, chiudere la bocca, fermare le preoccupazioni, le recriminazioni, spostare le passioni.

Cosa manca nelle cose che sto facendo? Dove mai avrò nascosto il mio tesoro per non ricordare più dov'è?

Quello spazio infinitesimo che riesco a ritagliarmi, quanti principi di indeterminazione contiene?
Sono quello che volevo essere?
Quello che volevo essere valeva la pena di essere inseguito?
Quali energie possono esplodere in una pausa?
Quale verità sul valore della vita può emergere? A quali compromessi avrò il coraggio di rinunciare?

E' passato meno di un battito di ciglio, meno del tempo necessario a inspirare l'aria nei polmoni.
Il semplice spazio di una virgola, di una pausa di biscroma prima della battuta successiva.
Ho navigato tra le galassie della mia anima.

mercoledì 3 gennaio 2007

Non mi toccate le penne

Non è una battuta di Paperino mentre viene spiumato in una delle sue solite sfortunate avventure. Non sono cioè le piume di un volatile.

Non pensate neppure a un gruppo di persone attorno ad una tavola imbandita. Non mi riferisco ad un famoso tipo di pasta molto adatto per raccogliere il sugo. Ve l'immaginate la scena? Un piatto fumante e profumato, una forchetta malandrina che rompe l'incanto affondando in quel ben di Dio e un uomo che urla: "Non mi toccate le penne!". No, non sto parlando, quindi, di penne rigate o lisce, pennette o maccheroncini.
Beh! Sono un informatico, qualcuno potrebbe immaginare una disquisizione sulle penne digitali, quei piccoli dispositivi di memoria che si connettono tramite una porta USB. Ma io non sto parlando di informatica.

Se dicessi: "Non mi toccate le penne e le matite" sarei più preciso e chi legge capirebbe subito il contesto.
Ci siamo, parlo di penne che servono per scrivere.

E, quello che voglio dire, è che sono molto geloso delle mie penne e delle mie matite.
E' per me motivo di tensione scoprire che la matita e la penna che regolarmente sono adagiate nel mio comodino sono state utilizzate da qualcuno in famiglia e non rimesse al loro posto.
Ma anche lo schermo del computer di casa deve avere una sua penna a portata di mano.
Non sopporto di doverne cercare una nelle varie stanze della casa quando ho urgenza di prendere un appunto. Nel caso del computer sono arrivato a legare una penna con una cordicella al piano di lavoro, in modo che non venga inavvertitamente persa.
Inutile aggiunge che anche vicino al telefono, o meglio, dentro l'agenda dei numeri telefonici, una penna ci starebbe proprio bene.
La matita poi ha un suo ruolo ben definito. Io dico a tutti che è una mania degli ingegneri, che ci hanno tirato su ad equazioni differenziali e matite.
Ciò che si scrive con la matita si può correggere senza buttare lo scompiglio nel foglio, è l'ideale per progettare; provateci con la penna!
Pur non avendo speso mai cifre importati per questo accessorio, devo confidare che è più facile trovarmi a sbavare davanti alla vetrina dove sono esposte le Mont-BlanK che davanti ad una gioielleria.

Ammetto, in casa sono abbastanza stufi delle mie reprimende riguardanti un uso politicamente corretto delle penne e mio figlio Antonio, che morsica le matite e i cappucci delle biro, riceve tutta la mia più decisa disapprovazione.

Ma a guardare bene (nel pozzo di internet) si scopre che la parola penna ha tantissimi significati (wikipedia)

  • Rimetterci le penne (morire o subire danni gravissimi)
  • Dar di penna (cancellare)
  • Lasciare qualcosa nella penna (dimenticarsi di scrivere qualcosa) (A me capita già di dire: mi è rimasto nel mouse)
  • Uomo di penna (di persona colta, istruita)
  • Saper tenere la penna in mano (chi sa scrivere in bella prosa è una buona penna)
  • Ne uccide più la penna della spada (indica la potenza dei mass-media)
Comunque il mio "non mi toccate le penne", più che associarlo a facili riferimenti all'organo sessuale maschile, o ridurlo ad una piccola nevrosi, mi sembra un vero e proprio messaggio. Legato al desiderio di potenzialità della vita, alla voglia di potersi esprimere senza inceppamenti, in tutte le situazioni. Ed anche un avvertimento che segnala la presenza di confini negli spazi che chi vive insieme deve ritagliarsi dando e ricevendo amore.

Per finire, se a qualcuno fosse venuta voglia di conoscere la storia della penna consiglio tre link.
qui e qua e quo (così chiudo con tre "pennuti").

sabato 30 settembre 2006

Cercare casa

(Sogno del 27/9)

Cerco una casa. Più che una casa sembra la ricerca di uno spazio. Perchè prima vedo locali adatti ad ospitare una manifestazione o un rinfresco, grandi stanze, con panorami sul golfo; poi sembra che l'obiettivo sia trovare una casa per ospitare persone consacrate, dove ci sia una chiara distinzione fra la parte privata e quella pubblica, per la parte maschile e quella femminile; poi il sogno sembra soffermarsi su particolari sempre più stretti di muri, scale, poggioli, scorci di case abitate veramente; infine una casa in Sicilia, vicina al mare, vicina ai parenti.
Ai parenti: ma il cugino che sta parlando è malevolo, è sarcastico, mi sento sulla difensiva, soprattutto nel momento in cui un'altra persona si avvicina ricordandomi presunti errori dei miei genitori, della mamma soprattutto; è diventata una critica aperta: "...e poi perchè comprare quella casa; non la sfruttavano nemmeno!".
Mi ripiego su me stesso, stupito, ferito, offeso, umiliato.
Ma ci ripenso, sento che un'ingiustizia va affrontata e con uno scatto di orgoglio, mi giro su me stesso e con un atteggiamento ora sicuro ribatto: "Non è vero, ci andavano, regolarmente tutti gli anni".

Oggi, Mariateresa, senza sapere del mio sogno, ha ricordato alcune case che abbiamo visto nel passato e che avremmo potuto abitare.
L'attico: Ah, non aver avuto il coraggio di alzare la cifra del mutuo quella volta! Ah, che panorama abbiamo rinunciato per qualche milione di lire in più.
Poi la casa in curva con due saloni enormi e una finestrella nel corridoio; peccato la cucina fosse così buia.
Cercare casa per me è legato a cercare spazi adatti al momento che si vive. Non sono necessariamente grandi spazi, quelli che "servono"; a volte possono essere fatti da un lettino e una parete bianca davanti agli occhi.
Quello che conta è il valore che assume quello spazio. Nella mia famiglia ogni persona ha una sua storia di spazi.

"Se fossi un regista", diceva oggi Mariateresa, "girerei un film con la storia di una casa; come si spostano i muri man mano che cambiamo le persone che la abitano, come si abbattono, si trasformano...come si abitano le stanze".
Sì è una bella idea; cambiano anche i colori e i riflessi, l'intensità delle luci, gli odori che le persone emanano e quelle dei loro cibi; i rumori che vengono prodotti al suo interno dalle scarpe e dagli zoccoli prima di andare a letto, dalle sedie spostate, dalla lavatrice e dallo sciaquone.
Potrebbe essere la storia di come gli spazi si adattano alle personalità delle generazioni di uomini che li vivono.

giovedì 25 maggio 2006

Le stanze dei figli

(Sogno del 16/5)

Qualche giorno fa ho sognato che, dovendo Marianna andare via di casa (e in effetti si sposa tra meno di due mesi), ci chiedeva di non smantellare completamente la sua stanza ma di conservare alcuni mobili a cui era affezionata: un tavolino, una sedia e altri piccoli scaffali.

Come in tutti i sogni le situazioni erano contraddittorie e illogiche. Così nostra figlia aveva sì la sua stanza personale ma contemporaneamente ne condivideva una con suo fratello Antonio. Poi a sorpresa si scopriva, camuffata contro una parete, una nuova porta che conduceva in un ampio locale sconosciuto ricolmo di cianfrusaglie e di polvere; una stanza che avevamo avuto sempre a disposizione senza averne consapevolezza.
"Che peccato avremmo potuta utilizzarla come stanza di servizio, metterci il computer o farne la stireria o l'asciugatoio..."
Il sogno mi ha richiamato la storia delle "stanze dei figli", perchè di figli ne abbiamo cresciuti tre e l'argomento, in famiglia, è sempre stato piuttosto in evidenza.

Fatto sta che un bel giorno ci siamo ritrovati a dover ripensare gli spazi e, tenendo conto che con noi abitava pure il nonno Toledo, abbiamo rimescolato le carte e la stanza più ampia è stata attrezzata per ospitare insieme Marianna, Benedetto ed Antonio.
Per un po' si è stabilito un equilibrio e quel periodo è contraddistinto da una quantità enorme di aneddoti che i ragazzi ci raccontano perchè la combriccola, a porte chiuse, ne combinava di tutti i colori e, pare, che la vittima preferita fosse il piccolo Antonio, che veniva amorevolmente "seviziato" dai fratelli.
Ma si sa, si cresce. La ragazza diventava adolescente e la condivisione degli spazi con i due maschi cominciava ad essere vissuta come una sofferenza.
La crisi si superò quando nel caseggiato si liberò un appartamento in cui i due nonni: Luigi e Toledo, andarono a vivere insieme. L'idea fu veramente risolutiva: ora Marianna aveva la sua stanza e i due maschi stavano insieme.
Altro tempo di stabilità e poi la nuova realtà: anche Benedetto cresce, ci sono sei anni di differenza con Antonio, ogni sera i due litigano molto vivacemente, si accusano di dispetti reciproci, qualche volta passano alle vie di fatto, c'è un po' di insofferenza. Ci vorrebbe un'altra stanza, ma stavolta l'unica soluzione è traslocare in una nuova casa.
Oh! Finalmente una stanza per ogni figlio, sembra tutto risolto; salvo scoprire che il più piccolo ha sofferto questo cambiamento; rimane legato al vecchio schema, nella sua nuova stanza si sente isolato, sperduto; sorge qualche problema notturno, segnale di un disagio. Riunione di famiglia, cosa fare? Marianna cede la sua stanza, la più vicina alla camera da letto dei genitori, al fratellino, che, sentendosi più protetto, lentamente si abitua.
Ora ci accingiamo a vivere la parabola inversa. A Luglio, con il matrimonio di Dario e Marianna, la casa perderà un abitante. Cosa fare della sua stanza? Quanto aspettare prima di mettere mano a una revisione degli spazi e degli usi?....

Naturalmente penso che il sogno abbia una lettura più profonda e sia il segnale di un movimento che avviene negli "spazi simbolici" che regolano la relazione fra persone che si amano. Un figlio che va via di casa è, psicologicamente, un evento tanto naturale quanto straordinario per entrambe le parti.
Il rapporto genitore-figlio è come un cerchio che si deve chiudere: ci sono strappi e ricuciture, movimenti di andata ma anche di ritorno, finchè gli uni e l'altro non raggiungono la piena maturità di persone adulte.

(il quadro rappresenta "La stanza" di Van Gogh esposto al Musée D'Orsay di Parigi)

martedì 28 marzo 2006

La macchina da cucire Singer

La macchina da cucire Singer sferragliava rumorosamente come un locomotore a vapore e, dalla mia prospettiva di osservazione, sembrava veramente un ingranaggio del locomotore; con la sola differenza che invece di avanzare in un binario il locomotore rimaneva immobile nel tinello della casa.
Io giocavo sul pavimento nelle vicinanze dei piedi di mamma Salvina; piedi che, con grande regolarità, azionavano il pedale che alimentava il moto della ruota che a sua volta determinava il movimento in su e in giù dell'ago. Ma quello che accadeva al livello superiore, dove il cucito si componeva, non faceva parte del mio mondo.
Il mio ricordo dev'essere legato ad una giornata d'inverno: fuori il buio precoce del pomeriggio; dentro la stufetta elettrica a parabola con la resistenza infuocata dal calore e una sensazione di caldo esagerato che arrivava riflesso dal pavimento, ma limitato alla ristretta zona del cono di irraggiamento; i soldatini disposti staticamente in due eserciti schierati uno in fronte all'altro che combattevano l'ennesima battaglia le cui sorti erano già scritte nella mia mente.
La mamma cuciva per conto di una sartoria da uomo ed era specializzata in pantaloni. Li produceva con una rapidità incredibile, anche perché la sua paga era a cottimo. Anche quelli che indossavo io erano il risultato del suo lavoro. Mi portava dal sarto a prendere le misure: "fermo Enzo"... "su con la testa"... "non gonfiare la pancia"..."sei proprio un ometto".
Passavano in fretta le ore dei pomeriggi in quell'ambiente rassicurante, circondato da pezzetti di stoffa blu, grigi e "avana" che riempivano il mio campo di battaglia; da fili bianchi per imbastire le cuciture che aderivano ai miei calzoni come una calamita; dove aghi e spilli sfuggiti al controllo, ogni tanto, mi pungevano un braccio o una gamba.
La ricordo anche canticchiare canzoni (senz'altro degli anni sessanta) come Papaveri e papere, La casetta in Canada, Carissimo Pinocchio, Le mille bolle blu. Cantava senza timore per la sua poca intonazione e io la ascoltavo volentieri.
La macchina da cucire Singer, stava lì inconsapevole testimone di un legame che si alimentava in ristretti spazi condivisi e lunghi tempi trascorsi insieme.

(*** aggiornato 21/11/2013)

giovedì 29 settembre 2005

Il controllore controllato

Il meccanismo per il controllo è pienamente dispiegato. Gli agenti segreti sono sguinzagliati, le spie scelte sono infiltrate, gli strumenti per la raccolta dei dati ambientali, le cimici e le microtelecamere, sono state piazzate con cura.
Dalla sua sala di regia il "controllore" è soddisfatto, gli sembra che la trappola sia pronta, osserva compiaciuto le pareti piene di monitor e di strumentazione. Lui è comodamente seduto nella sedia girevole e da lì sarà in grado di mantenere il suo potere.

In un altro punto della città, in un'altra stanza, la donna parla con il suo amico; il suo tono è rilassato e decisamente ironico e rivolgendosi al presunto controllore come se fosse lì vicino e potesse ascoltarla, dice: "In realtà siamo noi che controlliamo te. Finchè te ne stai lì in quel bunker a guardare i tuoi monitor, siamo noi che sappiamo dove sei e cosa fai, noi abbiamo ingannato te e non viceversa, ti abbiamo confinato in uno spazio chiuso, lì rimarrai con le tue inutili sofisticate apparecchiature".

(sogno)

martedì 2 agosto 2005

7 giorni in montagna: lo spazio


Se lo spazio che ti serve per cambiare lo hai dentro, allora lo riconosci anche fuori di te.
Sette giorni in montagna: lo spazio c'era.

martedì 28 giugno 2005

diamante


L'uomo ha in mano un grumo di fango, gli verrebbe la voglia di disfarsene, di gettarlo via, anche se rappresenta la sua vita. Ma poi scopre che lì in mezzo, lì dentro c’è qualcosa di compatto.
Toglie lo strato di sporco e scopre di avere in mano un diamante, sporco, sì, ma diamante.
E' una pietra dura che non si scalfisce che al massimo si può solo sporcare.


E’ un cristallo che è cresciuto, si è arricchito, c’è, anche se lo si ignora.
L'uomo si prende tutto il tempo necessario per visualizzarlo, per
fare intorno a lui lo spazio necessario a riconoscerlo, imprimesi la sua immagine nella mente e perchè no per ammirarlo.