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martedì 14 luglio 2009

Comparazione di frutti

Nell'immagine qui sotto: albero con tre pere che maturano.

Figli: altri frutti che crescono.


Averli tutte tre insieme non è mica così facile!

domenica 15 febbraio 2009

Resoconto di una perturbazione

Proveniente da Barcellona si è abbattuta nei giorni scorsi su Genova una perturbazione a doppio sistema. Rivoluzionate le abitudine degli abitanti della zona interessata, con ripercussioni nei ritmi veglia-sonno.
Un forte grado di imprevedibilità ha caratterizzato tutto periodo di permanenza del sistema binario-spagnolo.
La perturbazione ha portato con sè anche problemi sanitari con conseguente forte aumento nel consumo complessivo di antibiotici, tachipirina e anti-infiammatori in genere.
Come ormai ben risaputo tutti i cicloni hanno un nome. A questo è stato dato il nome Marianna-Dario.
Per chi non l'avesse capito, non sto parlando nè di pioggia, nè di vento, nè di neve, ma di mia figlia e di suo marito.
Insomma una perturbazione non solo accolta ben volentieri, ma aspettata con trepidazione. L'area interessata è stata quella della famiglia e degli amici.
Purtroppo è durata poco.

sabato 19 gennaio 2008

La scacchiera

La scacchiera: 64 tasselli ben allineati, la perfetta alternanza di chiaro e scuro. Tutto intorno un bordo rialzato che protegge il campo di sfida. Nascosto alla vista sotto la superficie di gioco, il vano che contiene i pezzi.
Pronti alla loro missione e disposti secondo le regole, stanno i cavalli, le torri, gli alfieri...
Ma questa scacchiera ha qualcosa di speciale. L'ho progettata io a 17 anni insieme ad un amico che studiava al liceo artistico, poi il papà Toledo l'ha costruita in legno per me.


Come giocatore di scacchi non valgo proprio niente, anche se a quei tempi avevo imparato le aperture standard e alcuni finali classici, ma giocare con gli amici era una sfida appassionante.
Perdere era sempre uno smacco malcelato. Non tanto perché ero una di quelle persone che non accetta mai la sconfitta, quanto perché perdere mi rendeva evidente quanto difficile fosse controllare ogni mossa e prevedere quelle successive. Mi faceva sentire un po' scemo, tutta quella concentrazione sulla mia prossima mossa e su quella ancora oltre, quando in realtà la mia torre o la mia regina erano sotto minaccia.


Comunque sia quella scacchiera per me è importante è un manufatto denso di ricordi.

Questo spiega perché qualche notte fa mi sono svegliato di soprassalto come nei peggiori incubi. Stavo infatti sognando la mia graziosa figlia, già sposata, che ridendo beatamente, attorniata da amici e amiche, si divertiva a piantare lunghi chiodi nella superficie del gioco.

Già. Chi è riuscito a far rimanere i figli dentro le regole del proprio gioco? Ma tant'è, il nascosto pensiero di vederli crescere secondo un nostro, ben studiato, progetto non ci abbandona facilmente. E allora eccoli, pronti a farci sentire degli imbecilli che concentrati sulle prossime mosse non si rendono conto che il Re, la Regina e tutta la truppa hanno già abbandonato il campo di gioco. La loro partita è da un'altra parte.

(sogno 6/01)

domenica 15 aprile 2007

L'unica cosa costante nella vita è il cambiamento

Tratto da "Come aiutare i ragazzi ad aiutare se stessi" di Perry Good (Armando Editore).
La chiave di ogni solida relazione sta nell'accettare che essa dovrà CAMBIARE.
Nessuna relazione cambia così tanto come la relazione genitore-figlio. I bambini crescono di continuo, mentalmente e fisicamente, e i genitori devono continuamente adattarsi a questi cambiamenti.

Lo so, con tre figli: una sposata (25), l'altro che è appena entrato nel mondo del lavoro (22), l'ultimo adolescente (15), dovrei essere un esperto. Non è così, accetto suggerimenti...
Comunque l'idea che l'unica cosa costante nella vita è il cambiamento, è profondamente rispondende alla realtà.
Io allargherei il concetto non solo alla relazione genitore-figlio, ma anche a quello della coppia.
Chi sa che la radice del fallimento di tante famiglie stia proprio in una mancanza cronica di consapevolezza del cambiamento. Si tende sempre ad applicare lo stesso modello. Lo schema utilizzato nella fase iniziale del rapporto. E poi non ci si schioda da lì, con frustazioni, delusioni, fughe, coazione a ripetere gli stessi errori.

giovedì 5 aprile 2007

Brioche avvelentata

MariaTeresa ha affrontato un argomento che per tanti genitore è "caldo".
L'orario di rientro a casa dei figli.
Fare le tre o le quattro di mattina è diventato "un obbligo", se non lo fai non sei trend o semplicemente ti sentiresti escluso, diverso, imbranato...
Poi c'è questa abitudine di lasciare una brioche sul tavolo per la mamma...

L'argomento mi ha suscitato qualche riflessione. (Come non potrebbe tenendo che conto che i figli di cui parla Mariateresa sono anche i miei?).
Riporto qui sotto il commento che ho fatto al suo post.

Difficile fare un discorso generale, perchè la relazione genitore-figlio, solo per sommi capi assomiglia a quella dei "manuali".
Comunque ci provo:
"...però capite pure noi ragazzi...".
E' vero i ragazzi vanno capiti, ero ragazzo io quando ho sentito questa frase la prima volta ed è stata compagna nella crescita dei miei figli, mi permetto di dire, che è stata quasi come un tabù intoccabile, comunque almeno come un chiodo fisso.
"...mi hai fatto vivere la mia vita, come è giusto che sia..."
Anche questo è un refrain consolidato e sacrosanto. Non è forse quello che desideravo io quando ero ragazzo?
Sì, infatti, non ho imposto il tipo di studi ai miei figli, ho assecondato il loro sentire, non ho imposto a tutti i costi i miei valori religiosi, li ho indirizzati finchè ho potuto cercando di essere soprattutto testimone, ma poi sono come vogliono essere.
Non li ho costretti a studiare musica, a primeggiare a tutti icosti per far contento il papà e la mamma, a prendere dieci a scuola con il ricatto "devi farlo per me, per amore mio".
E mi fermo qui.
Ma...
Qualcosa stride!
Udite udite anche i figli hanno dei doveri!
L'ho detto! Anatema!
C'è un dovere nell'essere genitori che è quello di trasmettere valori, ma anche equilibrio e buonsenso. In definitiva dare gli strumenti per poter affrontare la vita da adulti. Che è un po' diverso da "lasciami fare quello che voglio, ne ho il diritto".
Un genitore si preoccupa di un figlio anche quando ha trenta anni? Non è strano, non è, di per sè, un atteggiamento malato. Poi vediamo caso per caso ma di per sè sarebbe strano il contrario.

Tornando sulla brioche avvelenata, il mio essere adulto mi dice che tornare regolarmente alle tre del mattino non è normale, che qualcosa si è "rotto" nella percezione dei ritmi che scandiscono la vita quotidiana.
Rispondo alla "sposina" con un'altra domanda: "quando smetterai di preoccuparti per il tuo piccolo, ora che sei mamma?".

lunedì 5 febbraio 2007

Luce soffusa

Il vecchio padre giace sul letto. Nell'atmosfera soffusa della camera, la luce bianca dell' abajour, poggiata sul comodino, si riflette sull'ordinato lenzuolo bianco che copre il corpo dell'anziano uomo. Si rischiarono le figure dei tre figli che stando attorno a lui in quel misto di colori al confine fra l'ombra e la luce; stanno assistendo al suo passaggio.
Uno dei tre si stacca dagli altri e si avvicina fino a poter sussurrare nell'orecchio del genitore, come ad abbracciarlo con tutto il corpo con la sua voce, gli sussurra: "Papà, è vero, abbiamo parlato poco tra noi, ma ti voglio bene. Finalmente posso dire che ti conosco, ho penetrato il tuo cuore oltre le non-parole. Tu oramai sei dentro di me per sempre".
Suona così, come un lasciapassare, uno sdoganamento, come se dalle sue labbra dovesse partire il permesso per poter morire, ed ora è il momento. Piangono insieme senza vergogna, lacrime di libertà.

(Sogno del 1/2)

Riconciliarsi nel profondo con i propri genitori è una esperienza che va al di là del tempo, passato e futuro si abbracciano e si fondono fino a confondersi fra loro.

venerdì 14 luglio 2006

Amare e lasciar liberi

Mi capita di vedere genitori che con tecniche raffinate, il più delle volte inconsapevoli, manipolano e orientano la vita dei propri figli, riuscendo spesso ad ottenere quello che vogliono: il diploma al liceo, un successo nello sport, il matrimonio in chiesa, l'adesione alla propria parte politica, la scelta degli amici...

Si capisce, nel compito di educare si cerca di trasmettere dei valori e si desidera che coincidano con i propri, perchè si è convinti della validità delle proprie scelte.
Ma se fra questi valori c'è la "libertà".... Educare i figli alla libertà , non dà alcuna garanzia sul fatto che da adulti faranno le tue stesse scelte.
E' un rischio che si deve correre, se si è convinti che la libertà è un valore.
Per esperienza personale, devo dire che brucia un po' quando si deve prendere atto di stili di vita diversi.
Amare e lasciar liberi.

E' più facile volerlo per se stessi che per gli altri.

Alla ricerca di modelli che confortino questa scelta ne trovo uno che supera tutti gli altri: è Dio stesso.
Fra quel poco che intuisco di Lui c'è che ha creato l'uomo e la donna liberi, così liberi da poter scegliere se Riconoscerlo o Non-Riconoscerlo.
E non scende dal cielo per recriminare il suo ruolo.

Dicono che continui ad amare ogni sua creatura, comunque, a prescindere.

giovedì 15 giugno 2006

La donna nera

Nella stanza, adesso vuota, aleggia ancora la sua presenza oscura. La donna nera. La strega. Nell'aria la sensazione solida del suo passaggio, dei suoi sentimenti malvagi, mortiferi.
(Sogno 11/6)

Mi sveglio.

Mi percorre un lungo brivido, dalla schiena, lungo le braccia, sulla testa. Richiudo gli occhi e provo ancora la stessa paura; di nuovo sento rizzare, come un gatto, i peli che non ho. Si ripete così, tre, quattro volte.
Mi alzo, vado in bagno, torno a letto.

Ho quasi cinquantatre anni eppure per un minuto mi sono sentito impaurito e indifeso come un bambino. No, non come "un" bambino", ma come io da bambino. Che buffo, che sensazione di sorpresa! Venire a contatto con questa verità, che pure si conosce, non a livello di conoscenza intellettuale, ma come esperienza diretta.
Per un attimo, ma proprio solo per un attimo, sentire vivi e presenti in sè, l'adulto e il bambino. Si affiancano, si guardano, si riconoscono, si capiscono, si sorridono; per poi riaccomodarsi ognuno nella sfera che compete loro.

La donna nera!
Poche notti prima avevo sognato una vecchia signora che guarda passare per strada una manifestazione. Malignamente desiderava lo scontro con le forze dell'ordine. Desiderava una provocazione qualunque, per gustarsi la lotta. Ed io, che avevo intuito tutto, cercavo di rimediare, avvertivo i manifestanti, che altri non erano che dei bambini con le bandiere arancione, di non cadere nella trappola. E ne prendevo uno per mano, anche se lui scalciava e inveiva contro di me e gli dicevo, "Vieni, torniamo a casa", e lo riportavo dalla sua mamma.
(Sogno 8/6)

Evidentemente c'è una donna nera ma anche una donna bianca:
strega e fata, odio e amore, abbandono e protezione, risentimento e gratitudine, dipendenza e autonomia.

C'è una figlia che si sposa e lascierà casa fra meno di un mese.
Per chi vuol vedere, c'è da vedere. Ai miei occhi tutte le relazioni in famiglia si stanno "muovendo".
Mamma-figlia; fratellomaggiore-sorella; sorella-fratellominore; mamma-papà; papà-figlia; papà-figlimaschi.
Come un lento magma alimentato dal vulcano che erutta lava
(sogno del 14/6),
le forze si spostano.
Ci sono rimasugli di episodi non risolti, speranze di chiarimenti, difese da mantenere e nuove aperture impreviste, sentimenti non espressi.


Si cercano nuovi equilibri, stabili.

giovedì 25 maggio 2006

Le stanze dei figli

(Sogno del 16/5)

Qualche giorno fa ho sognato che, dovendo Marianna andare via di casa (e in effetti si sposa tra meno di due mesi), ci chiedeva di non smantellare completamente la sua stanza ma di conservare alcuni mobili a cui era affezionata: un tavolino, una sedia e altri piccoli scaffali.

Come in tutti i sogni le situazioni erano contraddittorie e illogiche. Così nostra figlia aveva sì la sua stanza personale ma contemporaneamente ne condivideva una con suo fratello Antonio. Poi a sorpresa si scopriva, camuffata contro una parete, una nuova porta che conduceva in un ampio locale sconosciuto ricolmo di cianfrusaglie e di polvere; una stanza che avevamo avuto sempre a disposizione senza averne consapevolezza.
"Che peccato avremmo potuta utilizzarla come stanza di servizio, metterci il computer o farne la stireria o l'asciugatoio..."
Il sogno mi ha richiamato la storia delle "stanze dei figli", perchè di figli ne abbiamo cresciuti tre e l'argomento, in famiglia, è sempre stato piuttosto in evidenza.

Fatto sta che un bel giorno ci siamo ritrovati a dover ripensare gli spazi e, tenendo conto che con noi abitava pure il nonno Toledo, abbiamo rimescolato le carte e la stanza più ampia è stata attrezzata per ospitare insieme Marianna, Benedetto ed Antonio.
Per un po' si è stabilito un equilibrio e quel periodo è contraddistinto da una quantità enorme di aneddoti che i ragazzi ci raccontano perchè la combriccola, a porte chiuse, ne combinava di tutti i colori e, pare, che la vittima preferita fosse il piccolo Antonio, che veniva amorevolmente "seviziato" dai fratelli.
Ma si sa, si cresce. La ragazza diventava adolescente e la condivisione degli spazi con i due maschi cominciava ad essere vissuta come una sofferenza.
La crisi si superò quando nel caseggiato si liberò un appartamento in cui i due nonni: Luigi e Toledo, andarono a vivere insieme. L'idea fu veramente risolutiva: ora Marianna aveva la sua stanza e i due maschi stavano insieme.
Altro tempo di stabilità e poi la nuova realtà: anche Benedetto cresce, ci sono sei anni di differenza con Antonio, ogni sera i due litigano molto vivacemente, si accusano di dispetti reciproci, qualche volta passano alle vie di fatto, c'è un po' di insofferenza. Ci vorrebbe un'altra stanza, ma stavolta l'unica soluzione è traslocare in una nuova casa.
Oh! Finalmente una stanza per ogni figlio, sembra tutto risolto; salvo scoprire che il più piccolo ha sofferto questo cambiamento; rimane legato al vecchio schema, nella sua nuova stanza si sente isolato, sperduto; sorge qualche problema notturno, segnale di un disagio. Riunione di famiglia, cosa fare? Marianna cede la sua stanza, la più vicina alla camera da letto dei genitori, al fratellino, che, sentendosi più protetto, lentamente si abitua.
Ora ci accingiamo a vivere la parabola inversa. A Luglio, con il matrimonio di Dario e Marianna, la casa perderà un abitante. Cosa fare della sua stanza? Quanto aspettare prima di mettere mano a una revisione degli spazi e degli usi?....

Naturalmente penso che il sogno abbia una lettura più profonda e sia il segnale di un movimento che avviene negli "spazi simbolici" che regolano la relazione fra persone che si amano. Un figlio che va via di casa è, psicologicamente, un evento tanto naturale quanto straordinario per entrambe le parti.
Il rapporto genitore-figlio è come un cerchio che si deve chiudere: ci sono strappi e ricuciture, movimenti di andata ma anche di ritorno, finchè gli uni e l'altro non raggiungono la piena maturità di persone adulte.

(il quadro rappresenta "La stanza" di Van Gogh esposto al Musée D'Orsay di Parigi)

martedì 21 marzo 2006

Si gioca per vincere

Si gioca per vincere.
E' un concetto che fin da piccolo era fissato nella mia mente. Soprattutto allora perdere era insopportabile, qualunque fosse il gioco, chiunque fosse l'avversario.
Si giocava con le figurine o con le biglie, con i tappi rovesciati delle bottiglie che diventavano ora ciclisti ora calciatori ora macchine di formula uno; più avanti si giocava a rubamazzetto o a scopa, a dama o a scacchi; e ancora a pallone, a cannette, a calciobalilla,
ma comunque l'obiettivo era vincere e una invisibile velatura ottenebrava i miei occhi quando non era possibile raggiungere questo scopo. Lo stesso senso di sconforto lo provavo anche se l'avversario era un adulto.

Per esempio giocare a dama con papà era frustrante, mi faceva fuori con un solo colpo fino a tre o quattro pedine e irrimediabilmente ero destinato a chiudere la partita in poche battute.
Dicono gli esperti che il gioco è una palestra di vita attraverso la quale si sperimentano comportamenti e limiti, ci si allena a controllare l'aggressività , a gestire vittorie e sconfitte.
Non lo dubito, ma io allora dovrei aver imparato molto!
In realtà mi sembra di aver elaborato una sorta di inconsapevole rivalsa, la convinzione che non bisogna mai "lasciar" vincere perchè bisogna conquistarsi questa capacità giorno per giorno.
Questa idea me la sono portata avanti anche da genitore e quando i miei figli erano piccoli ho adottato la stessa strategia. Mai "lasciarli" vincere finchè non ne fossero stati realmente capaci.
Così sono andate le cose a "braccio di ferro", a subbuteo, con i giochi di carte e con i videogiochi (su questo campo sono stato superato ben presto...).
Come per tanti altri argomenti oggi agirei diversamente!
Mi sento pentito di aver loro fatto provare la stessa frustrazione che provavo da piccolo, pentito perchè, pur non arrivando all'eccesso di quei genitori che fanno carte false pur di far vincere sempre i propri figli, avrei potuto, qualche volta, perdere in modo discreto e, penso, che questo avrebbe accresciuto la fiducia in se stessi.
Quando un giorno sarò nonno, conto di rifarmi; Si cambia!

In rete c'è parecchio materiale su questo argomento io ho letto:

paragrafi :
- IL GIOCO
- L’AGGRESSIVITA’ COMPETITIVA (AGONISMO)

giovedì 15 settembre 2005

Separazione

In questo periodo quando penso alla "separazione" mi vengono in mente due tipi di distacchi, per così dire, sani.

Il primo distacco sano è quello dei figli: ecco mi immagino Marianna che ad un certo punto si staccherà dalla famiglia di origine, andrà in una sua casa, formerà il suo nuovo nucleo familiare.
[Veramente, quello con i figli è un distacco che è cominciato poco dopo la loro nascita (e non sono la mamma!)].
E', secondo me, un distacco sano; se i genitori hanno maturato il loro amore perchè sia fecondo non possessivo e se i figli hanno perdonato o sono sulla strada per perdonare i loro genitori.
Ma non è un distacco definitivo; mi immagino ancora Marianna che una volta alla settimana, o in qualche festa e comunque ogni volta che lo desidera, torna, per un po', alla sua vecchia famiglia, che comunque non smetterà di accoglierla, e lì potrà consumare un pasto senza indaffararsi in cucina, o potrà contare su un'ora di ricordi con i fratelli, o misurare attraverso oggetti e spazi familiari i confini della bambina che è ancora in lei e così via.
Il secondo distacco sano è la morte dei propri genitori. Purtroppo qui non si torna indietro, non c'è più un pasto caldo, o una spalla pronta a prescindere.
Ma è un distacco sano se il figlio ha perdonato i suoi genitori (vedi "Figli per sempre") e lo è ancora di più se il genitore ha potuto o saputo preparare i figli a questo distacco.
Idealmente, ma tanto idealmente, penso ad una mamma, nel letto di casa, che chiama i figli e comunica gli ultimi segreti con quali saranno pronti a completare il loro futuro.
"E' l'ultima volta che ci vediamo, ma state sereni, è certo che ce la farete, io rimango in voi per sempre".
Poco spesso le cose vanno così, ma anche in questo caso, c'è spazio e tempo per ricostruire dentro di sè, prima o dopo, questo ideale dialogo. Renderlo vero anche se il papà e la mamma non ci sono più.

giovedì 8 settembre 2005

La vecchina

La vecchina viveva ai margini del bosco in un radura circondata da alti alberi e radici invadenti, il suo nome era Marisa, la sua casa era una baracca di legno oramai malandata e cadente. Con lei non c’era nessuno, era completamente sola, malata e senza più niente.
Purtroppo è stata trovata senza vita.

Mi sono svegliato con la certezza che la vecchina del sogno fosse Marianna. Il tempo della sua completa autonomia si avvicina…e il papà ha paura di perderla.

(sogno)

venerdì 12 agosto 2005

Figli per sempre

19 Luglio 2005, Marianna e Dario hanno acquistato la loro casa.


Figli per sempre
Ivana Castoldi - Feltrinelli

Prefazione

Dario, sessantadue anni, sposato con figli, arriva in terapia con una strana, ma solo apparentemente strana, richiesta: “Dottoressa, mi aiuti a dialogare con mio padre... non ci sono mai riuscito”. Il padre, novantenne, era morto sei mesi prima.Dario non sapeva darsi pace. Era caduto in uno stato di profonda depressione e si tormentava al pensiero di aver ormai definitivamente perso l’occasione per dire a suo padre quello che da più di quarant’anni gli pesava sul cuore.È possibile tacere a un genitore, per così lungo tempo, pensieri e timori, sentimenti e risentimenti personali, pur desiderando aprirgli il cuore e farlo partecipe del nostro mondo interiore? Quali paure, quali rancori, quale pudore ci trattengono, a mano a mano che cresciamo in età e in consapevolezza, dal mostrare ai nostri genitori le tracce e i postumi della nostra esperienza di figli? A volte, questi esiti somigliano a profondi solchi incisi nella carne come ferite che faticano a rimarginarsi; altre volte, all’impronta di una carezza che ci fa palpitare il cuore di amore e riconoscenza. Non è solo il dolore a far morire le parole sulle labbra, a farci chiudere nell’isolamento; spesso, a inibirci è la nostra incapacità a parlare d’amore e di gratitudine.Con i genitori rimane sempre qualche conto in sospeso: molti segreti non si sveleranno mai; alcuni nodi non si scioglieranno mai e ci peseranno sul cuore per tutta la vita. In effetti, anche se diventando adulti prenderemo fisicamente o simbolicamente congedo dai nostri genitori per conquistare la nostra autonomia, rimarremo dei figli per tutta la vita. Anche quando resteremo orfani; anche quando, a nostra volta, diventeremo genitori.Questo legame viscerale tra genitori e figli è l’unico davvero inscindibile, nonostante tentiamo spesso di negarlo, di reciderlo, di dimenticarlo. Nella nostra esperienza di adulti non c’è “amore eterno” che tenga, al confronto. Il nostro destino di figli è la nostra fortuna e, insieme, la nostra condanna: una fortuna, se avremo potuto godere del calore affettivo e della comprensione dei nostri genitori; una condanna, se il loro atteggiamento insensibile e intransigente ci avrà tarpato le ali.Alcuni momenti particolarmente significativi (momenti di passaggio e di cambiamento per i figli come l’ingresso nei diversi ordini scolastici, l’inizio dell’attività lavorativa, il trasferimento in una casa propria, il matrimonio...) dovrebbero rappresentare altrettante occasioni di rafforzamento del dialogo con i genitori, anziché di conflitto e di incomprensione. È soprattutto l’abbandono della casa paterna, che andrebbe ritualizzato come un traguardo propizio di autonomia acquisita e di definitivo ingresso nel mondo adulto, a trasformarsi spesso in un evento carico di tensioni e diatribe.Quando ci chiudiamo la porta della casa paterna alle spalle per andare incontro al nostro destino di individui emancipati e responsabili, dovremmo poterci avviare con passo leggero, liberi dal peso dei sensi di colpa e delle recriminazioni. Dovremmo potercene andare non per reazione, esasperati dal deludente corso del rapporto con i nostri genitori, ma per un naturale bisogno di espansione e di potenziamento delle nostre risorse.Quanti figli come Dario rimpiangono di non aver avuto un dialogo costruttivo con i loro genitori? Quanti sono diventati degli adulti insicuri, profondamente segnati dalla sfiducia, persuasi del loro scarso valore e incapaci di mettere a frutto le loro doti personali?Altri invece, più fortunati, sostenuti dalla guida sollecita e dall’incoraggiamento di genitori più competenti nel loro ruolo educativo e affettivo, sono riusciti a conseguire una buona consapevolezza delle loro aspirazioni e dei mezzi per realizzarle. Anche questi figli, tuttavia, al momento di lasciare la famiglia, possono sentire il bisogno di ripristinare un dialogo che il pudore dei sentimenti, e delle parole, ha spesso penalizzato. Non c’è solo il silenzio delle ostilità, ma anche quello dell’inibizione, che deriva da un carente apprendimento del linguaggio analogico dell’affettività: quello dei sentimenti e degli slanci del cuore. La comunicazione genitori-figli ha sempre sofferto di un’afasia che riguarda non tanto la parola, quanto le emozioni che l’accompagnano.Pertanto, i figli in procinto di separarsi dalla famiglia d’origine avvertono quasi sempre l’esigenza di effettuare un bilancio del loro rapporto con i genitori, facendo una verifica della loro esperienza di figli.Tutti gli individui fanno il loro ingresso nell’età adulta con un variegato bagaglio di fallimenti e conquiste, di delusioni e speranze, che segnerà inevitabilmente la loro vita futura. Non sempre si ritrovano debitamente equipaggiati per farsene carico in maniera vantaggiosa. Sono ancora troppo invischiati in nodi da sciogliere, in danni da riparare, in dilemmi da chiarire.Rancori e dubbi a lungo covati, domande e bisogni inevasi alimentano legami di dipendenza difficili da risolvere. Per farlo, occorrerebbe finalmente poter stabilire un dialogo aperto, che non tema la crudeltà delle parole e l’inclemenza dei giudizi. Occorrerebbe accettare, in alcuni casi, il rischio di perdersi di vista, almeno temporaneamente, recidendo un vincolo che, in realtà, di affettivo ha conservato ben poco. È possibile ritrovarsi, comunque, magari a distanza di tempo, dopo che il dolore del distacco e la dissolvenza della memoria hanno affinato la nostra comprensione degli eventi, hanno smorzato i risentimenti e risvegliato gli affetti. Molte storie di genitori e figli lo testimoniano.Partendo da queste considerazioni ho voluto raccogliere, attraverso le interviste fatte nel corso di sedute psicoterapiche o di semplici colloqui, le parole di alcuni giovani adulti, che ho riportato nella forma di confessioni-rivelazioni ai genitori. Il materiale è autentico: io l’ho semplicemente ordinato e rielaborato, dandogli una veste un po’ più “letteraria”. Ne deriva un’uniformità di stile di scrittura e di espressione che rende irriconoscibili le “voci” dei singoli personaggi, i quali hanno diritto a un rigoroso anonimato.Credo possa essere utile anche per gli adulti, attraverso le testimonianze proposte, accostarsi all’esperienza di alcuni figli che, malgrado o grazie ai loro genitori, hanno raggiunto una buona consapevolezza di sé e hanno già intravisto la possibile soluzione dei loro problemi. Spero che qualche eco possa valicare i confini dei singoli casi per focalizzare l’attenzione del lettore sulle difficoltà dalle quali nessun rapporto tra genitori e figli è esente. Mi auguro che lo sforzo di raccontarsi e le esperienze di vita dei protagonisti delle diverse storie possano servire da incoraggiamento per altri figli cresciuti, i quali, già con la mano sulla maniglia della porta di casa nell’atto di andarsene, ancora tentennano timorosi, chiedendosi se valga la pena cercare un chiarimento con i genitori per le molte questioni rimaste irrisolte. Questi figli rischiano di lasciarsi alle spalle una voragine di silenzio che non verrà mai più colmata. Il rimpianto può far male più del dolore procurato da un conflitto aperto.Il tema di fondo del libro è quello della conquista dell’autonomia, che ho già trattato al femminile e al maschile in precedenti pubblicazioni. Questa volta è riferito ai giovani che, in maniera molto spesso conflittuale, si trovano a vivere la delicata fase dello svincolo dalla famiglia d’origine.Il superamento della dipendenza dai genitori si configura, in ogni caso, come un processo impegnativo e sofferto, anche se non necessariamente traumatico. In effetti, il rapporto con i genitori non si rivela sempre fallimentare. In diversi casi (ma dovrebbe valere per tutti), rappresenta un fondamento prezioso e determinante agli effetti della maturazione e dell’equilibrio psicologico degli individui. Anche dei successi vale la pena parlare, perché il dialogo tra genitori e figli non si riduca sempre e soltanto a un doloroso e sterile elenco di accuse e recriminazioni.

mercoledì 29 giugno 2005

L'obiettivo

L’obiettivo era proprio questo, crescere e separarsi da ciò che più si ama, senza vivere il distacco come un difetto d’amore, ma come il suo completo compimento.

lunedì 27 giugno 2005

Il regno delle luci

C’era una volta un Re,
che governava un grande, ricco e pacifico regno. Un giorno dovette partire per terre lontane e non potendo sapere quando sarebbe tornato, decise di dividere il territorio in tante province e di assegnare il governo di ciascuna ad un suo figlio.

Nei primi tempi tutto filò liscio: ognuno ricordando l’esempio del Padre, cercava di imitarlo, ma ben presto il carattere dei figli prese il sopravvento…

Nella prima provincia ogni cosa doveva essere al suo posto; la legge e i comandi dovevano essere rispettati senza alcuna eccezione; ogni cambiamento veniva respinto perché tutte le regole erano state fissate e si sa il bene non può cambiare. Non c’era spazio per creare e progredire. Per un effetto sconosciuto la forza di gravità locale cresceva a dismisura, ogni passo e ogni movimento diventava sempre più pesante, tutto divenne statico e immobile fino a far sentire ogni persona oppressa e schiacciata. Era la provincia delle PIETRE FOSSILI.

Nella seconda provincia regnava il tutti-uguali e per carità, chi poteva dargli torto…ma la mania e la pedanteria con cui questa idea veniva praticata provocò dopo un po’ un senso di malessere, indifferenza, inutilità: ognuno si guardava allo specchio e non capiva se era lui o il vicino di casa! E quando un uomo abbracciava la moglie aveva sempre il dubbio di abbracciare una persona qualunque. Era come non esistere, era il regno del LABIRINTO DEGLI SPECCHI.

Nella terza provincia, vi dirò subito che si chiamava le terre DEI FRUTTI SEMPRE ACERBI, regnava un figlio che del Padre ricordava soprattutto l’abbraccio amorevole e il senso di sicurezza; finché si convinse che per i suoi sudditi sarebbe stato un bene pensare al loro posto, prendere in loro nome ogni decisione. Così tolse ogni fastidio del dover decidere, tolse il dubbio e l’insicurezza. Il risultato fu che nessuno sapeva più stare in piedi da solo, ogni volta che qualcuno provava ad alzarsi in piedi le gambe gli mollavano e ricadeva a terra, il massimo che riuscivano a fare era gattonare come tanti bambini piccoli; insomma anche qui regnava l’infelicità.

E così via, potremmo parlarvi delle altre province: le TERRE TREMANTI, le TROMBE SILENZIOSE, le NEBBIE ASFISSIANTI… Ogni figlio una provincia, ogni figlio un frammento di Verità che diventava Assoluta e che alla fine cancellava l’amore.

Infine l’ultima provincia, la più piccola, fin dall’inizio la più fragile. Il figlio che la governava era consapevole dei propri limiti, tanto più ogni volta che il ricordo del Padre saliva alla sua mente.
Ci sarebbe voluta una vita intera per conoscere le eredità del Padre; ci sarebbe voluta una vita intera per condividere, per ascoltare, per dare un senso.
Eppure con grande sorpresa delle altre province e dei fratelli, proprio lì nel regno della CANDELA ACCESA un senso di giocosa speranza poteva alleviare le fatiche quotidiane che non mancavano.
Forse il segreto stava in quel lumicino che ognuno teneva sul davanzale della finestra preoccupandosi di non spegnerlo mai, né di notte né di giorno, né col sole né con la pioggia.
Dopo un tempo che nessuno conosce maturò l’ora in cui il Padre rientrò dal lungo viaggio.
Guardò ogni cosa, soppesò il cuore e la mente di ogni suo figlio e poi prese la sua decisione…
Dal suo zaino di viaggio estrasse un piccolo flauto, poi iniziò a suonare un’antica melodia e ad ogni nuova nota, una fiammella si accendeva nei territori del regno.
Come in un lento corteo, le luci formavano un rivo che nasceva flebile dai punti più remoti della prima provincia e man mano s’ingrossava di nuova luce passando per la seconda, la terza e via avanti fino a diventare un fiume quando raggiungeva l'ultima provincia, delle CANDELE ACCESE.
Era un sentiero lungo il quale ogni figlio s’incamminava e gli specchi tornavano a specchiare ogni differenza, la gravità finiva di schiacciare e irrigidire, chi gattonava poteva nuovamente rialzarsi in piedi e camminare con le proprie gambe.

L’antico manoscritto dal quale è stata tratta questa storia parla di una grande festa e quel giorno fu da tutti considerato per sempre un nuovo punto di partenza.

Vincenzo - Gennaio 2004