venerdì 1 giugno 2007

Sacrificio e lavoro

Il sacrificio è un valore? Lo è mai stato?
Non voglio precipitarmi a tirare le conclusioni, ci voglio riflettere.
Non concluderò questo post con una mia risposta.

Intanto comincio pensando al mondo del lavoro. All'evoluzione degli imprenditori in Italia. Per ragione di età spariscono i vecchi capitalisti del dopoguerra. Quelli che partivano in bicicletta dal loro paesino e costruivano grandi imprese, quelli che sviluppavano dal niente un'idea vincente nella loro piccola officina. Erano quelli che, al lavoro, sacrificavano tutto nella vita, pretendevano tanto ma davano protezione, facevano da ombrello per quella che consideravano la loro famiglia: la loro azienda.
Oggi sembra che la competenza, ad alto livello direttivo, non sia più essenziale. Non devi eccellere nella conoscenza dei trasporti per guidare un'azienda di trasporti. Non devi essere un esperto di software per guidare un'azienda di informatica.
Devi far quadrare dei numeri. Quello che c'è sotto non conta: qualità del prodotto, servizio, reali esigenze del cliente: sono parole che si usano come stereotipi banali e scontati.
Alle spalle ci sono gli azionisti che hanno investito denaro. Lo zero virgola uno, in meno dell'obiettivo è un fallimento. Punto.
La capacità di relazionarsi con il proprio management è trascurabile. Diventano accettabili comportamenti al limite del mobbing, di minaccia, di emarginazione, di arroganza.
La parola sacrificio ha lo stesso significato per i manager di qualche decennio fa e per queste persone?
Non che prima ci fossero dei santi e ora dei diavoli. E' che è cambiata l'etica. Non c'è un percorso da sviluppare per raggiungere il successo, ma un risultato massimo da ottenere subito.

Dall'altra parte ci stanno i nuovi operai e impiegati, oggi un esercito precari o aspiranti tali. Anche per loro il significato di sacrificio deve essere cambiato.
Io appartengo ancora a quella generazione i cui genitori, sopravvissuti a una guerra mondiale, si sono rimboccate le maniche e hanno costruito un accettabile benessere per la loro famiglia. Hanno spronato i figli a studiare, per prendere un pezzo di carta, per acquisire competenze, per assicurarsi stabilità. Tu dai sempre il massimo, lavora dedicando tutte le tue capacità, in cambio avrai riconoscenza e il premio della continuità.
Faccio parte di quelle persone che quando sbagliano lo dicono ad alta voce: "Ho fatto una cazzata" e quando fanno bene si aspettano di sentirsi dire "Bravo!".

Sembrano due mondi inconciliabili.
Ma non mi sento la vocazione al fare Don Quijote de la Mancha e per questo penso che pur senza tradire i miei ideali (tanto non ne sarei capace neanche volendo) devo adattarmi.
Uso questa parola in senso evolutivo. In questo momento sto pensando ad un camaleonte che sfrutta il mimetismo per sopravvivere.

Da una parte "sacrificio come sofferenza temporanea prima di raggiungere la meta, la felicità"
Dall'altra "impossessarsi del successo a costo di qualsiasi sacrificio degli altri"
Ahime! Non è passato abbastanza tempo per poter verificare quanto sia sostenibile questo paradigma.
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