mercoledì 14 settembre 2011

Elogio del dubbio





Tratto da La stampa di oggi; per leggere l'articolo/recensione completa del libro dei sociologi Peter Berger e Anton Zijderveld (il Mulino)  seguire il link
 http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/420155/





Mio sottotitolo e commento generale: Il dubbio non è incompatibile con la fede. Le frasi in neretto rappresentano le mie sottolineature.


Scriveva Norberto Bobbio in politica e cultura che il compito degli intellettuali è quello di seminare dubbi, assai più che di raccogliere certezze.
A prima vista, il postmoderno dovrebbe sposarsi perfettamente. Morte le ideologie, defunti i grandi racconti, gli abitanti del disincantato Villaggio globale dovrebbero difatti vivere (più o meno serenamente) nello scetticismo, al riparo da tentazioni totalitarie e integraliste. E, invece, come mostrano la cronaca e la politica di questi anni, il dubbio giustamente tanto caro al filosofo torinese viene coltivato molto meno di quanto si dovrebbe. Tra i vari effetti collaterali della postmodernità troviamo così, per un verso, l’esplosione di fondamentalismi morali e religiosi e, per l’altro, un pianeta unificato dall’imperialismo di una comunicazione che, anziché stimolare il dialogo tra opinioni diverse, ha finito col rafforzare l’assertività e la circolazione di messaggi dagli scarsi o nulli contenuti, dotando i vari oscurantismi di armi più convincenti per fare proseliti. Un paradosso, ma neanche troppo....I due sociologi riscoprono il dubbio come viatico per i nostri tempi. Un dubbio di natura diversa da quello propagandato dalla versione totalizzante del relativismo.  Il pluralismo culturale generato dalla modernità ci rende più liberi, ma anche più soli; e l’individuo rischia così di rimanere frastornato e di provare una sensazione di vertigine di fronte alla molteplicità di opzioni che gli si offrono quando deve compiere una scelta, specialmente in quelle materie che, da un po’ di tempo a questa parte, ci siamo abituati a chiamare eticamente sensibili (dalla bioetica alla legittimità del ricorso alla violenza in certe situazioni).
Gli autori dell’Elogio del dubbio suggeriscono due strade. La «contaminazione cognitiva», ovvero la capacità che hanno le persone che dialogano sul serio di influenzarsi reciprocamente, smettendo di considerare l’opinione altrui come malvagia o irrazionale. E, soprattutto, la «politica della moderazione», che coltiva l’etica della responsabilità e si pone come terza via tra il relativismo e il fondamentalismo degli invasati. È così che si difendono le proprie convinzioni, evitando il pericolo di convertirsi in fanatici e sforzandosi di fare sempre esercizio - difficile, certo, ma irrinunciabile - del dubbio, virtuoso e, soprattutto, ironico.
... rappresenta un idealtipo umano agli antipodi di quello che popola le community internettiane e i social network, sempre più dilaganti, in cui ci si ritrova tra simili - «veri credenti» e si solletica il mito dell’identità di vedute a tutti i costi. Un modo di ragionare, a ben pensarci, strettamente imparentato con quello che sta alla base della televisione dei reality show, la cui straordinaria fortuna risiede proprio nel processo di identificazione tra lo spettatore e il protagonista tanto simili da apparire uguali.
Posta un commento