martedì 13 agosto 2013

Pensieri sparsi di un viaggio nel Ragusano

Negli ultimi anni il baricentro del mio mondo si è inevitabilmente spostato verso la Spagna dove il richiamo di una figlia e di un nipotino si è fatto prepotentemente sentire...
Ma che nostalgia della Sicilia!

Gli ultimi chilometri in macchina arrivano quando la notte è già piena; il tom-tom ha scelto per me una strada secondaria, il fondo un è po' dissestato e i muretti  a secco sembrano, alla luce degli abbaglianti, restringere ulteriormente la già ridotta carreggiata. 
Oltre l'ombra dei carrubi e degli olivi più vicini domina un buio totale. 
Ci sarà tempo domani per abbagliare gli occhi con la luce della campagna secca e accaldata, per ripercorrere con lo sguardo il profilo dei monti Iblei che la sera si tingono di rosa, delle piane disseminate di serre da cui fanno capolino macchie rosse di pomodori che, come il richiamo di sirene, sembrano dire "mangiami, vieni, mangiami".



Affondo i piedi sulla sabbia ancora tiepida del mattino per avvicinarmi al mare. Ma prima bisogna affrontare il rito del buco, per fissare l'ombrellone; profondo e sottile, con movimenti regolari e sicuri come il gesto tecnico di un atleta.
Guardo il mare nel quale, sotto la superficie piatta, si vedono affiorare delle secche di sabbia. Improvvisamente mi riconcilio con questo elemento. Sono anni che, quasi avessi fatto un voto di castità con l'acqua del mare, mi sottraggo al piacere di un bagno sia in Liguria che in Catalogna; ma qui è diverso, l'elemento lo avverto rassicurante e invitante.
Quando torno a riva mi posso sdraiare nel bagnasciuga e lasciarmi insabbiare. Faccio finta di scavare una buca ma quello che cerco è il contatto con questa sabbia impalpabile e bionda; la lascio scorrere fra le dita come fosse un miele da ammirare.

L'ora del tramonto è la più bella, poco prima che il sole si adagi all'orizzonte per sparire nel mar Mediterraneo. Entrare in acqua e lasciarla scorrere nel collo è una goduria di fresco che ti tonifica ripagandoti di colpo delle ore più calde subite; nuotare diventa gioia.


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La notte è calda, il primo mattino rumoroso, le finestre spalancate e il ventilatore stanco di macinare giri da tante ore. Sono proprio come le notti che ricordavo prima dell'invenzione dell'aria condizionata che sterilizza tutto.
Si filosofeggia al mattino: stanotte in cucina c'era un filo di vento; quest'altra notte era più caldo; domani sarà peggio; ma chi è che si ferma qua sotto alle cinque del mattino a parlare così forte?; stamattina c'era più traffico, sì c'è il mercato, erano i furgoni; a Torino e Genova c'era la grandine....


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Ancora il tom-tom: o ti fidi o non-ti-fidi. 
Mi fido (per questa volta) ed eccomi di nuovo in una provinciale buia e stretta; venti chilometri senza incontrare nessuno, su e giù, tornanti e rettilinei in un paesaggio ignoto perché dipinto di nero, senza luna. Forse se mi fermassi potrei vedere un cielo stellato che ormai ho dimenticato, ma viene fretta, perfino un po' di paura, come se questa strada non dovesse mai più terminare, come se dietro la curva potesse spuntare un brigante o un animale feroce...ahimè siamo diventati uomini e donne della città affollata: silenzio e buio, sì ma non troppo, grazie!


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Per fortuna c'è Montalbano. Sì perché questa terra Iblea sembra a chiazze riconoscibile dietro la macchina da presa degli episodi dello sceneggiato. Certo, mi rifiuto di pagare dei soldi per visitare l'ufficio del Commissario, ma le strade fra le case bianche, le facciate barocche, i portoncini scoloriti, le ville padronali, il mare improvviso, sono lì liberamente fruibili. 
Qui è dove quella grassa signora apostrofava: "Chi buliti?" , là dove c'erano le "buttane della mannara", questa è la chiesa dei funerali, lassù il bar del giovane Montalbano. E così via, che suona quasi come "è così sia".

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Lo sapevo che la dieta prima della Sicilia era fondamentale! Non c'è modo di resistere: olive, tumazzu col pepe nero, caciocavallo, pasta con la capuliata, pasta con le melanzane, scacce, fichi, fichi d'india (li sbuccio io che lo so fare), pesce cucinato dalla pescheria, arancini, salsicce, ricotta calda appena tirata su (effetto secondario intestinale incluso), granita al gelso e alla mandorla, cannolo e zibibbo, cannolo ma-questo-è-più-buono, cioccolata di Modica, dolci alla mandorla, Cerasuolo di Vittoria, Nero d'Avola. Mi viene in mente un'altra vacanza in Sicilia quando la ragazza che ci offriva i dolci, vedendoci titubanti esclamava: ".... questa è una goduria dei sensi"


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Cimitero di Vittoria: finalmente la mia mamma. 
Non c'è bisogno di nascondere la commozione nel toccare la pietra bianca dove la sua foto mi ricorda in ogni dettaglio la sua prorompente vitalità siciliana. Il vestito colorato e senza maniche, la lunga collana bianca di perle. Il viso troppo giovane per essere già lì. Riposa in pace!
Con pochi euro abbiamo acquistato un abbraccio di fiori colorati da distribuire anche ai nonni. Certo ce li siamo conquistati perché i fiorai fuori dall'ingresso erano già chiusi, le indicazioni sul vivaio un po' vaghe e il cimitero molto lontano dal paese. Dopo il "distributore a destra" e dopo qualche chilometro ci ritroviamo in una serra che vende palme. Tornate indietro, dopo il distributore a sinistra, ma lì ci sono case abbandonate polverose affiancate a villette abitate. Dopo il distributore, dritto. Fatto!


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Dici siciliani, dici ospitalità. 
Sono solo le 22.30 e la pasticceria più famosa di Modica ha appena chiuso. Ma questa ragazza siciliana, amica del figlio degli amici (per dire: appena vista e conosciuta) non si dà pace e ci vuole accompagnare ad un'altra pasticceria, che forse è aperta; intanto ci racconta il barocco e della rivalità fra i sostenitori del Duomo e dell'altro Duomo. Anche la seconda è chiusa e anche la terza. Ci dobbiamo accontentare della "quarta scelta". Si fa per dire il cannolo era buonissimo.
Gli amici degli amici che ci hanno messo a disposizione la casa di Scicli per la nostra vacanza li abbiamo appena conosciuti ma sembrano nostri parenti. 
Siamo subito in confidenza tanto che rimango stupito delle cose della mia vita che mi sento di raccontare e come se non fosse abbastanza la graditissima ospitalità, aggiungono inviti per grigliate nel loro giardino in mezzo a palme, piante grasse e ulivi, per una serata in agriturismo dove, per via del caldo, si smontano le finestre in alluminio, per avere più aria; e poiché  in questo culto per l'ospite i siciliani non hanno mezze misure, arrivano ogni giorno anche melanzane e altre meraviglie della terra.
Noi che veniamo da regioni meno aperte all'accoglienza siamo quasi in imbarazzo; forse siamo troppo legati alla mentalità dell'equilibrio del dare-e-ricevere. Come potremo mai sdebitarci? Mi viene in mente il proverbio: "Sun zeneize risu reu strinsu i denti e parlu ceu!", altre bellezze...


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I parenti stretti sono sparsi per la Sicilia e fuori dalla Sicilia, ma in pochi giorni riesco a vedere un concentrato di chi abita a Vittoria, Torino, Pozzallo, Catania, Milano e altri che non ho visto questa volta sono a Trapani e a Trento... 
Ci vediamo e sentiamo troppo poco, noi trichini siamo fatti così, mi dico per scusarmi da solo, anche papà Toledo aveva orrore del telefono, proprio come me... Ma rivedere le zie e i cugini è un tuffo carpiato nell'infanzia e nei ricordi, passano anche di lì i fili delle radici e quando anche ai miei figli scappa di dire: "quanto tempo che non vado in Sicilia, mi manca", mi sento orgoglioso di aver trasmesso un po' di questo DNA.

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