domenica 25 dicembre 2005

Pranzo di Natale 1944

Il natale è già passato ma mio suocero ha nelle sue corde il ricordo di quello trascorso nel 1944

Racconto di Luigi Giacopinelli (mio suocero)



Mi trovavo prigioniero nel campo di concentramento di Ebelsberg, un paesino vicino a Linz in Austria.
Ero arrivato lì dopo anni di guerra: prima sul fronte francese, poi in Albania e infine in Grecia, dove il 28 Settembre 1944 fui fatto prigioniero dalle truppe tedesche.
Stava finendo la guerra: era l'ultimo Natale di prigionia, ma noi non lo sapevamo.
C'era voglia di festeggiare, pur nelle condizioni disumane in cui si viveva anche perché normalmente si mangiavano: rape, acqua e bucce di patate. Per questo io e i miei tre amici inseparabili (Pratolongo, Canepa e Sbarbaro) avevamo venduto sigarette e piccoli oggetti al mercato nero organizzato clandestinamente dai militari stessi, per comprare la farina necessaria a preparare un piatto di gnocchi.
Tre giorni prima della festa, impastiamo con grande entusiasmo e terminato il nostro lavoro, alziamo il soffitto, che era formato da assi di legno, e disponiamo sopra una salvietta gli gnocchi ancora freschi.
Non so se perché così sarebbero stati al sicuro o perché non c'era altro posto dove conservarli.
Arriva il giorno di Natale: una giornata freddissima, mezzo metro di neve, quindici gradi sottozero.
Per abbellire la nostra tavola vorremmo mettere dei fiori ma ci dobbiamo accontentare di un ciuffo d'erba bruciato dal freddo.
Prendiamo una latta di benzina ben pulita che sarà la nostra pentola e accendiamo il fuoco all'aperto: di solito era severamente proibito ma quel giorno i tedeschi erano più tolleranti.
La margarina, chissà se arrivata da casa o comprata al mercato nero, era pronta a condire il nostro pranzo.
Quando l'acqua bolle arriva il momento cruciale di buttare gli gnocchi.
Tiriamo su le assi del soffitto e… di gnocchi non c'è più nemmeno l'ombra, spariti!
Dopo il primo momento di incredulità, le lacrime scendono dai nostri occhi senza ritegno.
Siamo rimasti malissimo, abbiamo ancora un pezzettino di pane e una cicca di sigaretta: il giorno di Natale 1944, quello è stato il mio pasto.
Qualche ora più tardi e dopo tante domande: "chi li ha presi chi non li ha presi", capitiamo nella baracca adiacente la nostra. Lì, abbandonata, troviamo la salvietta che aveva contenuto il nostro agognato pranzo e ci rendiamo conto che il soffitto delle due baracche è comunicante.
Non è che questi soldati, prigionieri come noi, fossero cattivi, è che ognuno cercava di riportare a casa la pelle; avevano rubato per non morire.
Ancora oggi sono convinto che io, pur patendo la fame, non avrei mai fatto una azione simile, ma la consapevolezza di aver vissuto una prigionia ai limiti della dignità umana, mi fa riconsiderare quegli avvenimenti con senso di tolleranza e comprensione verso i miei compagni.
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