lunedì 7 luglio 2008

La vena del contadino

In questi ultimi mesi sta crescendo e maturando nell'uso del mio tempo libero, una vena contadina che a dir la verità non ha radici nella mia storia passata.
Tutto è cominciato lo scorso anno, quando ho comprato una giovane pianta di albicocco e una tosaerba per tenere il prato sgombro di erbacce senza aspettare interventi esterni. Quest'anno è stata la volta di un pero messo a dimora, di qualche attrezzo per giardinaggio e di un paio di metri quadrati dove seminare un po' di lattuga. Veramente niente di particolare, ma tenendo conto della mia storia di cittadino di città, anche questi piccoli segni erano già da considerare come un cambiamento, soprattutto per uno come me che da ragazzo cercava le carote appese alle foglie delle piante...
La svolta culturale decisiva l'ha impressa, nell'ultimo mese, il corso di potatura (principi di floricoltura) che ho seguito a Montezemolo, grazie all'invito di un amico presidente all'associazione culturale dei Bruzzardi. Non che quattro lezioni teoriche ed una pratica sugli alberi da frutto possano trasformare un incompetente in un esperto, ma sono comunque abbastanza per guardare un albero con occhi nuovi.

La prima considerazione, nel mio stile, è stata un po' esistenziale. Imparare a potare è l'ultimo atto di un percorso perché prima di ogni altra cosa bisogna conoscere come funziona un albero: le foglie, le radici e soprattutto il sistema linfatico.
Così ho scoperto che la pianta, attraverso la specializzazione dei suoi rami ha due obiettivi: svilupparsi e far frutti.
Capisco, qualcuno dirà dove sta la novità? E' l'obiettivo di tutti i viventi, compreso l'umanità (Genesi 1,27-28 - "Crescete e moltiplicatevi").
Fatto sta che un albero lasciato a se stesso tende soprattutto a crescere; la linfa alimenta i rami che si innalzano verso l'alto e anche quelli orizzontali (potenzialmente da frutto) partono nuovi "succhioni" che spingono in su. Tutto questo avviene a discapito della quantità di frutta prodotta.
D'altronde impedire ad un albero di crescere per avere molta frutta, provoca un indebolimento e alla lunga lo si prepara una fine prematura. Chi interviene sull'albero deve farlo con equilibrio dosando crescita e produzione di frutti.

Non è, in qualche modo, proprio quello che succede anche a quella sfera di essere viventi che si chiama umanità? Senza potature (qualche volta dolorose) niente o pochi frutti; la pretesa di troppi frutti con interventi continui, assillanti, coercitivi, annichilisce la crescita e lo sviluppo individuale.
Così io mi vedo genitori impegnati a piegare sistematicamente i rami dei propri figli perché crescano e producano "i propri desideri" a costo di comprometterne la salute globale e altri padri e madri, incapaci di pronunciare qualche salutare "no", che non si preoccupano di dare un senso alla crescita dei propri figli lasciando che "succhioni" potenti e disordinati disperdano le energie per produrre solo legno.
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