Troppo suggestivo l'episodio che ho raccontato nel mio post "Occhiali e chiavi" per non ricamarci sopra qualche considerazione.
In realtà, le chiavi, tecnicamente, non le ho affatto perse. Ho solo risolto malamente una tipica attività di "Problem Solving".
Situazione: stavo partendo per la montagna e ho valutato che portarmi dietro le chiavi nello zainetto che avrei usato per fare sci di fondo, avrebbe comportato un rischio elevato di perdita dell'oggetto.
Fin qui tutto corretto. Il ragionamento ci sta tutto.
Il problema era quindi: dove mettere le chiavi per non-dimenticarmi di riprenderle prima di ripartire per Roma al rientro dalle ferie?
Qui c'è stato l'errore. Ho scartato il comodino e altri posti tipo la cassetta con le chiavi nell'ingresso, vicino al computer, sopra il cuscino e così via, giudicandoli poco "visibili" o "pericolosi"; così dalla mia posizione di quel momento, cioè seduto alla sponda del mio letto, ho visto il gancio per fissare le tende, proprio all'altezza dei miei occhi. Perfetto, ho pensato. Ahimè, perché era decisamente imperfetto!
Infatti dopo sei giorni di vacanza, qualsiasi ragionamento si era azzerato e nel preparare lo zaino, ho recuperato altri oggetti depositati nel comodino, dimenticandomi completamente delle chiavi che sono rimaste, appunto, nel gancio attaccato al muro.
Un problem-solving efficace sarebbe stato attaccare un cartello nella porta della stanza o sopra al comodino, con scritto a larghi caratteri stampatello: "RICORDARSI DELLE CHIAVI CHE SONO (DOVE SONO)".
Per quanto riguarda gli occhiali di Maria Teresa, la ricostruzione è invece un po' più labile e non c'è l'evidenza di un errore di ragionamento grossolano.
Una ipotesi è che gli occhiali fossero stati appoggiati provvisoriamente sopra la valigia appena chiusa (o che ci siano caduti inavvertitamente) e poi il gesto di sollevarla per portarla nell'ingresso abbia causato un effetto catapulta che ha spedito gli occhiali in angolo buio e inaccessibile.
Tutto molto razionale!
Certo però che chiavi, occhiali, perdere e ritrovare sono molto suggestivi dal punto di vista psicologico!
Per quanto mi riguarda, mi sembra che il mio inconscio abbia fatto del suo meglio per assicurarsi la scomparsa delle chiavi. Un successo direi. Da cosa desiderasse "rimanere fuori" è però un altro discorso che al momento non so ipotizzare se non dicendo banalità.
Per Maria Teresa, sembra che, dopo la perdita degli occhiali, la preoccupazione maggiore fosse non poter "guardare bene" il nipotino, tanto, appunto, da spingerla ad acquistare un paio di occhiali di fortuna che guarda caso erano in grado di "vedere meglio" di quelli originali (che infatti, a questo punto, dovrà comunque dismettere dopo questo episodio).
Che poi entrambi perdiamo e ritroviamo le cose della nostra vita (che nessuno si azzardi a dire che siamo un po' rincitrulliti) aiutandoci l'un l'altro e sapendo convivere con le nostre debolezze e paure anche con un pizzico di ironia, beh, è una cosa che mi piace veramente molto.
Proprio una bella metafora per una coppia che sta insieme da oltre trentacinque anni cercando di dare "qualità" al proprio rapporto.
Comunque ho un aggiornamento quasi in tempo reale. Maria Teresa ha ritrovato anche il berretto che credevo di aver perso (ma va!) in autogrill: era nel valigiotto di Pau.
Direi che per questo turno di vita è proprio il caso di dire:
"Nulla si perde, tutto si ritrova".
Se poi qualcuno ci vuol leggere una legge dell'Amore, fa bene, l'intento è proprio quello.
Però devo aggiungere che per Maria Teresa rimane valida dell'idea che in casa ci sono dei folletti
e io insisto per qualche distorsione spazio-temporale.
Appunti sparsi per documentare come si cambia; non perchè il tempo che passa ci invecchia, ma perchè ognuno può assecondare un profondo e intimo movimento interno. Cambiare è svelare progressivamente se stessi, essere consapevole delle proprie passioni, illuminare le relazioni con le persone che si amano.
mercoledì 11 marzo 2015
martedì 10 marzo 2015
Occhiali e chiavi
Questa è la storia di un paio di occhiali e di un mazzo di chiavi, di come si sono persi e poi ritrovati.
Quali metafore racchiude lo scopriremo strada facendo.

Le valigie e le borse sono già allineate davanti alla porta d'ingresso. La vacanza sulla neve, con figlia e nipotino al seguito si sta materializzando con crescente entusiasmo.
Ma un attimo, Maria Teresa si blocca ed esclama: "Mancano gli occhiali per vedere lontano".
Fermi tutti.
Saranno rimasti sul comodino. No.
Saranno in sala sul tavolino. No.
Saranno in fondo alla borsa. No.
Fermi tutti e tutti alla ricerca degli occhiali perduti, finché dopo oltre un'ora di ricerche e ritardo sulla partenza bisogna arrendersi all'inspiegabile realtà che si sono proprio persi e bisogna partire senza.
Li cercheremo al ritorno con calma, intanto un occhiale di fortuna farà da ponte per una settimana.
Invece, sei giorni dopo, si ripete la stessa scena: chi cerca sotto il letto, chi dentro le lenzuola, chi dentro la spazzatura. Le più bizzarre ipotesi si fanno largo, compresa quella che contempla la presenza di folletti dispettosi e si cercano nella memoria le formule per il santo-delle-cose-perdute.
Niente fare. L'unica soluzione è un appuntamento con l'ottico.
Intanto per me viene il momento di ripartire per Roma, cioè di ricaricare nello zaino le poche cose che mi seguono nel mio pendolarismo.
Dalla stazione Termini, mando un WhatsApp a Maria Teresa: "Il treno è arrivato in orario (udite udite!) peccato che ho scordato le chiavi di casa-roma nel comodino".
Risposta: "Non ci sono".
E ahimè, ricomincia una trafila che ormai conosco: "Guarda nello scaffale dei libri", "Cerca nel cassetto dello scrittoio", "Forse sono nel cappotto"; "Potrebbero essere scivolate dietro i libri.
E così Maria Teresa non sa più cosa e dove sta cercando. Mentre la mia ansia sale a vista d'occhio.
Ora 15:18 lo scambio di WhatsApp certifica il seguente dialogo.
Io: "Sono convinto di averle lasciate nel comodino".
Lei: "Anche i miei occhiali erano sul comodino".
Io: "Abbiamo un buco nero in casa".
Lei: "Guarda, non mi spaventare".
Io: "Ma io parlo di relatività di Einstein".
Lei: "Io no!".
Ora 15:22 Si continua su questo piano surreale.
Io: "Venerdì sposto tutti i libri dello scaffale".
Lei: "Interstellar".
Io: "Oh! Già!"
Ora imprecisata verso cena. Telefonata di Maria Teresa: "Mentre cercavo le tue chiavi ho trovato i miei occhiali. Ma è incredibile erano in un angolo irraggiungibile e buio, sotto il tuo scrittorio! Io non ce l'ho messi".
Ore 21:51 Mentre sto giocando a Candy Crash e seguendo la Juventus che non segna ancora col Sassuolo, invio un WhatsApp: "Sarà una scemenza, ma guarda se fossero nel gancio che tiene le tende in camera nostra".
Non passa un minuto e arriva la sua telefonata: "Mai sei scemo? Come ti può venire in mente di mettere le chiavi nel gancio della tenda!". Accuso il colpo ma tiro un respiro di sollievo.
Ore 22: 05 Ricevo un'ancora di salvezza.
Lei: Se tu non avessi perso le chiavi, io non avrei mai trovato gli occhiali".
Io: "Questo è vero! Ringraziami".
Lei: "GRAZIE"
Quali metafore racchiude lo scopriremo strada facendo.
Le valigie e le borse sono già allineate davanti alla porta d'ingresso. La vacanza sulla neve, con figlia e nipotino al seguito si sta materializzando con crescente entusiasmo.
Ma un attimo, Maria Teresa si blocca ed esclama: "Mancano gli occhiali per vedere lontano".
Fermi tutti.
Saranno rimasti sul comodino. No.
Saranno in sala sul tavolino. No.
Saranno in fondo alla borsa. No.
Fermi tutti e tutti alla ricerca degli occhiali perduti, finché dopo oltre un'ora di ricerche e ritardo sulla partenza bisogna arrendersi all'inspiegabile realtà che si sono proprio persi e bisogna partire senza.
Li cercheremo al ritorno con calma, intanto un occhiale di fortuna farà da ponte per una settimana.
Invece, sei giorni dopo, si ripete la stessa scena: chi cerca sotto il letto, chi dentro le lenzuola, chi dentro la spazzatura. Le più bizzarre ipotesi si fanno largo, compresa quella che contempla la presenza di folletti dispettosi e si cercano nella memoria le formule per il santo-delle-cose-perdute.
Niente fare. L'unica soluzione è un appuntamento con l'ottico.
Intanto per me viene il momento di ripartire per Roma, cioè di ricaricare nello zaino le poche cose che mi seguono nel mio pendolarismo.
Dalla stazione Termini, mando un WhatsApp a Maria Teresa: "Il treno è arrivato in orario (udite udite!) peccato che ho scordato le chiavi di casa-roma nel comodino".
Risposta: "Non ci sono".
E ahimè, ricomincia una trafila che ormai conosco: "Guarda nello scaffale dei libri", "Cerca nel cassetto dello scrittoio", "Forse sono nel cappotto"; "Potrebbero essere scivolate dietro i libri.
E così Maria Teresa non sa più cosa e dove sta cercando. Mentre la mia ansia sale a vista d'occhio.
Ora 15:18 lo scambio di WhatsApp certifica il seguente dialogo.
Io: "Sono convinto di averle lasciate nel comodino".
Lei: "Anche i miei occhiali erano sul comodino".
Io: "Abbiamo un buco nero in casa".
Lei: "Guarda, non mi spaventare".
Io: "Ma io parlo di relatività di Einstein".
Lei: "Io no!".
Ora 15:22 Si continua su questo piano surreale.
Io: "Venerdì sposto tutti i libri dello scaffale".
Lei: "Interstellar".
Io: "Oh! Già!"
Ora imprecisata verso cena. Telefonata di Maria Teresa: "Mentre cercavo le tue chiavi ho trovato i miei occhiali. Ma è incredibile erano in un angolo irraggiungibile e buio, sotto il tuo scrittorio! Io non ce l'ho messi".
Ore 21:51 Mentre sto giocando a Candy Crash e seguendo la Juventus che non segna ancora col Sassuolo, invio un WhatsApp: "Sarà una scemenza, ma guarda se fossero nel gancio che tiene le tende in camera nostra".
Non passa un minuto e arriva la sua telefonata: "Mai sei scemo? Come ti può venire in mente di mettere le chiavi nel gancio della tenda!". Accuso il colpo ma tiro un respiro di sollievo.
Ore 22: 05 Ricevo un'ancora di salvezza.
Lei: Se tu non avessi perso le chiavi, io non avrei mai trovato gli occhiali".
Io: "Questo è vero! Ringraziami".
Lei: "GRAZIE"
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Vincenzo Trichini
alle
22:31
mercoledì 18 febbraio 2015
7 brevi lezioni di fisica
"Nella consapevolezza che possiamo sempre sbagliarci, e quindi pronti ogni istante a cambiare idea se appare una nuova traccia, ma sapendo anche che se siamo bravi capiremo giusto, e troveremo. Questo è la scienza."
Forse sarebbe meglio dire "questo dovrebbe essere la scienza". In realtà anche nella categoria "scienziati" come in quella giornalisti, manager, avvocati, architetti, tassisti, idraulici, calciatori, meccanici, in poche parole in tutte le attività umane, si incontrano persone niente affatto predisposte a cambiare idea, pronte a forzare soluzioni di comodo, sistematicamente predisposte a non cogliere il cambiamento, a opporsi per pregiudizio o per invidia o per potere alle evidenze.
Tanto detto così, per non fare della "scienza" un nuovo mito.
A parte questa precisazione la lettura del libricino è, secondo me, entusiasmante.
Io l'ho letto sul Freccia Bianca Roma-Genova potendomi anche permettere delle soste tra un capitolo e l'altro per andare dietro ai pensieri che la lettura mi suscitava.
E' entusiasmante perché l'autore ha veramente una grande capacità espressiva che semplifica senza approssimare e permette a chiunque di cogliere le idee chiave.
Tra salti dall'infinitesimo all'infinito, passando per la ridefinizione della comune percezione del tempo e dello spazio, dell'energia e del calore, della trama del tessuto che compone la realtà e tuffandosi verso le origini del cosmo, il libro porta il lettore verso riflessioni che investono direttamente l'Essere di ciascuno di noi.
| Einstein |
| Heisenberg |
"Nasciamo e moriamo come nascono e muoiono le stelle, sia individualmente che collettivamente. Questa è la nostra realtà. Per noi, proprio per la sua natura effimera, la vita è preziosa. Perché, come scrive Lucrezio, «Il nostro appetito di vita è vorace, la nostra sete di vita insaziabile». Ma immersi in questa natura che ci ha fatto e che ci porta, non siamo esseri senza casa, sospesi fra due mondi, parti solo in parte della natura, con la nostalgia di qualcosa d’altro. No: siamo a casa. La natura è la nostra casa e nella natura siamo a casa." "
"Noi siamo fatti della stessa polvere di stelle di cui sono fatte le cose e sia quando siamo immersi nel dolore sia quando ridiamo e risplende la gioia non facciamo che essere quello che non possiamo che essere: una parte del nostro mondo."
E' sempre l'autore a citare ancora Lucrezio:
«… siamo tutti nati dal seme celeste; tutti abbiamo lo stesso padre, /da cui la terra, la madre che ci alimenta, riceve limpide gocce di pioggia, / e quindi produce il luminoso frumento, e gli alberi rigogliosi, / e la razza umana, e le stirpi delle fiere,/ offrendo i cibi con cui tutti nutrono i corpi, per condurre una vita dolce / e generare la prole…». Per natura amiamo e siamo onesti. E per natura vogliamo sapere di più.
Com'è giusto che sia, nel testo, mai viene pronunciata la parola "Dio" (una volta compare in minuscolo), né per negarlo né per assumerlo.
Per me, che amo la "scienza" e vibro per la poesia che colgo nelle leggi della natura,
per me che credo, come posso e come so fare, nel Dio del Vangelo,
per me, dicevo, dietro queste parole avverto l'eco, la saggezza, la formidabile intuizione di chi, qualche migliaio di anni fa, scrisse in qualche rotolo di pergamena:
"Il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente"
E quel "tutti abbiamo lo stesso padre", per me diventa "tutti abbiamo lo stesso Padre"
"Il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente"
E quel "tutti abbiamo lo stesso padre", per me diventa "tutti abbiamo lo stesso Padre"
E ancora quel "per natura amiamo" mi risuona come:
«Facciamo l'uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza, e abbiano dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». Dio creò l'uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina.
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Vincenzo Trichini
alle
13:35
sabato 31 gennaio 2015
Singapore
Singapore, il mio primo viaggio in Asia!
Ancora frastornato dal fuso orario, dall'intestino in disordine e da una Roma infreddolita, provo a fare qualche foto nella mia memoria.
Il primo fotogramma visualizza i grattacieli. Tanti. Dall'alto dell'aereo spuntano come file interminabili e allineate. Tanti, come tante sono le navi in rada, anche loro tutte allineate nella stessa direzione.
Qualcuno mi descrive con entusiasmo lo spettacolo notturno che si gode dalla baia. "Guardati tutto intorno. Qui c'è la capacità di creare ricchezza; uno di questi grattacieli vale settecento milioni di dollari; lo tirano su a tempo di record; qui sì che l'economia gira; è qui che gli europei portano i soldi, non più in Svizzera o Montecarlo, quella è periferia!"
E' vero, lo spettacolo è proprio bello e un po' emozionante. Queste costruzioni illuminate sembrano tanti istogrammi in 3D, come quelli che si costruiscono nei grafici di Excel.
Nello stesso tempo sento un disagio reale, uno stridore. Una vocina mi domanda: "Quanto ci vuole a entrare in questo giro e dimenticarsi dell'altro lato del mondo?"
Il secondo fotogramma riguarda le etnie. Impossibile dire quale prevale. In centro ritrovi tantissime familiari fisionomie europee che si intersecano con quelle cinesi, con i tratti indiani e naturalmente quelli malesi, che poi sarebbero i padroni di casa. Colpiscono gli abbigliamenti femminili così diversificati: minigonne, sari indiani, veli e chador mussulmani, jeans, tailleur da donne in carriera, leggins, abiti tradizionali ed eleganze esotiche.
Poi, nelle poche ore che rimangono libere dal lavoro, comincio ad esplorare. Mi sento come quei piccoli mammiferi del bosco che escono timidamente dalla loro tana e si guardano intorno, ogni volta allargano sempre un po' di più il loro cerchio.
Ma il tempo è quello che è: giusto il tempo per odorare, nel vero senso della parola, Little India e visitare qualche coloratissimo tempio Indù dove i devoti offrono alla divinità fiori e cibo che viene poi restituito "divinizzato" dal celebrante.
Un giro in Metro per arrivare a China Town perché avevo promesso di portare a Pau un drago. Quando ormai disperavo, l'ho trovato! Rosso e lungo almeno due metri. Un dragone volante da tenere alla briglia con un filo, se sei capace
Della città coloniale rimane ben poco: business must go!
Ancora frastornato dal fuso orario, dall'intestino in disordine e da una Roma infreddolita, provo a fare qualche foto nella mia memoria.
Il primo fotogramma visualizza i grattacieli. Tanti. Dall'alto dell'aereo spuntano come file interminabili e allineate. Tanti, come tante sono le navi in rada, anche loro tutte allineate nella stessa direzione.
Qualcuno mi descrive con entusiasmo lo spettacolo notturno che si gode dalla baia. "Guardati tutto intorno. Qui c'è la capacità di creare ricchezza; uno di questi grattacieli vale settecento milioni di dollari; lo tirano su a tempo di record; qui sì che l'economia gira; è qui che gli europei portano i soldi, non più in Svizzera o Montecarlo, quella è periferia!"
E' vero, lo spettacolo è proprio bello e un po' emozionante. Queste costruzioni illuminate sembrano tanti istogrammi in 3D, come quelli che si costruiscono nei grafici di Excel.
Nello stesso tempo sento un disagio reale, uno stridore. Una vocina mi domanda: "Quanto ci vuole a entrare in questo giro e dimenticarsi dell'altro lato del mondo?"
Il secondo fotogramma riguarda le etnie. Impossibile dire quale prevale. In centro ritrovi tantissime familiari fisionomie europee che si intersecano con quelle cinesi, con i tratti indiani e naturalmente quelli malesi, che poi sarebbero i padroni di casa. Colpiscono gli abbigliamenti femminili così diversificati: minigonne, sari indiani, veli e chador mussulmani, jeans, tailleur da donne in carriera, leggins, abiti tradizionali ed eleganze esotiche.
Poi, nelle poche ore che rimangono libere dal lavoro, comincio ad esplorare. Mi sento come quei piccoli mammiferi del bosco che escono timidamente dalla loro tana e si guardano intorno, ogni volta allargano sempre un po' di più il loro cerchio.
Ma il tempo è quello che è: giusto il tempo per odorare, nel vero senso della parola, Little India e visitare qualche coloratissimo tempio Indù dove i devoti offrono alla divinità fiori e cibo che viene poi restituito "divinizzato" dal celebrante.
Un giro in Metro per arrivare a China Town perché avevo promesso di portare a Pau un drago. Quando ormai disperavo, l'ho trovato! Rosso e lungo almeno due metri. Un dragone volante da tenere alla briglia con un filo, se sei capace
Anche l'intervallo di pausa pranzo è servito per soddisfare qualche curiosità turistica, per esempio ammirare il Merlion, simbolo di Singapore, alla foce del fiume o qualche per incursione nei negozi d souvenir.
Della città coloniale rimane ben poco: business must go!
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Vincenzo Trichini
alle
19:33
lunedì 5 gennaio 2015
Tu mi hai rapito il cuore
Tu mi hai rapito il cuore,
sorella mia, sposa,
tu mi hai rapito il cuore
(cantico dei cantici)
Veramente sono passati trentacinque anni?
Non ci posso credere!
Tanta voglia di lavorare, giorno per giorno, sul Mistero Grande del nostro amore per farlo crescere, per far sì che tu possa essere più donna, come io più uomo.
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Vincenzo Trichini
alle
07:00
venerdì 26 dicembre 2014
Calma in noi le dissonanze
Spirito che aleggi sulle acque,
calma in noi le dissonanze,
i flutti inquieti, il rumore delle parole,
i turbini di vanità,
e fa sorgere nel silenzio
la Parola che ci ricrea.
Spirito che in un sospiro sussurri
al nostro spirito il Nome del Padre,
vieni a radunare tutti i nostri desideri,
falli crescere in un fascio di luce
che sia risposta alla tua luce.
(tratto da una invocazione allo Spirito Santo di Taizè)
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Vincenzo Trichini
alle
14:24
mercoledì 24 dicembre 2014
BUON NATALE
Il presepe rappresenta un angolo dell'eremo di San Pol de Mar e, naturalmente, è stato costruito pezzettino per pezzettino, con grande abilità, da Dario, sotto la vigile sorveglianza e supervisione di Pau.
Dammi, Signore, il senso del buon umore. Concedimi la grazia di comprendere uno scherzo per scoprire nella vita un po' di gioia e farne parte anche agli altri. Amen.
(Thomas More)
Pubblicato da
Vincenzo Trichini
alle
09:53
lunedì 8 dicembre 2014
Come le lucertole
Il cielo è azzurro, allora, come le lucertole, si cerca il sole, e si sale, per allargare l'orizzonte. Il parco delle Mura di Genova è il posto giusto.
| La val Bisagno |
| Il forte Puin |
| Il forte Puin |
| Il Fratello Minore |
| Genova sullo sfondo del Puin |
| La val Polcevera |
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Vincenzo Trichini
alle
17:30
domenica 7 dicembre 2014
Triangoli con lacci
Era proprio tanto tempo che non andavo a passeggiare sulle alture di S.Ilario!
Naturalmente c'è una spiegazione: alluvioni, temporali e inondazioni non sono il contorno giusto per programmare una passeggiata rilassante.
Anche ieri il tempo non era un gran che, ma, sul mare, qualche chiazza di sole spuntava, tra quel tipo di nuvole che i pittori di una volta amavano utilizzare per raffigurare i raggi della luce di Dio.
La visione della chiesetta di San Rocco è sempre gratificante, anche se non riesco proprio ad abituarmi all'idea che ci si possa arrivare in macchina. Io da bambino mi arrampicavo per la ripida salita da via del Commercio. Oggi per arrivare dalla chiesa di S.Ilario è un tragitto piatto e devi anche stare attento alle macchine che passano.
Poi c'è da dire che ieri, mentre ci avviavamo a passo lento incrociando quelle bellissime casette dai colori liguri e quelle salite che ti sparano come un cannone verso Monte Giugo, c'era un non so che nell'aria; passando davanti a "qualche" Villa, veniva da dire: "Anch'io sono un po' stanchino di quell'Italia che ha voglia di reagire alla crisi urlando vaffa millantando improbabili democrazie della rete..."
Ma in fondo questo è un altro discorso o forse no, comunque, ieri, la compagnia degli amici, era piacevole e si parlava di Grandi Sistemi e di Grandi Perché, mentre sotto i nostri occhi scorreva una Nervi bigia, dall'aria un po' acciaccata, come una nobile ormai decaduta.
A rompere l'incantesimo ci hanno pensato due triangoli di stoffa con laccetti appesi alla ringhiera.
"Cosa ci fanno qui due mutande con pizzo?". Intorno non c'erano case, non potevano far parte della biancheria stesa ad asciugare.
Con un minimo di imbarazzo e circospezione è stato inevitabile girare intorno a se stessi per cercare le eventuali proprietarie...
Niente e nessuno.
E così, una situazione potenzialmente boccaccesca, si è esaurita con delle inevitabili battute su piccoli sistemi e piccoli perché.
Anche ieri il tempo non era un gran che, ma, sul mare, qualche chiazza di sole spuntava, tra quel tipo di nuvole che i pittori di una volta amavano utilizzare per raffigurare i raggi della luce di Dio.
La visione della chiesetta di San Rocco è sempre gratificante, anche se non riesco proprio ad abituarmi all'idea che ci si possa arrivare in macchina. Io da bambino mi arrampicavo per la ripida salita da via del Commercio. Oggi per arrivare dalla chiesa di S.Ilario è un tragitto piatto e devi anche stare attento alle macchine che passano.
Poi c'è da dire che ieri, mentre ci avviavamo a passo lento incrociando quelle bellissime casette dai colori liguri e quelle salite che ti sparano come un cannone verso Monte Giugo, c'era un non so che nell'aria; passando davanti a "qualche" Villa, veniva da dire: "Anch'io sono un po' stanchino di quell'Italia che ha voglia di reagire alla crisi urlando vaffa millantando improbabili democrazie della rete..."
Ma in fondo questo è un altro discorso o forse no, comunque, ieri, la compagnia degli amici, era piacevole e si parlava di Grandi Sistemi e di Grandi Perché, mentre sotto i nostri occhi scorreva una Nervi bigia, dall'aria un po' acciaccata, come una nobile ormai decaduta.
A rompere l'incantesimo ci hanno pensato due triangoli di stoffa con laccetti appesi alla ringhiera.
"Cosa ci fanno qui due mutande con pizzo?". Intorno non c'erano case, non potevano far parte della biancheria stesa ad asciugare.
Con un minimo di imbarazzo e circospezione è stato inevitabile girare intorno a se stessi per cercare le eventuali proprietarie...
Niente e nessuno.
E così, una situazione potenzialmente boccaccesca, si è esaurita con delle inevitabili battute su piccoli sistemi e piccoli perché.
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Vincenzo Trichini
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11:19
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