martedì 3 maggio 2016

Pinotxo - Taller Dario

RollingStone Italia Maggio 1016 - Cocks


I Cocks tra i mostri della scena musicale genovese.

Il nome di Cazzoni è nato tra i banchi di scuola, ma è rimasto per affetto.
Alessandro, Alberto, Antonio e Davide hanno cominciato ad ascoltare punk rock alle superiori e non hanno più smesso.
Per i Cocks, però "più che il genere musicale in sè,contano i valori come l'autoproduzione, la solidarietà fra gruppi, il supporto della scena. 
Al di là della musica c'è qualcos'altro". Quel qualcos'altro che li ha portati a pubblicare uno split con i loro compari Teenage Gluesniffers e che li spingerà ancora in tour con gli amici Liisfa; tanti live a Giugno tra Italia, Germania e Belgio.

mercoledì 27 aprile 2016

El comte, compta, contes!

Il conte conta racconti. Più o meno suona così. 

E' la giornata di sensibilizzazione alla lettura organizzata a Sant Cebrià (Catalunya) il 24 Aprile 2016.

I personaggi escono dai libri, il conte li conta: uno, due , tre... e poi li racconta.

 

Pinocchio è il più intraprendente e si fa raccontare alla maniera di Dario.


Pinocchio impara a camminare...



Pinocchio affronta il mare...sopra...


... e sotto....


Pinocchio esce dalla bocca della balena...



E infine il Conte libera e fa volare tutti i personaggi delle favole nel mondo...


domenica 3 aprile 2016

Il giorno dopo

Il risveglio: e siamo già al giorno dopo.



La chiesetta di San Bernardo ci ha accolto con tutta la sua campagnola e pulita bellezza; curata in ogni particolare: le luci, i lampadari, i pavimenti luccicanti, i fiori, le tovaglie fresche di bucato, le lanterne a fare da sentiero.

Lo scenario ideale per i due radiosi sposi . I loro sguardi che spesso si incrociavano durante la Messa, dicevano la consapevolezza del passo che stavano compiendo, la gioia, la commozione.



Il mio augurio ad Alice e Benedetto.
Papa Francesco ci ha suggerito l’immagine del matrimonio come “un lavoro artigianale, un lavoro di oreficeria”. E’ così perché ogni giorno, a chi ama, è richiesta creatività e cura dei particolari, passione e intelligenza.  
Che Alice e Benedetto sappiano diventare degli insuperabili artigiani dell’Amore.


Poi, una bellissima festa accanto allo scenario dei parchi e della passeggiata di Nervi, con parenti e tanti amici con cui condividere le tante emozioni, canzonare gli sposi e stringersi nell'abbraccio.




martedì 1 marzo 2016

Lo specchio rivelatore

Con un'inquadratura ben studiata, o con la capacità di cogliere l'attimo fuggente, un bravo fotografo è capace di trasformare un'immagine nello specchio di un'anima.
E' una cosa che raramente succede nelle foto che collezioniamo nei nostri album o nelle cartelle del computer.
Normalmente ci mettiamo in posa o comunque sappiamo di essere fotografati e poi scartiamo le inquadrature che non ci piacciono. Purtroppo capita che collezioniamo dei falsi sorrisi e false felicità.

Questa volta è successo qualcosa che mi riguarda e che trovo sorprendente. 
Dal mio passato sono emerse due foto nelle quali uno sconosciuto fotografo ha inconsapevolmente svelato la mia indole di bambino timido e introverso, una caratteristica che poi mi sono portato dietro per tutta l'adolescenza.


Forse vale la pena di raccontare questa storia.
Intorno agli anni 60' abitavo in Via del Commercio, a Nervi. 
Allora  quella strada era periferia estrema. 
Il quartiere si allungava ai lati del torrente Nervi, ora ricoperto, sempre secco tranne diventare turbolento e minaccioso ad ogni temporale. 
Era il quartiere degli immigrati che venivano dal Sud. Persone che, strappate alla loro terra di origine, alla ricerca della sopravvivenza economica, venivano emarginate e  additate come malviventi, come ancora oggi succede con tutti gli immigrati.

Dopo i primi anni passati in camere sub-affittate e minuscole soffitte trasformate in mini locali, i miei avevano potuto permettersi un affitto regolare in un condominio.


Dopo alcune curve, lungo la via del Commercio, si attraversava il torrente grazie a un ponte, proprio all'altezza di una larga ansa. Poi ancora una ripida salita portava al condominio appoggiato al Monte Moro.

Era una casa che mi piaceva. 
Era diversa da tutte quelle vicine perché aveva le tapparelle blu anziché del solito colore verde. Già questo rendeva quella casa "speciale" ai miei occhi.
Il mio appartamento aveva le finestre sul lato del monte e le fasce di ulivi, fermate da alti muraglioni di cemento, erano lì, quasi a portata di mano. La luce un po' latitava.

L'ho già scritto tante volte, "enzo-mangialegnate" si era già ritirato in un angolo nascosto per lasciare spazio a un "enzo" che giocava spesso da solo, sdraiato a terra con i soldatini o i tappi delle bottiglie, timido nei rapporti con qualsiasi persona fuori della famiglia. 

Era il prezzo pagato a un cambiamento di ambiente che aveva causato un  accumulo di paure: il traffico, i ragazzacci di strada, la paura di perdersi, la diffidenza per gli estranei. Paure della mamma che si ingrandivano in me.

Allora, in quella situazione, la casa con le tapparelle blu diventava il mio micro-mondo.
In questo micro-mondo un posto importante era occupato da Rita. 
Anche la sua famiglia veniva da Vittoria, come la mia, e fare amicizia con lei era stato facilissimo. Già, solo perché a prendere l'iniziativa era lei, grazie a un carattere espansivo e decisamente più intraprendente del mio.

Così ogni giorno si trascorreva qualche ora insieme, parlando, giocando, spiando dalla finestra come cospiratori quello che faceva la ragazzina che abitava al pianterreno e origliando i discorsi delle nostre mamme.

Una volta per colpa mia facemmo una figura terribile. 
Naturalmente  nelle nostre famiglie non esisteva il concetto di educazione sessuale e le informazioni su quell'argomento si acquisivano guardando le figure delle enciclopedie e appunto, origliando i discorsi altrui.

Quel giorno Rita venne da me dicendomi che dovevamo cercare sul vocabolario una parola; le mamme parlavano di "cesareo" riferendosi alla nascita di un bambino nella scala. 
Volevamo capire, anche se sicuramente Rita era più informata di me; ed io ad un certo punto, esasperato da una ricerca senza frutti, esclamai a gran voce: "Ma cosè questo Porto Cesareo!"
Subito il mio sfogo venne raccolto da mamma Salvina e diffuso in tutto il caseggiato da terrazzino a terrazzino, fra sghignazzamenti e occhiate complici.
Ricordo ancora adesso la vergogna per essermi tradito ed averci esposto a quelle canzonature, ricordo le mani di Rita portate davanti alla faccia mentre mi diceva sussurrando: "Ma noooo, taci!".

Tutto questo per dare uno sfondo al contesto e al rapporto che mi legava a Rita.





Le foto, specchio della mia anima, sono due scatti alla festa per la Prima Comunione di Rita.
Nella prima, ingrandendo la zona dello specchio, si scopre che ci siamo noi due. Lei sta cercando di farmi ballare e io mi rifiuto energicamente. Si vede il mio braccio destro ritrarsi e il suo - decisamente risoluta - che lo va a cercare con determinazione.
E infatti la foto successiva ci ritrae mentre balliamo. Si fa per dire: Rita con un bel sorriso aperto e schietto, io come un condannato a morte, gli occhi bassi e un sorriso imbarazzato di chi vorrebbe sparire come un fantasma.



Ma forse la cosa più stupefacente è il modo in cui ho avuto accesso, pochi giorni fa a queste foto.

Con Rita ci perdemmo di vista: la mia famiglia si trasferì in un'altra casa e la famiglia di Rita emigrò in Australia. Così, salvo un breve, iniziale, periodo di contatto epistolare, da allora non ci siamo più risentiti.
Fino a qualche settimana fa, quando la mia compagna di giochi è riuscita a rintracciarmi dopo oltre cinquant'anni e abbiamo potuto salutarci, riconoscerci, raccontarci, un po' commossi ed emozionati dei nostri consorti, dei figli e dei nipoti. Poi il reciproco invio delle foto conservate, lo stupore, un viaggio indietro nel tempo e dentro se stessi, lo specchio che rivela verità interiori.





sabato 20 febbraio 2016

Profumi

La macchina del tempo ha il suo terminale nelle narici.

"Il profumo dei trucioli di legno che mi riporta alla bottega di Toledo."
"Il leggero stordimento del pennarello avvicinato alle narici"
"Il profumo delle focacce ripiene che sfrigolano nel forno".
"Il minestrone della mia nonna che bolliva nel ronfò"
"Il profumo di pitosforo e salsedine durante una mareggiata a Nervi."
"L'inebriante aroma dell'erba luisa"
"Il profumo stantio del'inverno, quando si riaprono le finestre della casa in campagna."
"L'odore della pelle dei miei figli quando erano neonati."
"L'odore di elettricità che sale dai campi dopo il temporale"
"L'odore dell'erba appena tagliata"
"Lo strascico di profumi che si lascia alle spalle mio figlio adolescente prima di uscire di casa"
"L'odore di pulito delle lenzuola appena cambiate"
"Il timo, l'origano, la menta e la salvia"
"La buccia del mandarino e la cannella"
"La cera appena stesa sul pavimento"
"Il disgusto del pesce andato a male"
"L'odore soffocante dell'ospedale"


Gli odori sono un mondo da esplorare perché fatto di tante gradazioni e sfumature. 

I profumi hanno bisogno di un tempo per agire, per essere memorizzati e lasciare un segno permanente. 

Sono labili, molecole volatili che non si possono fissare su un foglio come si fa con un colore e neppure riprodurre con un altoparlante come una registrazione sonora. 

Per poterli chiamare per nome bisogna perderci del tempo, soffermarsi sulle sensazioni che provocano.

I profumi sono come il presente, lo vivi finché c'è, poi puoi solo ricordarlo oppure puoi inseguirlo nel futuro che non c'è ancora.


Egli entrò in casa sua e si mise a tavola. Ed ecco una donna saputo che si trovava nella casa, venne con un vasetto di olio profumato; fermatasi dietro a lui, si rannicchiò ai suoi piedi e cominciò a bagnarli di lacrime; poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato. (Lc.7)

Isacco aspirò l'odore degli abiti di lui e lo benedisse: «Ecco l'odore del mio figlio come l'odore di un campo che il Signore ha benedetto. ”( Genesi 27: 24). 

“ Il profumo del tuo fiato è come quello delle mele” (Cantico7: 9)


giovedì 11 febbraio 2016

Il nostro primo bacio

Qualcuno ci aveva chiesto qual era stato il nostro primo bacio.
Io con sicurezza ho ricordato lo stretto ingresso  del portone di Via Piombelli. Una porta a vetri oltre la quale un minuscolo pianerottolo permetteva l'accesso a una ripida scala.
Dopo aver trascorso la serata in casa, Maria Teresa mi aveva accompagnato fino in fondo alle scale del sesto piano ed io ho capito che era giunto il momento. E insomma, il bacio ci stava: lungo, appassionato e allo stesso tempo dolce e un po' imbarazzato. Il primo bacio. Come sarebbe possibile dimenticarlo?

Invece Maria Teresa mi aveva spiazzato. No! C'era stato un precedente bacio.

Ma come è possibile, non posso averlo rimosso, che figura!

Eravamo andati col treno a Recco, ed era la prima volta che uscivamo insieme. Un gelato nella gelateria più famosa, una passeggiata mano nella mano vicino al mare, "Il Piccolo Principe"  con un segnalibro alla pagina  in cui si racconta della volpe che si fa addomesticare, per poter imparare anche noi ad "addomesticarci".

Poi il rientro con un affollato treno locale. Io scendo a Nervi, lei rimane a bordo perché prosegue per Genova.
Il treno indugia qualche minuto con le portiere aperte. Io sono sulla banchina, lei tre scalini più in su, ma c'è ancora qualcosa da dirsi, la voglia di prolungare un pomeriggio speciale.
Il suo sorriso e gli occhi luminosi, non posso dimenticarli perché in una persona, con gli anni, tante cose cambiano, ma non il sorriso e luce negli occhi.
Anch'io dovevo essere luminoso, almeno credo. "Teresa, con stupore"  dirò più tardi per descrivere il mio stato d'animo di innamorato.

Il capotreno fischia, il treno sta ripartendo. Con un gesto non premeditato avvicino l'indice alla bocca e vi adagio, con le labbra, un piccolo bacio che poi le indirizzo con un gesto ampio del braccio, come fosse un pennello che dopo aver raccolto il colore dalla tavolozza si muove nell'aria in cerca della sua tela.

Tutto qui.

Maria Teresa aveva insistito. Quello era stato il primo bacio, senza se e senza ma: quel piccolo gesto era stato come la goccia decisiva che aveva fatto breccia nel suo cuore.



Mi baci con i baci della tua bocca!
Sì, le tue tenerezze sono più dolci del vino.


Come un nastro di porpora le tue labbra
e la tua bocca è soffusa di grazia;


Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa,
c'è miele e latte sotto la tua lingua


le sue labbra sono gigli,
che stillano fluida mirra.


(dal Cantico dei Cantici)


martedì 9 febbraio 2016

Fare silenzio


Quando frequentavo i primi anni delle elementari, se il maestro doveva assentarsi, chiamava il capo-classe alla lavagna, poi con un segno del gesso la divideva in due parti. Da quel momento subentrava la consegna del silenzio a mani conserte. 
L'occhio del capo-classe, indagatore, scrutava fra i banchi e poi scriveva a sinistra i bravi e a destra i cattivi: quelli che il silenzio non lo rispettavano.

Sì, perché dire silenzio è dire poco. Il silenzio va qualificato per potergli dare un nome.
C'è un silenzio che opprime e uno che libera.
C'è un silenzio che esprime solitudine ma anche uno che perdona senza spendere parole..
E se abbiamo sperimentato il silenzio che allontana, conosciamo anche quello che rappacifica.
Col silenzio si può giudicare, mostrare indifferenza, emettere un verdetto e condannare oppure si può accogliere e dimostrare tutto l'amore di cui siamo capaci.

Ma c'è un silenzio speciale: quello che dà spazio ed espande la nostra percezione della realtà; si potrebbe chiamare il silenzio eloquente.
A parlare allora è il tutto il corpo; lo sguardo, la posizione del corpo e suoi segnali, il contatto di una mano, il profumo della vicinanza, il suono del respiro che ci fa sentire vivi, una voce: quella dell'altro, non più coperta dalla nostra.

Temo di non aver ancora imparato a fare silenzio.