giovedì 15 settembre 2005

Separazione

In questo periodo quando penso alla "separazione" mi vengono in mente due tipi di distacchi, per così dire, sani.

Il primo distacco sano è quello dei figli: ecco mi immagino Marianna che ad un certo punto si staccherà dalla famiglia di origine, andrà in una sua casa, formerà il suo nuovo nucleo familiare.
[Veramente, quello con i figli è un distacco che è cominciato poco dopo la loro nascita (e non sono la mamma!)].
E', secondo me, un distacco sano; se i genitori hanno maturato il loro amore perchè sia fecondo non possessivo e se i figli hanno perdonato o sono sulla strada per perdonare i loro genitori.
Ma non è un distacco definitivo; mi immagino ancora Marianna che una volta alla settimana, o in qualche festa e comunque ogni volta che lo desidera, torna, per un po', alla sua vecchia famiglia, che comunque non smetterà di accoglierla, e lì potrà consumare un pasto senza indaffararsi in cucina, o potrà contare su un'ora di ricordi con i fratelli, o misurare attraverso oggetti e spazi familiari i confini della bambina che è ancora in lei e così via.
Il secondo distacco sano è la morte dei propri genitori. Purtroppo qui non si torna indietro, non c'è più un pasto caldo, o una spalla pronta a prescindere.
Ma è un distacco sano se il figlio ha perdonato i suoi genitori (vedi "Figli per sempre") e lo è ancora di più se il genitore ha potuto o saputo preparare i figli a questo distacco.
Idealmente, ma tanto idealmente, penso ad una mamma, nel letto di casa, che chiama i figli e comunica gli ultimi segreti con quali saranno pronti a completare il loro futuro.
"E' l'ultima volta che ci vediamo, ma state sereni, è certo che ce la farete, io rimango in voi per sempre".
Poco spesso le cose vanno così, ma anche in questo caso, c'è spazio e tempo per ricostruire dentro di sè, prima o dopo, questo ideale dialogo. Renderlo vero anche se il papà e la mamma non ci sono più.

Il mio nome

Anche dietro il mio nome, c'è una storia.
Al battesimo e all'anagrafe, risulto essere Vincenzo Ferdinando.

Sul primo nome non poteva essere diversamente, Vincenzo è il nonno paterno, il papà di Toledo. La mia famiglia d'origine non poteva certo sottrarsi alle precise leggi della tradizione siciliana.
Ferdinando non è il nome del papà materno (che era Emanuele) ma del bisnonno da parte dei Trichini.
Il secondo nome si è subito arenato nelle pagine delle anagrafi e non è mai uscito da lì, non ha storia.
Per quanto riguarda Vincenzo invece interviene il carattere della mamma Salvina che mal sopportava i diminutivi del dialetto siciliano che producevano storpiature dei nomi veramente dissonanti.
E allora devo aprire un'altra parentesi: il vero nome della mamma era Salvatrice, che in siciliano diventa Turidda o Turuzza (Salvatricina o Salvatricella!). Effettivamente sa di chiuso e gretto, inapplicabile alla vitalità e alla esuberanza di quella ragazza che poi sarebbe diventata la mia mamma. Così come tante altre coetanee decise di farsi chiamare Salvina.

Putroppo per lei il problema le si ripresentò quando nacqui io. Vincenzo diventa automaticamente Vincenzuzzo. Mi immagino l'orrore della Salvina!
Allora nacque il compromesso di casa Trichini. Ufficialmente, Vincenzo, nome reale utilizzato tassativamente e senza deroghe: Enzo.
Enzo, per tantissimi anni mi sono conosciuto solo con questo nome.
Anche l'impatto con la scuola non cambiò la situazione; Vincenzo era un'appendice alla quale non prestavo attenzione, anche perchè ero impegnato anno per anno e persona per persona (lo sono ancora) a correggere e specificare che mi chiamo Trìchini e non Trichìni.
C'è da stare certi che se qualcuno avesse chiamato Vincenzo Trichìni, non avrei neanche alzato la testa...

Sono arrivato all'età adulta con lo stesso assetto, spingendo tutti gli amici a chiamarmi Enzo e relegando Vincenzo solo alle occasioni ufficiali e alla "business card".

Ma il cambiamento è sempre dietro l'angolo e ad un certo punto, si fa strada l'idea che le condizioni non sono più quelle del 1953, che nessuno potrà storpiare in Vincenzuzzo il mio nome, che Vincenzo non è affatto male. Pensa, Vincenzo di Vittoria, il Vincente di Vittoria. Vincente di non so che, ma tant'è suona bene.
Anche qualche conoscenza lavorativa di persone di lingua inglese ha contribuito alla riabilitazione: Vìn-gèn-zoù. Ridicolo ma intrigante.

Oggi sono in grado di gestire il doppio nome, chiamatemi Enzo o Vincenzo mi girerò ad ascoltarvi.
Se poi qualcuno in vena di affetto mi chiama Enzino, gongolo, un po' di nascosto.

Tradizionalista o Progressista

Non voglio parlare di politica!
In passato, ho sempre pensato a me stesso come a una persona tradizionalista, un po' perchè così si viene catalogati quando si crede in valori come la famiglia o la fede, ma soprattutto perchè consideravo la mia necessità di avere punti di riferimento costanti.
Parlo di piccole cose che fanno la vita quotidiana: comprare il giornale nella stessa edicola, alzarsi eseguendo gli stessi gesti, affezionarsi ad una trasmissione radiofonica, scaldare l'acqua del the nello stesso pentolino, e così via.
Poi ho dovuto rivedere questa mia autovalutazione, non fosse altro per il numero di abitazioni cambiate, per il numero di aziende in cui ho lavorato, per aver messo alle spalle una esperienza spirituale troppo aggressiva, per aver saputo buttare uno, due, tanti occhi sul risvolto interno della mia testolina. Quindi parlo di grossi cambiamenti, mica di bruscolini!
Di fronte a nuove forti motivazioni ho sempre trovato lo stimolo per affrontare le discontinuità.
E' un tema che mi è caro perchè mi riporta a quello delle separazioni, argomento sul quale sono ricco di bagaglio...
Insomma tra le mie qualità in un autocurriculum aggiungerei: capacità di gestire il cambiamento, capacità di adattarsi alle nuove situazioni che si presentano.
Ho una mia teoria sul perchè: forse che dentro di me non continua a vivere "Enzo mangialegnate"?
Chi è "Enzo mangialegnate"?
Io personalmente, non lo ricordo, ma è il soprannome con cui mi chiamava la mamma quando ancora abitavamo in Sicilia (fino a quattro anni).
Dicono che fosse un terremoto unico, con campionari di topi morti portati per la coda in casa, incendio di fascine, ferite con attrezzi pericolosissimi.
Amici vicini e lontani, sappiate che dietro quella persona spesso così disponibile, abitudinaria, qualche volta pignola e tanto a buon modo, c'è "Enzo MangiaLegnate".
Ogni cambiamento è possibile (almeno fino a 98 anni).

venerdì 9 settembre 2005

Robot

Nel laboratorio tutto è pronto per il collaudo dell'ultima generazione di robot.
Si distinguono dalle precedenti serie per la loro dimensione ridotta e la loro versatilità. Ma la vera novità è la messa a punto degli algoritmi che permetteranno loro di modificare il comportamento adattandosi alle mutevoli condizioni esterne.
Qualcuno dubita, qualcuno ha paura perchè intuisce il pericolo.



Sono passati pochi istanti dall'accensione e già tutti i dubbi sono svaniti, è vero sanno cambiare la loro forma, anzi sanno evolvere con grande, troppa rapidità.
Sono piccoli ma il loro atteggiamento è inequivocabile: sono ostili.
"Spegni tutto" grida qualcuno,
"Taglia i contatti" conferma un altro scienziato.
C'è una esitazione di troppo, un moto di curiosità che fa ritardare di pochi secondi ancora l'operazione di disattivazione.
Poi un silenzio denso di paura, forse di sollievo, un breve sollievo perchè le macchine si rimettono in moto autonomamente; in quei pochi attimi avevano già elaborato una strategia di adattamento e ora ricominciano a muoversi, crescono in numero e dimensione, evolvono.
Sono diventate piccole macchine volanti che qualcuno potrebbe scambiare per modellini di aereo. Volano, volano intorno agli scienziati, si preparano ad una nuova mossa.

Qualcuno riesce a catturarne uno a imprigionarlo nelle sue mani. Per farne cosa? Non c'è tempo, il robot sta già mutando, ha preso atto della nuova situazione e sviluppa nuove articolazioni, nuove armi di offesa.

Panico: situazione fuori controllo.

Per la loro distruzione occorrerà l'intervento delle astronavi, ci sarà un duro prezzo da pagare.

giovedì 8 settembre 2005

Il viale del tramonto


L’uomo passeggia lungo un viale del grande giardino all’italiana, in lontananza si intravvedono le forme del lago e la lunga catena dei monti che raccolgono le sue acque; le foglie delle piante ornamentali hanno già il colore caldo dell’autunno e nella voce dell’uomo c’è una forte venatura di tristezza.
Accanto a lui una donna ascolta il suo lamento.
Lui sta raccontando quanto sia difficile separarsi da lei, ma è una nenia che non finisce più.
Allora lei rompe gli indugi: non è più il tempo di trascinare così a lungo questa situazione, questo sarà l’ultimo loro incontro.
L’uomo non si aspettava questa svolta; in un attimo una forte emozione attraversa il tutto suo corpo, come un brivido capace di risvegliare dal torpore che aveva lasciato l’estate.
Segue un breve ma intenso silenzio; quello che parla pochi secondi dopo è un uomo che ha cambiato tonalità nella voce e nell'aspetto, l’autunno improvvisamente sembra fare meno paura.
Ora l'uomo sembra più disponibile ad ascoltare e la donna può raccontagli qualcosa che riguarda il giardino in cui continuano a passeggiare. Le siepi opportunamente tagliate e sagomate compongono delle parole che rimangono scolpite: sono i messaggi lasciati da tutti quei musicisti che, al termine della loro carriera, sono approdati in questo luogo dorato.
Sono parole piene di poesia e di tenue felicità.

(sogno)

La vecchina

La vecchina viveva ai margini del bosco in un radura circondata da alti alberi e radici invadenti, il suo nome era Marisa, la sua casa era una baracca di legno oramai malandata e cadente. Con lei non c’era nessuno, era completamente sola, malata e senza più niente.
Purtroppo è stata trovata senza vita.

Mi sono svegliato con la certezza che la vecchina del sogno fosse Marianna. Il tempo della sua completa autonomia si avvicina…e il papà ha paura di perderla.

(sogno)

martedì 30 agosto 2005

Fichi, cioccolata e melanzane (2)

Qualcuno mi ha chiesto di commentare queste ermetiche righe.
Sono parte di un sogno, come tante delle pagine di questo blog. Perchè niente meglio del sogno è capace di svelare l'anima che è dentro di te, e il sogno è capace di ignorare quello strato di cultura e struttura che si stratificano nei pensieri razionali.

Fichi, cioccolata e melanzane: un mix di cibi che adoro mangiare, ricordano la Sicilia, le mie origini, ma in questo sogno l'ambientazione è una riviera dai nomi esotici: Uruguay, Argentina, Venezuela.
Purtroppo nel sogno non risco a mangiare il cibo che mi piace, perchè altrimenti, mi verrebbe mal di pancia.
Non è certo un caso che in quei giorni ho avuto problemi al lavoro con le agenzie del Sud America (le riviere) e che la fastidiosa "ernia iatale" mi ha distrurbato e inquietato...

Che cosa ti aspetti da me?

L’amore non è un sentimento a consumo, non si esaurisce mai, ne abbiamo riserve infinite. La vera difficoltà sta nello scoprirle, nell’oltrepassare il confine profondo tracciato dall’individualismo, dall’indifferenza, dall’egoismo, dal narcisismo, dalla paura, dall’attaccamento alle cose, dall’orgoglio, dall’odio, dalla vita stessa.
...
Non aver paura ad ammettere il tuo bisogno di ricevere tenerezza, e di darne, non aver paura a dirmi che mi ami.
...
Mi spiegò per esempio che il segreto della piena realizzazione è riuscire a comunicare agli altri ciò che si è attraverso quel che si fa, ma che per essere veramente equilibrati e sereni è indispensabile che ciò che si fa sia realmente quello che si vuole e non quello che vogliono gli altri.
Fin da bambini chi più chi meno ci modelliamo secondo l’immagine che gli altri, prima di tutto i genitori, ma anche gli insegnanti, gli amici, i nostri compagni di vita, e perfino i nostri colleghi di lavoro, hanno di noi o che vorrebbero avere. E molti crescono, si formano, si trasformano addirittura, per corrispondere a quell’immagine. Certe volte non se ne accorgono neppure perché è così radicato nella loro personalità questo bisogno continuo di essere all’altezza di un’idea che finisce di diventare l’idea stessa che hanno di loro.
Mi raccomando liberati da questo, perché verrà il giorno in cui ti accorgerai che comunque ti sia andata la strada che hai fatto è stata più interessante di quella che ti aspetta , che i ricordi hanno preso il posto dei progetti e che la tua vita non potrà più cambiare, se non in minima parte.Ecco quel giorno non dovrai avere rimpianti, dovrai consolarti con la consapevolezza che le scelte che hai fatto sono state le tue e non quelle che ti sei trovato a fare per pigrizia o peggio ancora per compiacere qualcuno.

da "Cosa ti aspetti da me?" di Lorenzo Licalzi

Cito questo brano, da un libro di Liscalzi perchè in questa storia di un anziano scenziato, ritrovo motivazioni e forza che consentono di non fermare mai la speranza di poter cambiare. Mi ritrovo in questa necessità di modellare me stesso secondo l'immagine voluta dai miei genitori, e trovarsi poi schiavi della necessità di essere all'altezza. Il percorso per risalire alle radici di se stessi sembra coincidere con quello della scoperta dell'amore.